La bussola di Mattarella

da la Repubblica

La bussola di Mattarella

di Massimo Giannini
02 GENNAIO 2026
Nell’interregno gramsciano, dove il vecchio ordine muore ma quello nuovo non riesce a nascere, non c’è rifugio migliore della memoria della Repubblica. È quello il luogo giusto dove ritrovarsi. È quello lo specchio che riflette chi eravamo, chi siamo e chi saremo. Che ci restituisce un senso, una prospettiva, una speranza. Che ci ricorda le ragioni sulle quali abbiamo saputo costruire e coniugare la legalità internazionale e l’unità nazionale, la convivenza civile e la coesione sociale. Per questo, anche stavolta, siamo grati a Sergio Mattarella, che negli auguri di fine d’anno ha raccontato agli italiani qual è il nostro posto nel mondo. Sfogliando l’album dell’avventura repubblicana, che in questo 2026 festeggia gli 80 anni, il Capo dello Stato ha offerto al Paese un’immagine di sé che pare ormai dimenticata, svilita, manomessa.
Tutte le nostre conquiste più importanti — pagate col sangue della Resistenza al fascismo e poi cementate dal patto costituzionale avviato nel ’46 — sembrano sepolte dall’odio e dall’oblio. La guerra l’avevamo persa, ma il dopo-guerra l’abbiamo vinto. Con fatica, ma con passione e abnegazione, abbiamo rifondato la civiltà del diritto e dei diritti, fuori e dentro i confini. E grazie a quella abbiamo vissuto, ricostruito, prosperato. Alla ricerca di un bene comune e di un interesse superiore che abbiamo chiamato democrazia. Oggi tutto questo patrimonio, che credevamo acquisito, sembra sepolto sotto una coltre di rancore politico e di assolutismo ideologico, di torpore civico e di suprematismo tecnologico.
Al suo undicesimo messaggio alla nazione, Mattarella ha ridato dignità e forza alla Storia d’Italia, per ribadire che quella Storia non è finita ieri sotto le macerie del Muro di Berlino e le rovine di Tangentopoli, non finisce oggi sotto le bombe di Putin e le balle di Trump, e non finirà domani sotto il diluvio dell’autunno democratico e il gelo dell’inverno demografico. Negli auguri dell’anno scorso il presidente aveva chiarito cos’è il vero “patriottismo”, in un Paese in cui chi governa fa della “patria” un abuso strumentale e distorto. Aveva parlato dei medici, degli insegnanti, di chi fa impresa con responsabilità sociale, di chi lavora con coscienza, di chi studia con passione, di chi si impegna nel volontariato, di chi arriva qui da terre lontane ma ama l’Italia e ne introietta le leggi: gli eroi del presente che ogni giorno rendono viva la comunità nazionale. Quest’anno ha parlato invece degli eroi del passato che quei valori li hanno difesi e codificati, consentendoci di arrivare fin qui. Sfogliando l’album della Repubblica, “come quando ci si ritrova in famiglia”, Mattarella ci ha rammentato che nei decenni l’Italia ha saputo rinascere come “grande Paese”, superando gli anni di piombo e le stragi di mafia, passando attraverso il voto delle donne e il lavoro come leva fondamentale dello sviluppo, la libertà delle persone e i diritti inviolabili, il Trattato di Roma per la costruzione della nuova Europa e l’Alleanza Atlantica, il miracolo economico e la ricchezza culturale. E se è riuscita nell’impresa — fissando nella Costituzione le regole del gioco democratico e i principi di libertà e uguaglianza su cui incardinarle — lo ha fatto grazie a una politica credibile e responsabile, dignitosa e rispettosa.
