Omelie 2013 di don Giorgio: Sesta domenica dopo il Martirio di S. Giovanni

6 ottobre 2013: Sesta dopo il Martirio di S. Giovanni Battista

1 Re 17,6-16; Eb 13,1-8; Mt 10,40-42

Il primo brano, tolto dal primo libro dei Re, ci offre una pagina di grande umanità. Protagonisti sono il profeta Elia e una donna di Sarepta, vedova, povera e straniera.
Soffermiamoci anzitutto sul profeta Elia, che è stato uno dei più grandi profeti dell’Antico Testamento, anche se non ci ha lasciato nulla di scritto, come invece hanno fatto Isaia, Geremia, Ezechiele, e tanti altri.
Elia è stato un uomo di Dio, tanto sanguigno quanto umano: uno che ha sfidato fino al sangue i falsi profeti di Baal ed è stato tanto umano da sentirsi fragile e debole fino a augurarsi la morte. Ha eccitato la fantasia popolare: al popolo piacciono i personaggi forti, così da ritenerli immortali. Secondo la credenza popolare Elia non conobbe la morte. L’autore sacro, infatti, narra la sua eccezionale ascesa al cielo su un carro di fuoco. E dal cielo se ne cominciò ben presto ad attenderne il ritorno. Come accadde con Enoc e Melkisedek, anche la figura “super-umana” di Elia venne investita di qualità “messianiche”.
Un’aggiunta posta in fine al Libro di Malachia (3,23-24) e di data imprecisabile – spiega un esegeta – diceva che un giorno Elia sarebbe ritornato sulla terra per fare opera di pacificazione in Israele e di invito alla conversione prima del Giorno Grande di Jahve, prima cioè del Giudizio finale. L’attesa di Elia è documentata anche all’epoca di Gesù, come dimostrano i numerosi accenni nei testi che entrano a far parte del Nuovo Testamento, ove il profeta è sovente affiancato al personaggio di Giovanni Battista. Nell’enorme fioritura di leggende intorno al suo conto, Elia si muove sempre fra due estremi: quello della sua predicazione infuocata e dello “zelo per il Signore”, dimostrati con la sfida e il massacro dei profeti di Baal sul monte Carmelo (1Re 18,20-40), e quello della sua attività “nascosta” in seguito all’ascensione. Nella cena pasquale si ha il “calice di Elia”, tenuto colmo sperando che egli venga a comunicare l’arrivo del Messia attraverso la porta di casa lasciata socchiusa. Si riteneva anche, a livello popolare, che Elia venisse costantemente sulla terra, senza essere riconosciuto, a sostenere i poveri, i malati e i moribondi. Si spiega, così, il fatto che, quando Gesù in croce grida l’avvio del Salmo 22 in aramaico ’Elî, ’Elî, lemâ sabachtanî («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), la folla che assiste confonda quell’’Elî, ’Elî come un’invocazione rivolta al profeta protettore dei moribondi: «Alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia!”… Gli altri dicevano: “Vediamo se viene Elia a salvarlo!”» (Matteo 27,47.49).
Il nome di Elia è invocato nelle discussioni rabbiniche ogni qualvolta una questione risulti insolubile: “Verrà il profeta Elia e risolverà le difficoltà”.
Elia ha un posto di rilievo anche nelle tradizioni islamiche, ove è venerato come al-Kadir, “il Verde”, simbolo di fecondità spirituale. Questo già a partire dal Corano: il profeta compare infatti nella sura 17 (65-82) con un ruolo davvero interessante, come “sapiente nascosto” (non viene nemmeno nominato: l’identificazione è tradizionale), dispensatore di enigmi e di prove che Mosè non riesce a superare.
