Il «Giovedì nero» di Milano e il ruolo di La Russa (oggi)

da Il Corriere della Sera
Rassegna storico-politica

Il «Giovedì nero» di Milano

e il ruolo di La Russa (oggi)

GIANLUCA MERCURI
Ignazio La Russa ha voluto commentare in questi giorni i fatti di Torino. La seconda carica dello Stato, come fa abitualmente da quando ha questo ruolo, è intervenuto nel dibattito acceso dalla brutale aggressione del poliziotto durante il corteo di sabato scorso, organizzato per sostenere il centro sociale Askatasuna dopo lo sgombero di dicembre e degenerato in scontri violentissimi.
Il presidente del Senato ha prontamente sottoscritto la tesi sostenuta da tutto il centrodestra, fin dai mesi delle imponenti manifestazioni per Gaza, secondo cui tutti i manifestanti condividono la responsabilità degli incidenti, perché darebbero sostegno diretto o comunque copertura indiretta ai facinorosi. Ha detto La Russa dopo Torino:
«Stento a credere che tra i partecipanti alla manifestazione ci fossero molte persone ignare dell’esito violento che, per colpa di una nutrita frangia, ci sarebbe stato di sicuro. I violenti, in questi casi, sono come i pesci che hanno bisogno dell’acqua e i partecipanti, volenti o non volenti, gliela forniscono».
Intervistato dalla nostra Paola Di Caro, La Russa ha poi aggiunto considerazioni sulla tenuta democratica:
«C’è una tensione che alcuni tentano di canalizzare nelle piazze creando disordini con l’intenzione di sovvertire le regole democratiche. Un vero attacco allo Stato. E di fronte a fatti ripetuti o gravissimi come l’aggressione al poliziotto al corteo di Torino, che ha scioccato e preoccupato gli italiani, sarebbe improvvido non fare nulla, non agire».
Quanto al paragone, proposto da molti, con gli anni ’70, per il co-fondatore di Fratelli d’Italia «il clima è diverso e fortunatamente non ci troviamo di fronte a rischi così gravi dal punto di vista politico. Ma il problema dell’ordine pubblico esiste eccome, e soprattutto della tutela di chi l’ordine è tenuto a farlo rispettare».
Che La Russa parli spesso da esponente di punta della destra più che da seconda carica dello Stato è ormai una consuetudine. Nell’intervista al Corriere si nota una posa più istituzionale, mentre nelle prime dichiarazioni si avverte il tono dell’intenditore, dell’antico cultore della materia che non resiste alla tentazione di intervenire. Il suo passato di leader del Fronte della Gioventù milanese e il suo ruolo di protagonista proprio negli anni ’70, così distante da quello di oggi, agli occhi di molti italiani (almeno di quelli che non si riconoscono nel centrodestra) dovrebbero suggerirgli di astenersi dai commenti sugli scontri di oggi.
Il matematico-filosofo Piergiorgio Odifreddi, intervenendo a L’aria che tira di David Parenzo su La7, ha espresso questo punto di vista nel modo più duro, probabilmente non il più efficace. «Ignazio La Russa faceva parte di Fronte della Gioventù, organizzava manifestazioni e in una di queste è morto un poliziotto», ha detto Odifreddi riferendosi al cosiddetto Giovedì nero di Milano, i moti fascisti in cui nel 1973 fu ucciso l’agente Antonio Marino. Ed ecco la stoccata dello scienziato, che in questi anni si è distinto tanto per il talento divulgativo quanto per la vis polemica sulle questioni politiche, con posizioni tipiche della sinistra radicale:
«La Russa fu considerato il mandante morale di quello che accadde».
Parenzo è subito intervenuto in difesa del presidente del Senato, che «non ha ammazzato nessuno». Ha aggiunto il conduttore: «Odifreddi, non possiamo parlare in questo modo della seconda carica dello Stato». La Russa, da parte sua, ha fatto sapere che sta valutando la querela nei confronti di Odifreddi.
Qui può essere utile una ricostruzione d’archivio di quei tragici fatti, davvero rimossi, davvero occultati. Quanti milanesi, quanti italiani, quanti giornalisti sanno cos’è stato il Giovedì nero di Milano? Ripercorriamo i punti fondamentali.
Anzitutto, chi era Antonio Marino.
Dal sito dell’Associazione poliziotti italiani:
«Antonio Marino era un giovane agente di Pubblica Sicurezza, in servizio presso la seconda compagnia del III Reparto Celere di Milano. Nato nel 1952, aveva solo 21 anni al momento della sua morte. Era noto tra i colleghi per il suo impegno e il senso del dovere che lo contraddistingueva». «Gli anni ’70 in Italia – si legge ancora sul portale dell’Api – furono segnati dalla cosiddetta “strategia della tensione”, un periodo caratterizzato da violenze politiche e attentati terroristici. Il 12 aprile 1973, il Movimento Sociale Italiano (MSI) e il Fronte della Gioventù organizzarono a Milano una manifestazione contro la “violenza rossa”, nonostante il divieto imposto dalla Questura. Tra i partecipanti vi erano esponenti di spicco della destra neofascista, come il senatore Ciccio Franco». «Nel corso degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, in via Bellotti, furono lanciate tre bombe a mano del tipo SRCM contro la polizia. Una di queste colpì al petto Antonio Marino, uccidendolo sul colpo. L’esplosione causò uno squarcio di 30 centimetri sul torace dell’agente, come riportato dal medico legale. Un ragazzo di 14 anni fu gravemente ferito da un proiettile durante gli scontri».
