
da la Repubblica
05 MARZO 2026
Spagna, un esempio di fermezza
di Massimo Adinolfi
Poi c’è il riflesso qui da noi, in Italia. Ma intanto vale la pena leggere il fermo e vigoroso discorso al Paese del premier spagnolo, Pedro Sánchez: questa guerra è illegale, ha detto, viola il diritto internazionale e non promette nulla di buono. Aumenta l’insicurezza nell’area, fa molte vittime innocenti, e costa cara anche a noi europei. Non condividere la scelta degli Stati Uniti e di Israele non significa avere simpatie verso «il terribile regime degli ayatollah», un regime «che reprime e uccide brutalmente i propri cittadini». Ma questo non autorizza Stati Uniti e Israele a bombardare l’Iran, né dai bombardamenti si può credere che verrà la stabilità dell’area. È già successo, ci siamo già passati, quando fu rovesciato Saddam Hussein. Ne vennero la recrudescenza terroristica e una grave crisi migratoria, «un mondo più insicuro e una vita peggiore».
La questione viene però rigirata così: ha voglia Sánchez ad appellarsi, a reclamare e a esigere, l’ordine internazionale non esiste più. Confidare in esso, nella legalità internazionale, è esercizio vano, vuota retorica. Si sta o di qua o di là: o con Usa e Israele, con la democrazia e contro le dittature; oppure di là, con i nemici dell’Occidente, con i regimi dittatoriali e le autocrazie, ieri con Maduro e oggi con Khamenei, padre e figlio.
Il discorso di Sánchez ha il merito di sottrarsi a un simile, pernicioso aut-aut, per la migliore delle ragioni possibili: per la contraddizione che nol consente. Perché non si può stare dalla parte delle democrazie, sollevarne il vessillo, intestarsene le ragioni, in breve: dirsi democratici, senza darsi al tempo stesso l’obiettivo e indicare i mezzi con cui costruire «un ordine internazionale più giusto».
In realtà, la Spagna e Pedro Sánchez hanno più di un motivo per opporsi alle richieste americane e resistere alle pressioni minacciose di Donald Trump. Non è solo questione di orgoglio nazionale, benché anche quello non guasti (che facciamo? Lo spieghiamo ai sovranisti di casa nostra?): pesa una posizione geografica esposta sul versante mediterraneo, che ha sempre suggerito alle potenze del fianco europeo meridionale — quindi anche all’Italia — atteggiamenti meno contundenti verso l’altra sponda del mare e verso il vicino Oriente; conta un rapporto preferenziale con il mondo latino-americano, in gran parte di lingua spagnola, che ha nelle sue corde forti retaggi anti-coloniali e storiche diffidenze verso gli Usa, la potenza egemone; nel caso del premier socialista, infine, ha un peso anche la grande facilità con cui può marcare le distanze dalla destra e dire una cosa di sinistra: dopo tutto, del trio delle Azzorre che volle l’intervento in Iraq faceva parte l’allora primo ministro Aznar, leader dei popolari spagnoli.
Oltre a tutto ciò, però, sta il punto di fondo, che non parla solo spagnolo perché riguarda anche noi, anche l’Italia. Si può essere infatti i più realisti del mondo, non fermarsi neppure un momento a fare il conto delle vittime, rimanere convinti che l’arricchimento dell’uranio perseguito dalla Repubblica islamica rappresenti una minaccia imminente ed attuale — che è cosa difficile a sostenersi, peraltro, almeno da parte americana, se valgono qualcosa le dichiarazioni di Trump, che dopo i bombardamenti del giugno scorso aveva parlato di «distruzione totale» del programma nucleare iraniano — ma non si può fingere di non sapere che manca un pezzo essenziale a una simile giustificazione dell’intervento militare in corso: quello politico, quello relativo non all’ordine internazionale che non c’è, ma all’ordine internazionale che si vuol costruire, posto almeno che se ne voglia costruire uno.
