6 gennaio 2026: EPIFANIA DEL SIGNORE
Is 60,1-6; Tt 2,11-3,2; Mt 2,1-12
Vorrei partire con una premessa. Per comprendere nel suo significato più profondo, non solo il racconto dei magi, ma in genere tutta la Bibbia, nel suo insieme di Antico e di Nuovo Testamento, gli esegeti ci invitano a leggere il Nuovo Testamento tenendo conto anche del Vecchio, e viceversa. Tutti sanno quanto l’evangelista Matteo, che ha rivolto il Vangelo di Gesù ai cristiani provenienti dal mondo giudaico, si sia servito di numerose citazioni degli antichi profeti, come se tutto fosse già stato previsto e predetto fin dall’antichità. Come a dire: nulla avviene a caso, c’è un Progetto di Dio che si realizza gradualmente nella storia, ma occorre saper cogliere i segni del suo sviluppo progressivo.
Usando un modo di dire che fa parte del nostro linguaggio, possiamo dire che Dio non sopporti quella staticità per cui, ed è il difetto di ogni religione, si vorrebbe ingabbiare la verità di Dio entro schemi così dogmatici da richiedere l’intervento punitivo della stessa gerarchia nei riguardi degli spiriti liberi che vorrebbero guardare al di là di ogni freno inibitorio. In altre parole, Dio non vuole che restiamo seduti, immobili, a goderci quella specie di angolino che ci rende comoda la vita o ci lascia nella paura di osare oltre. Se poi si tratta di qualche emergenza, allora ogni scossa anche forte potrebbe farci uscire da uno stato di prostrazione che crea solo disperazione.
Ed ecco le parole del profeta che riporta l’ordine di Dio: «Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te».
“Alzati!”. Sarei tentato di scrivere un libro sul verbo “alzarsi”. Interessante già notare l’uso frequente che troviamo nella Bibbia, in 23 declinazioni, mentre l’imperativo “àlzati” ritorna ben 86 volte, di cui 53 nell’Antico Testamento e 33 nel Nuovo Testamento. Infine, nel Nuovo Testamento il verbo è presente 20 volte nei Vangeli, 13 negli Atti degli Apostoli e 1 nell’Apocalisse. Come potete notare già dai numeri, il verbo “alzarsi” è molto importante.
Esaminando il significato nella lingua italiana, greca ed ebraica possiamo evidenziare alcuni aspetti rilevanti. Nella lingua italiana il verbo “alzare” indica: il sollevare, spingere, volgere verso l’alto, muovere; riferito a persona invece indica: sollevarsi, cioè levarsi in piedi.
Questi significati evidenziano un passaggio da uno stato ad un altro, da una situazione ad un’altra, da un prima ad un dopo provocando un cambiamento anche radicale.
In greco, negli scritti del Nuovo Testamento il verbo “alzare” all’imperativo, “àlzati”, ordina di dare inizio ad un’azione nuova. Difatti, il verbo “sorgere” indica che uno diventa vivo di nuovo: inizia una nuova vita. Pensate che gli Evangelisti usano lo stesso verbo per indicare la risurrezione di Cristo. Ogni miracolo rimanda al Risorto.
Infine, in ebraico il verbo “alzare o alzarsi” ha una traduzione strana, che troviamo sia riferito ad Abramo nel libro della Genesi, capitolo 12 e 22, sia nel libro del Cantico dei Cantici.
Il Signore ordina ad Abramo: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò». Ci si alza per camminare: verso dove? Qui sta il punto. Si pensa solitamente di andare altrove, chissà dove, lontano. Notate che Abramo è anziano, sterile e non ha figli. Dio lo chiama e lo invita a porsi in cammino. E Dio lo chiama ad uscire dal suo passato, dalla sua sterilità e dal suo essere senza terra, senza un territorio.