Qui, ancora una volta, sta la pedagogia istituzionale dell’uomo del Colle. L’eccezionalismo italiano ci ha regalato un “presidente rieletto” sempre misurato nella forma e mai ambiguo nella sostanza: il prodotto migliore della cultura cattolico-democratica. Mattarella non è Napolitano e non è Scalfaro. E non è neanche Steinmeier, il presidente della Germania che il 9 novembre ha chiamato i tedeschi alla mobilitazione generale per impedire ai neo-nazisti della Afd di vincere le prossime elezioni. Non sentiremo mai dal Quirinale un’intemerata contro un premier, un leader, un partito. Ma ogni testimonianza di chi oggi lo abita riflette una cultura costituzionale distinta e distante da quelle della destra al comando. Dall’album della Repubblica il Capo dello Stato tira fuori la pace, per dire quanto “è ripugnante il rifiuto di chi la nega solo perché si sente più forte”: di fronte alle famiglie devastate in Ucraina e ai neonati morti di freddo in Palestina, non fischiano le orecchie ai putinisti di casa nostra, per i quali il diritto della forza ha ormai soverchiato la forza del diritto e la volontà di potenza giustifica qualunque sopruso neo-imperiale? Tira fuori i padri costituenti, che “di mattina si contrapponevano sulle misure concrete, mentre nel pomeriggio componevano insieme i tasselli della nostra Carta costituzionale”: di fronte a quello spirito no-partisan, non fischiano le orecchie a una coalizione che impone a colpi di maggioranza leggi di bilancio, elezioni dirette del presidente del Consiglio e pseudo-riforme della giustizia? E tira fuori la “grande stagione di riforme” che tra gli anni ’50 e ’70 creò il Welfare e cambiò l’Italia, dalla Legge agraria al Piano casa, dallo Statuto dei lavoratori che sancì dignità e equità nelle retribuzioni al Servizio Sanitario Nazionale che garantì universalità e gratuità delle cure: di fronte all’enormità di queste conquiste, non fischiano le orecchie ai patrioti che spacciano per “storiche” norme liberticide come i decreti-sicurezza, pezze a colori come l’oro di Bankitalia al popolo o pannicelli caldi come la riduzione di un’aliquota Irpef?
Mattarella, ancora una volta, è la prova vivente che un’altra democrazia è possibile. Perché è esistita, come insegna un libro di Patrice Duhamel appena uscito in Francia: alla vigilia delle presidenziali del 1965, De Gaulle entrò in possesso di una vecchia foto che ritraeva il suo rivale Mitterrand a colloquio col maresciallo Petain, capo del governo collaborazionista di Vichy. Se l’avesse usata in campagna elettorale, De Gaulle avrebbe distrutto Mitterrand. Ma tenne la foto nel cassetto: “Se un giorno lui dovesse diventare presidente della Repubblica — spiegò il generale — non ne voglio indebolire la funzione presidenziale”. Altri tempi, altre tempre. Ci aspetta un anno sempre più divisivo o persino distruttivo, prima del voto del 2027. Il referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pm è un’ordalia concepita come punizione di un potere dello Stato contro l’altro: un truce derby “esecutivo versus giudiziario”. Il dibattito sul “premierato forte” e sulla legge elettorale promette solo altri scontri tra curve ultrà, mentre lo stadio della rappresentanza si svuota ogni giorno di più. I fondi del Pnrr sono finiti, le liberal-democrazie sono sfinite. Donne sole al comando, queruli demagoghi e mediocri figuranti infestano le quinte televisive e le piattaforme social, versando odio su odio, senza alcun rispetto per la verità. Parafrasando Hannah Arendt: la propaganda di massa ha scoperto che il suo pubblico è pronto in ogni momento a credere al peggio. Sfogliare l’album della Repubblica insieme a Mattarella è un atto di fede. Magari un giorno scopriremo davvero che “nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”.
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1 Gennaio 2026
Partiti e politici