Il no alla guerra di Sánchez non è né ingenuo né imbelle: è il no a uno sparo nel buio. Ed è anche una posizione decisa, risoluta, che ha il pregio non piccolo della chiarezza e della fermezza. La stessa che si poteva apprezzare nelle parole pronunciate qualche settimana fa dal premier canadese, Mark Carney, nell’intervento a Davos. Anche nel suo discorso, la spaccatura dell’ordine mondiale, «la fine di una bella storia e l’inizio di una realtà brutale», non metteva capo al semplice allineamento — «ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi» — ai desiderata di Washington, ma alla costruzione di un nuovo ordine basato su regole in cui «le potenze medie» — come il Canada, o come la Spagna, sarebbe bello poter dire: come l’Italia — provano a riconquistare la propria autonomia strategica.
Il riflesso da noi, dicevamo. Il riflesso, per ora, non è in nulla simile alla schiena dritta di Carney o al rifiuto opposto da Sánchez. Non somiglia neppure alla posizione di Downing Street, tesa a tutelare gli interessi britannici nell’area, o a quella franco-tedesca, la cui dottrina della sicurezza sta prendendo forma — in tema di nucleare e di riarmo — senza che l’Italia giochi un ruolo significativo. Certo, nessuno è in grado di fare previsioni attendibili, ma intanto la stazione metereologica di Roma non dice né che farà brutto né che farà bel tempo. Dice piuttosto: non pervenuto. E, al fondo, abbiamo scelto un’altra postura, molto più disponibile a spiegare le ragioni di Trump e degli Usa, che non a comporre le ragioni di una solidarietà europea. Così, mentre altri indossano l’elmetto, noi abbiamo messo su, un poco imbarazzati, il cappellino rosso di The Donald.
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da L’Unità
6 Marzo 2026
Membro della Segreteria nazionale Pd
“Spagna di Sanchez una speranza
di fronte alla complicità italiana
e alla pavidità tedesca in Iran”, parla Majorino
«Il duo Trump-Netanyahu ci sta portando in un’ulteriore fase della terza guerra mondiale a pezzi. L’Europa balbetta ma senza Europa non può esserci salvezza. Va contrastato il nazionalismo che ha imbalsamato il progetto dell’Ue»
Interviste – di Umberto De Giovannangeli

PIERFRANCESCO MAJORINO PD
Pierfrancesco Majorino, già europarlamentare, è capogruppo PD Regione Lombardia, membro della Segreteria nazionale del Partito democratico con l’incarico di responsabile Politiche migratorie e Diritto alla Casa.
Il Medio Oriente è in fiamme e a far esplodere la polveriera è stato l’attacco israelo-americano all’Iran. Il mondo è ostaggio del duo Trump-Netanyahu?
Rispondo pensando a Sánchez, premesso infatti che penso tutto il peggio possibile del Regime iraniano e che credo che Khamenei non sia né da piangere né da rimpiangere non posso che dire di ritenere molto importanti, chiare e forti, le parole del Premier spagnolo. Il suo richiamo mi pare assolutamente cruciale e capace di fotografare bene la situazione in cui siamo. Non solo per via della scelta di non garantire appoggio logistico all’azione militare ma ancora prima per le ragioni che stanno alla base di una scelta così netta. Sánchez, infatti, ha detto che strade simili a quelle attuali portano ai “disastri dell’umanità” e che “non si debba giocare alla roulette russa con milioni di vite”. Ecco partirei da qui. Il duo Trump-Netanyahu ci sta portando in un’ulteriore fase della terza guerra mondiale a pezzi, per dirla con Papa Francesco. Un’azione scellerata che è un ulteriore colpo assestato al volto della politica multilaterale, l’ennesimo atto di cancellazione del ruolo dell’Onu e, pure, un’altra sconfitta ancora dell’Unione Europea che sta dimostrando la sua gigantesca e consapevole fuga da qualsiasi volontà di giocare un ruolo nella cosiddetta “azione esterna”.
