L’EDITORIALE
di don Giorgio
Il Cristo morente ha donato all’umanità
il suo Spirito, senza dover urlare!
Quando scrivo un libro o stendo un articolo per il mio sito oppure realizzo un video penso subito al titolo da dare. Così come quando con Martina intendiamo realizzare una mostra dei suoi dipinti.
Il titolo ha una sua importanza, anche se talora quello scelto dall’autore dice nulla o quasi: lo vediamo quando promuovono un libro dal titolo strano. Però, il titolo può anche dare una falsa impressione sul contenuto del libro.
Può succedere che nelle interviste rilasciate ai giornali si dia un titolo sbagliato, fuori posto, tanto per attirare i lettori, e il titolo, una volta, non so oggi, era di proprietà del Direttore del Giornale. Ne son qualcosa. Volevo querelarne uno, poi ho lasciato perdere. Mi ricordo che anche il cardinale Giovanni Colombo si era più volte lamentato, non so se con il Corriere della Sera, perché dava titoli fuorvianti alle sue interviste.
Perché ho fatto questa lunga premessa? Proprio a causa del titolo di un opuscolo sulla Via Crucis, proposto quest’anno dalla Curia milanese. Ecco il titolo: “Gesù, dando un forte grido, spirò”. Queste parole sono state prese dal Vangelo secondo Marco (15,37). Più o meno così descrivono la morte di Gesù anche gli altri due Sinottici (Matteo 27,50; Lc 23,46). Non è necessario che ce lo dicano gli esegeti, si capisce al volo che, anche solo leggendo la scena del Calvario, i tre Sinottici la ambientino in un contesto fortemente drammatico e tenebroso.
Rileggiamo il brano del Vangelo secondo Matteo (37,45-54):
«A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
Invece, nel Vangelo secondo Giovanni, il Calvario è rappresentato come il momento culminante della manifestazione della gloria di Gesù e della sua luce divina, spesso in contrasto con l’oscurità del mondo.
Giovanni presenta il Calvario in un alone di Luce o di Gloria. La passione non è un abbassamento, ma un’esaltazione. La croce è il trono da cui Gesù regna e attira tutti a sé. La “gloria” di Gesù si manifesta proprio nel momento del suo dono totale sulla croce.
L’evangelista Giovanni presenta spesso la passione come uno scontro tra luce e tenebre. Anche nella sofferenza del Calvario, Gesù è la luce vera che illumina ogni uomo e che non viene vinta dalle tenebre.
Il Calvario è l’espressione massima dell’amore di Dio (Gv 3,16). Sulla croce, Gesù compie la missione affidatagli dal Padre, trasformando il dolore in dono di salvezza.
E qui vorrei precisare un aspetto, sapendo di scandalizzare qualche anima pia. Non è vero, come talora si sostiene, che Cristo nella passione abbia sofferto fisicamente e moralmente più di tutti gli uomini e di tutte le donne. Non è su questo aspetto che dobbiamo fermare la nostra attenzione. In questo aspetto Cristo sarà sempre battibile. La Croce va vista in un altro aspetto, ben più elevato per cui solo Cristo è il vero protagonista imbattibile.
Sono proprio le ultime parole, appena pronunciate dal Cristo morente, che fanno la differenza, diciamo teologica, ma sarebbe meglio dire mistica. Mentre i tre Sinottici per indicare la morte di Gesù usano il verbo “spirò” (Mc 15,37; Mt 27,50; Lc 23,46), ovvero esalò l’ultimo respiro, a indicare la sua morte fisica, l’evangelista Giovanni (19,30) usa un verbo su cui dovremmo a lungo soffermarci: “donò il suo spirito”, in greco παρέδωκεν τὸ πνεῦμα. Ovvero, mentre moriva Cristo ci ha donato lo Spirito santo. Qui sta il cuore del Calvario, il dono dello Spirito: la Pentecoste è già anticipata sulla Croce.
Tornando al titolo dell’opuscolo sulla Via Crucis, “Gesù, dando un forte grido, spirò”, mi meraviglio di una riflessione, citata nel testo, di Papa Leone, e mi meraviglio delle Monache Romite che hanno accettato un titolo che distoglie il credente dal cuore autentico della morte di Cristo sulla Croce. Cristo non ha gridato, non aveva nemmeno un filo di voce anche fisicamente, ma ha donato all’umanità, nel silenzio più profondo, il suo Spirito. Se non capiamo questo, ha ragione l’apostolo Paolo: “la nostra fede è vana”. La nostra fede è già tutto in quel dono dello Spirito mente Cristo muore.
07/03/2026
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