Bisogna immaginare quel clima terribile, o ricordarselo se si ha una certa età (qui un video di tre minuti e mezzo che fa fare un salto impensabile in quell’epoca: le facce, i gesti, le strade, l’esplosione, il corpo). Fu una giornata di autentica guerra civile e violenza fascista, con bombe, aggressioni e atti di vandalismo.
Ha scritto Il Giorno nell’anniversario di tre anni fa:
«Sono passati 50 anni da quello che è passato alla storia come il Giovedì Nero di Milano e alcuni degli attori di quei tragici fatti sono ancora protagonisti sulla scena politica nazionale, come i due fratelli Ignazio e Romano La Russa, all’epoca in testa al corteo che attraversò e sconvolse Milano e oggi, rispettivamente, presidente del Senato e assessore lombardo alla Sicurezza. Entrambi furono ritenuti estranei ai fatti di sangue di quel 12 aprile 1973».
La violenza si scatenò dopo che il prefetto Libero Mazza decise di vietare il corteo fascista, che aveva inizialmente autorizzato e che avrebbe dovuto sfilare da piazza Cavour a piazza Tricolore. Il clima di tensione suggerì alle autorità il contrordine. Pochi giorni prima, il 7 aprile, c’era stato il fallito attentato sul treno direttissimo Torino-Genova-Roma, organizzato dai militanti del Circolo La Fenice (una costola del gruppo Ordine Nuovo). Il neofascista Nico Azzi, iscritto fino a poco tempo prima al Movimento sociale, era rimasto ferito a una gamba facendo esplodere anzitempo, per errore, una parte del mezzo chilo di tritolo che stava sistemando nel bagno di un vagone. Poco prima, secondo le testimonianze, lui e i suoi complici avevano avuto cura di farsi vedere immersi nella lettura di Lotta Continua, chiaro tentativo di fare ricadere la colpa della strage sugli ambienti di sinistra.
Ma non è solo per il clima che creò con quel gesto, che Azzi è uno dei protagonisti di questa storia. Fu proprio lui, infatti, a fornire ai camerati le bombe esplose cinque giorni dopo a Milano.
Alla manifestazione del 12 aprile – e questo fu uno dei motivi per cui il prefetto l’aveva vietata – si presentò dunque il senatore missino Ciccio Franco, leader dell’insurrezione fascista di Reggio Calabria nel 1970, ideatore dello slogan «boia chi molla». Con lui, fascisti provenienti da varie parti d’Italia e lo zoccolo duro dei sanbabilini, ovvero i frequentatori del bar Ginrosa che avevano trasformato piazza San Babila in una zona off limits per i giovani di sinistra. Molti gli iscritti al Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile dell’Msi.
I vari gruppi si ritrovarono nella sede missina di via Mancini, altri avanzarono da piazza Oberdan, in Porta Venezia, altri ancora presidiavano già piazza Tricolore e Corso Concordia. Da lì, racconta il Post,
«partì una delegazione diretta in prefettura per protestare contro il divieto di manifestare. La delegazione era guidata da Franco Maria Servello, federale di Milano (i dirigenti del Movimento Sociale si davano questo titolo). Con lui c’erano i parlamentari Franco Petronio e Ciccio Franco. C’era anche Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato, allora segretario lombardo del Fronte della Gioventù».
Alle 5 e mezza del pomeriggio si scatenò l’inferno. I fascisti assaltarono la Casa dello studente di viale Romagna e il Liceo Virgilio in piazza Ascoli, considerati pieni di «rossi». «Sembravano un’orda di barbari intenta a distruggere, a saccheggiare, a ferire, a devastare», scrisse il procuratore Guido Viola nell’ordinanza di rinvio a giudizio di alcuni dei responsabili.
Alle 6 e mezza, il lancio della prima bomba, che ferì un poliziotto e un passante. Poco dopo, la seconda. Quella che uccise Antonio Marino.
Era l’incrocio tra via Kramer e via Belotti (siamo tra Porta Venezia e piazza Risorgimento, un’area oggi cuore di una movida vitalissima e cosmopolita, che qualsiasi giovane di questi anni faticherebbe a identificare con un campo di battaglia). I due ordigni sono bombe a mano Srcm Mod 35, in dotazione dell’esercito: sono quelli procurati da Nico Azzi. Marino, originario di Puccianiello, in provincia di Caserta, da due anni in polizia, si lancia per salvare un collega e muore colpito al petto. Le schegge travolgono altri 12 celerini, ferendoli. Dopo ore di battaglia nel centro di Milano, vengono arrestati 150 manifestanti, 70 rilasciati subito, gli altri incriminati per ricostituzione del partito fascista.