“La mia moralità è l’unica cosa che può fermarmi”, ha proclamato Trump dopo il blitz in Venezuela. La moralità di un immorale verrebbe da dire…
Ovviamente il Presidente Trump appare come un essere grottesco, con in più, oggi, le ombre terribili che lo riguardano perfino rispetto alla vicenda Epstein. Tuttavia, non vorrei che a furia di dargli del matto, dell’iracondo, o perfino dell’immorale, ne sottovalutassimo un aspetto. Trump è il portavoce autentico di un progetto politico, è espressione di una domanda presente nella società occidentale, è colui che alimenta la destra radicale non per caratteristiche dell’uomo ma per, ahinoi, visione. Una visione spregevole da sfidare con grande radicalità e senza timori.
Lo dicevo prima: l’Europa ne esce in modo disarmante. Ma, sinceramente, possiamo dirci stupiti? Per mesi l’Europa non è riuscita nemmeno a esprimere parole nette di fronte al massacro di Gaza. Nemmeno decine di migliaia di bambini morti hanno imposto un cambio di passo vero. È dunque ovvio che oggi in un quadro anche complesso sul terreno geopolitico l’Unione Europea balbetti. Eppure, dobbiamo anche dirci che nel mondo attuale che si nutre della fine della logica multipolare non ci possa essere salvezza senza l’Europa. Dobbiamo essere determinatissimi su questo punto. Il nazionalismo che, come un contagio, ha colpito i paesi europei imbalsamando il progetto dell’Unione va infatti contrastato con molta nettezza. Esso è la sponda utile nei confronti di Trump. Anche per questo ripartivo da Sanchez, perché di fronte alle pavidità tedesche e alle complicità italiane almeno lì c’è una speranza diversa. Se facciamo un piccolo passo indietro ci accorgiamo che in questi ultimi anni abbiamo prodotto un paradosso, che è proprio quello su cui il Presidente Trump fa leva. In pratica egli ci dice: “volete la fine del regime iraniano? Volete la libertà per le ragazze, i ragazzi, le donne? Bene, non c’è alternativa rispetto a quello che stiamo facendo!”. Ma il problema, enorme, è che in tutti questi anni la comunità internazionale ha voltato le spalle di fronte all’Iran, ha palesemente ignorato il grido di dolore che esprimeva una fascia vasta di popolazione in Iran, ha rinunciato a qualsiasi vera forma di pressione, ha evitato di inasprire le sanzioni, non ha prodotto particolari strategie sul terreno diplomatico. Insomma, il mondo ha sentito il grido “Donna, vita, libertà” e ha consapevolmente ed esplicitamente rinunciato ad assumere posizioni potenti. Si è voltato dall’altra parte. E di fronte alla rinuncia, Trump e Netanyahu ne approfittano. Per questo bisogna ripartire dall’Europa e da altre forme di azione politica multipolare. Perché l’alternativa è e sarà sempre di più la barbarie degli imperi, che esprimono perfino al loro interno, guardiamo all’ICE, forme di rottura della cultura democratica laddove la avevano. Sono poi quelli che ora fanno perfino finta di ricordarsi del tema dei diritti civili e umani. Uno spettacolo osceno poiché sono ben altre logiche, innanzitutto quelle connesse al tema energetico, del petrolio e poi pure all’economia di guerra, ad alimentare le scelte.
La figuraccia del ministro Crosetto, i farfugliamenti del ministro Tajani, gli americani che si dimenticano di avvisare l’Italia dell’attacco. Ma Giorgia Meloni non era nel cuore del tycoon?
Secondo me è una storia patetica, che ha pure alcune cose da chiarire, in relazione alla condotta individuale del ministro. Fanno bene i parlamentari dell’opposizione a insistere su questo. La posizione del governo Meloni, tuttavia, per me non è da giudicare solo in relazione al tasso di influenza che esercita. Ma proprio perché è una posizione neonazionalista assolutamente e fieramente consapevole. Non dimentichiamoci, inoltre, che sono stati i primi, i nostri governanti, a fare da sponda a Netanyahu, mentre realizzava la strage di Gaza.
A proposito del Governo e di un altro tema caro a questo giornale. La Chiesa contro il Governo “Disumano con i migranti”, titola l’Unità, riprendendo il duro j’accuse di mons. Lorefice, arcivescovo di Palermo e dei vescovi calabresi. Siamo alla disumanità che si fa Governo?