Dio lo interpella ad andare verso se stesso. Che significa? Il viaggio di Abramo verso la patria che Dio gli indicherà è verso la sua verità: scoprire chi egli è. Lui si credeva sterile, ramingo (ossia continuava a peregrinare), ma in realtà egli era un padre ed un uomo che aveva un luogo. Dio lo spinge a scoprire la sua fecondità ed a non sentirsi più senza terra, spaesato. Ci si alza quando ci si sveglia dentro, quando ci si lascia illuminare dalla luce divina, che è come un ordine, come quando al mattino, appena spunta l’alba, è un invito ad alzarsi dal letto per iniziare una nuova giornata. Parlare di chiamata potrebbe risuonare un po’ strano, ma è così. La Luce ci chiama alla vita, che è riprendere ogni giorno un cammino soprattutto interiore.
Questa chiamata e questo cammino li troviamo poi nel libro del Cantico dei Cantici, che è un libro d’amore, un inno di amore tra lo Sposo e la sua Sposa. «Ora parla il mio diletto e mi dice: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!”». Lo Sposo chiama la sua sposa ad uscire dal carcere delle sue paure. La invita a scoprire chi essa è, a scoprire la sua bellezza e la sua importanza. Come non lasciarci affascinare da questo invito a scoprire chi siamo, nella nostra bellezza interiore.
So che qualcuno dirà: non c’è tanto egoismo nel dire che bisogna alzarsi verso se stessi? Non sarebbe stato più appropriato dire: àlzati verso gli altri? E qui l’elenco si farebbe lungo pensando a tutti i bisogni degli altri, che ci chiamano a pensare a loro.
Non sono d’accordo, e lo abbiamo sentito in tutte le salse, che pensare agli altri è di aiuto a diventare migliori. Non è così. È esattamente il contrario. Più ci si scopre per ciò che siamo, e lo scopriamo alla luce divina, più saremo poi spinti a pensare agli altri, ma nel modo più corretto, più giusto, più divino. Del resto Cristo stesso ha ridotto tutta la Legge ebraica (ai suoi tempi si trattava di osservare ben 613 precetti, tra negativi e postivi) a un solo comandamento: amare Dio, e di conseguenza amare il prossimo. E spesso il prossimo siamo noi stessi, dimenticando che Dio ama Se stesso in noi. La luce che ci fa alzare ci dà la possibilità di fare le scelte giuste quando vorremmo risolvere qualche emergenza umanitaria. In altre parole, senza una spiccata spiritualità intelligente, ovvero illuminata, il prossimo resterà sempre un estraneo: si finge di fare qualcosa di buono, in realtà copriamo con una falsa compassione umanitaria il vuoto che si ha dentro.
Sto per concludere e qualcuno mi dirà: “Oggi è la festa dell’Epifania, e c’è il racconto dei magi; non dici nulla?”. Forse ci si dimentica che la parola “epifania” significa in greco “manifestazione”, nella Bibbia sempre legata a un intervento divino. E ci si dimentica che i magi sono partiti dall’oriente, “là dove sorge il sole o la luce”, e si sono messi in viaggio alla ricerca di Gesù Bambino, guidati da una stella.
Dio si rivela, non in tutto il suo splendore (come sopportare il bagliore di una luce così potente?), ma in piccoli frammenti di luce, ricordando un “midrash”, racconto ebraico, in cui si spiega perché Dio avrebbe ha creato la luce il primo giorno e il sole, la luna, le stelle solo il quarto giorno. E commenta: “La luce del primo giorno è la luce di Dio, troppo potente perché l’uomo appena creato potesse sopportarla. Allora Dio disse: Gli farò una luce adeguata e gli restituirò la luce del primo giorno quando sarà abbastanza maturo da comprenderla e apprezzarla. Quindi ritirò la luce del primo giorno e la mise in un contenitore. Ma il contenitore era troppo piccolo per una luce così grande: scoppiò e la luce ricadde in una miriade di frammenti sulla terra. E ogni frammento era una scintilla.
Possiamo dire che per ripartire obbedendo all’ordine: “Alzati!”, potrebbe bastarci un ritaglio di luce.
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