“La nostra democrazia più forte di tutto”:

il sogno di Mattarella nell’Italia

delle “Schede Bianche”

di Jacopo Tondelli
Ieri il Presidente Sergio Mattarella ha rivolto i tradizionali auguri per il 2026 al Paese. Il passaggio più vibrante e citato dai giornali ha riguardato la forza della “nostra democrazia”, superiore a quella di “ogni possibile ostacolo”. È interessante analizzare alla luce di queste parole, doverose quanto forse troppo ottimistiche, il livello di fiducia e di affezione alla partecipazione e pratica democratica, ben fotografata nel recente libro “Schede Bianche”, curato dagli studiosi Paolo Natale, Luciano Fasano e Roberto Biorcio, ed edito dalla LUISS.
«Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo. Entriamo, inoltre, oggi, in un tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente, dall’economia, all’ambiente, al clima, alle rivoluzioni tecnologiche che investono le nostre vite, ai rischi delle pandemie, alle reti del terrorismo integralista. Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani.»
Sul finale del suo tradizionale messaggio agli italiani, il Presidente della Repubblica ha pronunciato questa frase, candidata naturale a dare il titolo a molti giornali. È un concetto insieme indispensabile e doveroso, eppure che suona come inattuale, ottimistica, e figlia di un tempo – quello della vita pubblica e politica di Mattarella e di molti autorevoli esponenti della cosiddetta Prima Repubblica – in cui le sfide e i pericoli non sembravano meno terribili – il terrorismo, le stragi di mafia, la Guerra Fredda – eppure davvero la fiducia nella partecipazione democratica come metodo, come antidoto, non è mai stata messa in discussione. Ma oggi, è ancora così? E se non lo è, ci sono segni per una possibile inversione della rotta?
Nelle scorse settimane, mi sono dedicato a una lettura attenta del libro “Schede Bianche – Perché gli italiani votano sempre meno”, scritto dal nostro Paolo Natale, Luciano Fasano e Roberto Biorcio, che è un dettagliato viaggio nell’allontanamento del popolo italiano dalla partecipazione democratica, e potremmo dire dal sentimento democratico, che ha nell’astensionismo, dopo tutto, solo un sintomo. Il più evidente, il più facilmente misurabile e modellabile, ma resta un sintomo di ben altre malattie.
Il libro, per chi è appassionato di politica, è anzitutto un avvincente viaggio spazio-temporale nella storia elettorale delle democrazie occidentali, con particolare riferimento naturalmente alla nostra. Attraverso la lente della partecipazione, utilizzando le chiavi tecniche della politologia e della ricerca statistica, il libro ricostruisce le diverse fasi dell’astensionismo italiano, e ci riporta al lungo tempo della “Repubblica giovane” nel quale il non-voto era veramente comportamento marginale, sia nelle statistiche sia per quanto riguarda i pezzi di società dai quali proveniva. Spiegano gli autori che quanti non sentivano il voto come possibile vettore di miglioramento della loro condizione socio-economica erano quelli che non andavano a votare, e cioè circa il 10% della popolazione. Una quota piccola che, per comparazione, dovrebbe farci molto riflettere su quel che è successo dopo, in Italia e non solo.
A far da contrasto col presente, ci sono molti elementi che prendono la forma di dati e numeri estratti dal passato. C’è ad esempio del racconto di quello che è stato, con ogni probabilità e per tante ragioni, non per forza nobili, il paese democratico più politicizzato d’Occidente: l’Italia, appunto. È quello il tempo al quale si riferiva nel suo discorso Sergio Mattarella, un tempo in cui ” le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni”. Questo senso di appartenenza a una parte, ora orgogliosa, ora rivendicativa, ora impaurita per la minaccia comunista, era però catalizzatore di un senso di appartenenza al tutto: a una società che restava una cosa sola, e a una pratica imprescindibile e in fondo desiderabile, quella del voto. Lo scioglimento del caldo ghiaccio del Novecento, in Italia combacia con il crollo del sistema partitico che aveva retto le istituzioni, e siamo a Tangentopoli. Schede Bianche racconta il leghismo, il Berlusconismo e il Movimento 5 Stelle come fenomeni politici molto diversi tra loro ma accomunati dalla capacità di fare da argine alla fuga dalla politica. Fa sorridere, pensando alla carica antipolitica che tutti portavano con sé: ma era un’antipolitica che, in fondo, prometteva che con loro, nei posti di comando, sarebbe stato tutto diverso. Se il problema era la disonestà, loro sarebbero stati puri. Se il problema era l’inefficienza, ecco l’Uomo del Fare. Se il problema era la distanza delle élite dal popolo, ecco i popolani estratti a sorte dell’Uno-Vale-Uno. Solo che, come prevedibile, il lungo ciclo delle alternative miracolose si è esaurito senza far miracoli, e lasciando il paese insoddisfatto della politica, rabbuiato dopo le parentesi tecniche e sempre meno appassionato, sempre più apatico. Così, il paese più politicizzato e partecipante d’Europa – molto interessante, nel libro, la dimensione comparativa e la sua capacità rivelatoria – è diventato uno di quelli che lo è meno: che meno crede alla democrazia, insomma, e meno la pratica. Di fronte a una democrazia che non decide, davanti a un sistema partitico che promette rivoluzioni quando è all’opposizione per poi dedicarsi al business as usual quando governa, gli italiani prima si sono arrabbiati, e ora appaiono arresi: appunto, apatici.
Ecco, l’apatia è una categoria che in Schede Bianche torna, spesso, soprattutto raccontando l’astensione di questo tempo. Una parola che ci riporta al punto da cui siamo partiti, le parole di Sergio Mattarella. L’apatia democratica è compatibile con la forza della democrazia cui ha richiamato il Presidente? Davvero la democrazia di oggi – peraltro in crisi in tutto il mondo, dal punto di vista della capacità attrattiva – è ancora più forte dei suoi avversari? E non è forse questo il vero allarme, quello dell’inutilità percepita del miglior modo di governo che gli umani hanno inventato, il problema di oggi e ancor più di domani? Domande retoriche, dalla risposta probabilmente scontata. Il 2026 che è appena iniziato sarà un anno importante proprio perché non prevede, in linea teorica, appuntamenti elettorali importanti. In teoria, quando si governa si semina l’amore per la democrazia, e poi lo si raccoglie alle urne. Ci aspettiamo, purtroppo, che sarà invece un tempo di regolamenti di conti anticipati e di lunga campagna elettorale. Ma speriamo, come sempre, di essere smentiti.

 

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