Assolutamente sì, ed è sacrosanto insistere, denunciare. Sull’immigrazione si gioca una partita cinica fondata sulla volontà del governo di alimentare la cultura dell’emergenza permanente, quella che poi giustifica le peggiori spirali repressive. Del resto, non governano il fenomeno, lo fanno esplodere appena possono e poi si mettono lì a dire “avete visto?! C’è l’invasione!”. E invece come ripetiamo da mesi si dovrebbe proprio fare il contrario. Affrontare con razionalità e buonsenso un fenomeno epocale e ineluttabile come quello migratorio che richiede assunzione di responsabilità da condividere. Ricordo, ancora una volta, le nostre proposte. Che non sono, quelle, come ridicolmente viene raccontato, del “facciamo entrare tutti”. Noi proponiamo che si aprano nuovi canali d’accesso legali e sicuri, all’Europa, il che peraltro permetterebbe pure di controllare i flussi, al loro interno, maggiormente. Non dobbiamo far sì che i migranti finiscano sui barconi. Ma per questo non servono leggi che criminalizzino ancora di più il soccorso in mare ma, invece offerte di vie per entrare legalmente. E in attesa che esse si realizzino diciamo di avviare una Mare nostrum europea, perché quello del salvare le vite deve essere un compito delle istituzioni. E poi, qui, in Italia, diciamo: si cancelli la legge Bossi Fini, il senatore Delrio a nome del PD ha presentato su questo punto un ottimo disegno di legge. Che introdurrebbe, se approvato, tra l’altro, la possibilità di riconoscere un permesso di soggiorno a chi fa ingresso in Italia senza un contratto di lavoro in tasca ma per cercarlo. È la vecchia proposta della Campagna “Ero straniero”. Un modo per cancellare la dimensione della clandestinità, e assestare un gran bel colpo alle mafie che sfruttano il lavoro irregolare, al caporalato. Un’innovazione importante che, in questo Paese, continuiamo colpevolmente ad ignorare. E poi serve un grande piano per l’integrazione e l’inclusione sociale. Il problema non è costituito da una drammatica “invasione” da cui proteggersi ma semmai dal fatto che troppi, tra coloro che arrivano, finiscono, totalmente privi di documenti e politiche di integrazione appunto, ad alimentare la dimensione dell’emarginazione.
Altro titolo su un altro caso vergognoso: “Imprigionato e assolto. Invece di risarcirlo lo deportano in Albania”. È il caso di Huseyin Durali, ben raccontato su questo giornale da Angela Nocioni, tenuto ingiustamente 28 mesi incarcerato in Calabria con l’accusa infondata di essere uno scafista, senza nemmeno essere stato additato come tale da nessun migrante sbarcato. Assolto per non aver commesso il fatto. Eppure, per aver richiesto le sue cose, è stato impacchettato e spedito in Albania. Cosa racconta questa storia?
Racconta di che pasta è fatta la classe dirigente che ci governa. E quale sia l’uso dei centri d’Albania. Diciamocela tutta: siamo di fronte a luoghi totalmente inutili per la gestione dei rimpatri, particolarmente costosi (è oggi facile immaginare che supereremo presto il miliardo di euro impiegato) e micidiali sul terreno del rispetto dei diritti umani. Servono solo ad una cosa: far vedere in qualche trasmissione televisiva che c’è un luogo dove gli “invasori” vengono trattenuti. Una finzione oscena. Potrebbero allestirci direttamente un set televisivo di Telemeloni. Con tanto di striscia quotidiana. Almeno i poliziotti lì impiegati avrebbero qualcosa di cui occuparsi. È una vergogna totale. Mi faccia poi aggiungere che con quei soldi potremmo, a proposito di questioni vere, materiali, sistemare buona parte delle centomila case popolari vuote presenti in Italia. Insomma, per dirla tutta: la distrazione di massa è servita e avviene pure sulla pelle di chi, stranieri o italiani che siano, avrebbe bisogno di ben altre politiche.
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