Nella tradizione cristiana, infine, il nome di Elia viene costantemente associato all’esperienza ascetica e mistica. Gli stessi Padri della Chiesa, fin dall’antichità, interpretano in senso eucaristico gli episodi dell’incontro con la vedova di Sarepta e della visita sul monte Oreb da parte di un angelo, che offre al profeta sconsolato e desideroso di morire una «focaccia cotta su pietre infuocate e una brocca d’acqua», mentre sotto la protezione di Elia, segno “profetico” di pacificazione e di ascesi, si pone l’Ordine Carmelitano, o per meglio dire della Beata Vergine del monte Carmelo.
Elia è uno tra i profeti da me preferiti. Mi piace moltissimo. Mi piace per la sua irruenza: il libro del Siracide così lo descrive: “Allora sorse Elia profeta, come un fuoco, la sua parola bruciava come fiaccola”. E mi piace per il suo coraggio, per la sua determinazione, per la sua coerenza, per la sua fedeltà al volere del Dio assoluto. Assoluto vuol dire sciolto da ogni vincolo. Chi serve Dio non può che essere libero come Dio. Dobbiamo stare attenti: il termine “religione” deriva da legame. La religione è un mezzo, solo un mezzo per servire il Dio assoluto, sciolto dunque da ogni legame, anche dalla religione. Ecco perché nell’Antico Testamento più volte Dio rivendica la sua gelosia: Dio è geloso. Non vuole rivali. Anche i profeti erano gelosi: gelosi della causa di Dio. Come Dio non sopporta il potente superbo che gli ruba il posto, così il profeta non sopporta chi gli ruba la libertà di essere portavoce del Dio assoluto.
Ma Elia mi piace anche per la sua grande umanità: tanto severo con i potenti, quanto umano, tenero con i più deboli, con i poveri, con i sofferenti. Egli è stato umano, perché ha provato anzitutto su di sé la precarietà dell’essere umano. Una precarietà dovuta anche al fatto di sentirsi solo. Chi lotta contro il potere vive continuamente la propria precarietà. Sa di non essere protetto da alcuna struttura. È solo. Ma è libero. La libertà in fondo è solitudine. Solo davanti al mondo. E Dio talora tace, lo mette alla prova.
Elia infatti riceve dal Signore l’ordine di annunciare una grande siccità al re Acab (regnò nel IX sec. a.C. nel Regno d’Israele, o del Nord). Il re non riceve bene questo annuncio e minaccia il profeta che è costretto a fuggire nel deserto, tra le rocce, in riva al torrente Cherìt, nutrito dai corvi. Elia è solo con Dio solo.
Vorrei fermarmi un attimo, e proporre anche a voi alcune riflessioni che ho trovato su un vecchio libro di meditazioni sulla Bibbia. L’autore, Gastone Brillet, scrive: «C’è il Signore che l’ha condotto lì. C’è il Signore. Elia è solo con Dio solo. La sua unica conversazione è con Dio… C’è una maniera per cui Dio “è”, facendo sì che Egli sia solo. C’è una maniera per cui Dio è “lì”, facendo sì ch’Egli sia il solo presente. C’è per l’uomo una maniera di trovarsi “davanti a Dio” facendo sì che sia Suo, solo Suo, solo per Lui. Queste cose Elia non le dice, ma le sente… Forse come nessuno ai suoi tempi, come pochi dopo di lui. Le sente e le vuole. Vuole che l’intera sua vita sia davanti a Dio, per Dio, di Dio. “Il Signore alla cui presenza io sto!”: sarà la sua parola d’ordine. Ecco che cosa significa essere soli. Noi siamo chiamati a questa solitudine più volte al giorno. E non comprendiamo di quale solitudine si tratti e non percepiamo la chiamata. Quando giunge per me il momento della preghiera io sono chiamato alla solitudine, sulle rive di un torrente. Una solitudine piena di una Presenza, intensa di una Vita, dalla quale uscirò più uomo e migliore servitore di tutti. Ma c’è di più: io posso, se lo voglio e se lo chiedo, non uscirne più. Ci sono degli uomini che non escono quasi mai dalla solitudine e uomini che non ne escono affatto. E sono degli uomini d’azione. La storia dei santi non è in fondo che una storia del genere».