Le indagini accertarono che a lanciare le bombe furono Vittorio Loi, 21 anni, figlio del campione di pugilato Duilio, e Maurizio Murelli, 19 anni. Decisiva la testimonianza di Gianluigi Radice, segretario provinciale del Fronte della Gioventù, che intascò la «taglia» di 5 milioni di lire offerta dal Movimento sociale a chi avesse denunciato gli esecutori materiali, dopo che il partito di Giorgio Almirante si era subito dissociato dai fatti.
Furono proprio Murelli e Loi ad accusare inizialmente i fratelli La Russa. Soprattutto Romano che, dissero, sapeva che nel corteo c’erano tre bombe. «Ricordo di averle mostrate in piazza del Tricolore dopo aver lanciato la prima bomba ad alcuni tra i quali La Russa Romano», che «per parlare meglio tirò su il sottocasco, una specie di passamontagna», fu la testimonianza di Murelli. Loi disse che Romano La Russa era «tra coloro che maggiormente aizzavano in piazza Oberdan guidando successivamente i disordini». Murelli, nella ricostruzione di Repubblica, disse che Ignazio La Russa, pur facendo parte dell’ala del Movimento sociale considerata più legalitaria e istituzionale, «si era sentito leso dalle critiche di inazione e rammollimento che noi giovani gli muovevamo, pertanto volle dare una dimostrazione». Ma poi i due esecutori materiali ritrattarono, dicendo di aver lanciato false accuse perché si erano sentiti traditi.
La posizione di Ignazio La Russa fu archiviata, Romano fu rinviato a giudizio per resistenza e adunata sediziosa e assolto dopo che per lui la Procura aveva chiesto due anni.
Loi e Murelli furono condannati nel 1975 a 23 e 20 anni, poi ridotti nel ’77 a 19 e 18. Nico Azzi fu condannato a due anni per aver procurato le bombe, il Movimento sociale pagò i 22 milioni di lire di risarcimento alla famiglia Marino cui erano stati condannati Loi e Murelli (qui la storia processuale,dal sito del ministero della Cultura, con il tentativo non riuscito di identificare Franco Servello come mandante).
Questa è anzitutto la storia misconosciuta di un giovane poliziotto morto davvero in modo eroico, cui solo nel maggio 2009, per volontà del presidente della Repubblica Napolitano, fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile. E solo l’anno dopo, nell’aprile 2010, il Comune di Milano inaugurò un giardino dedicato alla memoria dell’agente Antonio Marino in piazza Fratelli Bandiera, a due passi dal luogo in cui era stato massacrato.
Questi sono i fatti. Ci sono le responsabilità giudiziarie e ci sono le responsabilità storiche. Il presidente del Senato ritiene oggi, nonostante questa sua esperienza o forse proprio per quella, di potere intervenire con i suoi giudizi sia sui fatti contingenti sia sui fenomeni politici che li muovono. Il punto è che sceglie di farlo in un ruolo di parte, di rappresentante storico della destra neofascista, poi a suo agio nella definizione di postfascista: espressione più ambigua che consente di distanziarsi dal retaggio violento, di «non restaurare né rinnegare» (il regime mussoliniano come la storia missina) secondo la formula almirantiana che tuttora indirizza la destra italiana.
La Russa sembra come sospeso tra un presente in cui anche lui, probabilmente, desidererebbe che il suo ruolo di garanzia fosse riconosciuto da tutti gli italiani, e un passato che invece lo trascina puntualmente in baruffe cui non riesce a resistere. Forse la voglia di rivincita storica prevale sulle considerazioni istituzionali, forse è rassegnato al fatto che almeno metà degli italiani non si fiderà mai di lui e non fa nulla per smuoverli dal loro giudizio. E allora baruffa dall’alto scranno, col senso di rivalsa che gli dà il pensare a quando baruffava in altri modi nelle piazze, additato con i suoi camerati come un rifiuto della storia.
Se il presidente del Senato spera ancora di essere il presidente del Senato di tutti, se lo desidera davvero, una buona occasione è prendere spunto dagli ultimi episodi, dalle ultime baruffe. Per esempio: potrebbe evitare di querelare Odifreddi, raccontare come visse quei giorni tremendi e come certamente gli pesa sul cuore il ricordo del povero agente Marino. Sarebbe un tentativo vero di rasserenare il clima. Un servizio importante alla patria – la patria di tutti -, alla sua parte politica e probabilmente anche a se stesso.

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