Elia, proprio perché ha sentito su di sé la precarietà dell’essere umano e la solitudine come profeta del Dio assoluto, ha sentito compassione, ovvero ha patito insieme, con i più deboli. L’episodio della Messa è un esempio. Anche il torrente Cherìt diventa asciutto a causa della siccità, perciò Elia sempre su ordine di Dio va in Fenicia, nella terra pagana di  Sarepta di Sidone. Sì, in una terra pagana. Anche Gesù, ricordando l’episodio, farà notare questo particolare. Qui Elia chiede da mangiare ad una vedova povera, la quale, fedele alle leggi dell’ospitalità, divide con lui e con il proprio figlio tutto quel che le rimane per vivere. Da allora la farina e l’olio non si esauriranno più fino alla fine della carestia in casa di quella donna. Talora mi chiedo se le crisi economiche siano dovute al venir meno delle cose o non sia dovute ad un eccesso di cose che teniamo tanto care da non capire che, dividendole secondo la legge della giustizia evangelica, potrebbero moltiplicarsi per tutti.  Più siamo egoisti, più alla fine ci rimettiamo tutti quanti. Non è così? Ho trovato queste parole di cui non si conosce l’autore: «Spendi l’amore a piene mani! L’amore è l’unico tesoro che si moltiplica per divisione: è l’unico dono che aumenta quanto più tu ne sottrai. È l’unica impresa nella quale più si spende più si guadagna. Spargilo ai quattro venti, svuòtati le tasche. Scuoti il cesto, capovolgi il bicchiere e … domani ne avrai più di prima”.
Se poi pensiamo che in Dio amore e giustizia sono la stessa cosa, forse noi credenti dovremmo rivedere anche le nostre idee sulla giustizia.
«Essere di Dio significa essere degli altri e “stare davanti a Dio” significa servire i poveri. “I poveri sono i nostri padroni” era vero anche prima di San Vincenzo de’ Paoli, anche prima del Vangelo e prima di Elia, perché sta scritto nella coscienza umana. Ma di tanto in  tanto sorge in mezzo agli uomini qualche testimone della carità che ce lo ricorda. Il Pater che noi recitiamo ogni giorno, e solennemente durante la Messa, davanti al Corpo e al Sangue di Cristo, deve servire proprio a ricordarci quella legge, perché dire: “Dacci il nostro pane” equivale ad assumersi l’impegno di dividere il proprio con gli altri». (Gastone Brillet)
Dopo la vittoria sul Monte Carmelo sui quattrocentocinquanta falsi profeti, che aveva sfidato da solo, Elia deve di nuovo fuggire, e va verso il monte di Dio Oreb. Ecco perché mi piace Elia: sempre in fuga braccato dal potere. Gli spiriti liberi non si accasano mai.  Non possono.
Durante il cammino, Elia di nuovo cade in una forte depressione: sente la solitudine e vuole morire. Ancora: lui solo con Dio che sembra assente. Superata la crisi, il profeta giunge sulla montagna. Qui trova di nuovo il suo Dio. In forma misteriosa e per enigma, il Signore gli annuncia che sta per passare. Ed ecco che un uragano terribile che spacca le rocce si precipita su di lui e passa; poi un terremoto poi il fuoco. E il racconto insiste nel ripetere: “Il Signore non era nel vento… il Signore non era nel terremoto… il Signore non era nel fuoco…”.  Infine Elia sente “un sussurro di brezza leggera. Come lo sente, si copre il volto con il mantello, esce e si ferma all’ingresso della caverna”. Qui incontra il Signore.
È un episodio che fa riflettere, soprattutto noi occidentali che viviamo di rumori, di cose eclatanti. Un episodio che dovrebbe far riflettere noi credenti sempre alla ricerca di miracoli o di cose sensazionali. Il profeta è colui che ha gli orecchi molto sensibili: Dio parla attraverso una brezza leggera. Una struttura, se è pesante, difficilmente potrà ascoltare la voce di Dio. La Chiesa rifletta!

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