Il Vescovo Beschi: “In 18 anni grandi cambiamenti. Il Covid tragedia indimenticabile. I bergamaschi conservino il proprio spirito”

Monsignor Francesco Beschi durante la messa di Sant’Alessandro del 26 agosto 2025

dal Corriere della Sera
6 agosto 2026

Bergamo, il vescovo compie 75 anni

e lascia dopo un lungo mandato.

I 5 nomi per la successione e le sfide per il futuro:

seminario senza iscritti e patrimonio immobiliare

di Donatella Tiraboschi
Beschi pronto alla lettera per rimettere il mandato al Papa. Da Mantova e Pavia (ma anche da Loreto) i possibili successori. Le difficoltà di una diocesi ancora molto ricca
«Servire la vita, là dove la vita accade». Questo è stato il motto di questi ultimi tempi prescelto da monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo per 17 lunghi anni nei quali sono accadute, tra Bergamo e il mondo, molte cose. L’ultima in ordine di tempo è la data odierna, in cui si compie il suo 75esimo anno e che, per le norme del diritto canonico, coincide con il pensionamento: il vescovo è tenuto a inviare la lettera in cui rimetterà nelle mani di Papa Leone il suo mandato. Nulla di precipitoso, perché, al netto delle celebrazioni ormai imminenti per la festa di Sant’Alessandro che faranno ancora capo a Beschi, la nomina del nuovo vescovo arriverà tra qualche tempo a fronte del lavoro di sondaggio tra i referenti ecclesiastici di cui è incaricato il Nunzio apostolico.
La decisione finale spetterà al Papa che potrà farlo in autonomia o basarsi su un terzetto di nomi, appunto, papabili. Alcuni sono già circolati, come quello del vescovo di Pavia monsignor Corrado Sanguineti, quello di Cremona monsignor Antonio Napolioni e di monsignor Bruno Marinoni, attuale vicario episcopale per gli Affari generali dell’Arcidiocesi di Milano. Ma anche il bresciano vescovo di Mantova, Gianmarco Busca, sarebbe tra i candidati, mentre avrebbe espresso il gradimento per Bergamo anche l’arcivescovo di Loreto, Fabio dal Cin.

In proroga

In un agosto romano fermo, perché qualcosa si muova occorrerà attendere settembre, ma generalmente le nuove nomine avvengono in autunno e l’insediamento a gennaio. Dunque, la prassi si concretizzerà in una prorogatio che allungherà di qualche settimana gli anni del mandato di Beschi, in linea per durata con i suoi predecessori, a cominciare dal vescovo Roberto Amadei (18 anni) fino al record di Gaetano Guindani a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento (25 anni).
La terra di Bergamo ha voluto al suo vescovo in uscita, un bresciano spesso chiamato solamente «don Beschi», un bene tranquillo, quasi filiale riconoscendo nella sua figura bonaria e mite, favorita anche dalla fisicità (prima del severo dimagrimento a cui si è sottoposto per alleggerire le articolazioni) l’aura del buon pastore. Pronto, nelle centinaia di visite pastorali tra le parrocchie della provincia, aggregate non senza qualche mal di pancia in unità pastorali e comunità ecclesiali territoriali (mai decollate), a dispensare un sorriso, una parola buona per ciascuno.
E molte parole per tutti nelle omelie dal piglio introspettivo, quasi filosofico, fatte di concetti misurati, soppesati con una voce ferma e gli occhi quasi socchiusi. Per qualcuno visite non troppo pragmatiche, senza direttive precise (forse perché un tempo le trasferte provinciali dei vescovi erano fatte più di ordini e meno di rosari), mentre la realtà era fatta di sfide e criticità, con cui Beschi ha comunque dovuto misurarsi in un periodo di profonda trasformazione per la Chiesa bergamasca.

Questioni pratiche

«La sua proiezione sulla Chiesa del domani è affascinante — chiarisce un parroco — ma se nel presente hai oratori, chiese e immobili devi pensare anche a quelli». Realtà simbolicamente rappresentata dall’edificio che dal Colle domina la città: il Seminario. Un moloch di 240 mila metri cubi dove alla fine degli anni ‘90 si contavano ancora 400 seminaristi, decimati dalla crisi delle vocazioni.
Nel primo anno del suo episcopato, Beschi aveva ordinato 9 sacerdoti (contro i 14 di media di Amadei), negli ultimi anni le ordinazioni sono sempre meno con un Seminario sempre più vuoto. Quest’anno per la prima volta nella storia non ci sarà nessun ingresso nella prima classe di Teologia. Una sorte comune anche ad altri complessi diocesani imponenti, dal collegio Celana a quello di Botta di Sedrina che languono, parte di un patrimonio immobiliare immenso, sul cui destino e destinazione negli ambienti della diocesi ci si interroga da tempo. In questa cornice dal vescovo Beschi non sono arrivate indicazioni precisa; ad esempio, sulla possibile trasformazione del Seminario in studentato universitario, per via della conformazione cameretta-servizi di cui già si compone.
Gli accadimenti poi hanno fatto sì che con l’interessamento dell’Università per Palazzo Rathgeb e la conseguente compravendita si compisse lo switch del Museo Bernareggi, in grande difficoltà in via Pignolo e oggi in gran spolvero in piazza Duomo. Da ultima, ma non per ultima, l’operazione del Fondo immobiliare Priula, nel quale dieci anni fa sono confluiti i più importanti immobili «core» della Diocesi con diversi interventi che ancora si devono concretizzare. Lo si sa da quel pochissimo che trapela e da quello che si vede perché, ad esempio, il gioiello numero uno, la Casa del Buon Pastore in Porta Dipinta, portato in dote al Fondo con un valore stimato di oltre 20 milioni di euro, è ancora invenduto.

Momenti di tensione

Tutte faccende in mano all’economo della Curia, figura di grande potere, interpretata negli anni da alti prelati, a partire da monsignor Lucio Carminati fino a monsignor Mario Carminati, passando per monsignor Sergio Bertocchi che a seguito di uno scontro con i vertici della Curia, dopo un’esperienza monastica, si è trasferito a Roma.
Tensioni interne proseguite con gli screzi, in seno ad Adriana (la società in cui sono immessi immobili e partecipazioni della diocesi) anche con l’ultimo economo, don Enrico Minuscoli, arginate, insieme ad altre questioni dal principale assistente fiduciario del vescovo, monsignor Davide Pelucchi. A lui, in qualità di vicario generale, Beschi ha demandato molto, anche il governo di uno degli aspetti più delicati della sua gestione diocesana, i rapporti con la «base» delle centinaia di parroci, gregge che in qualche caso ha accusato una crescente distanza con il Colle.
«Fare il prete o il vescovo è ugualmente faticoso, solo che, a volte, quando i preti non si sentono ascoltati fanno un po’ più fatica». Sono le parole pronunciate da don Manuel Belli, interprete con il personaggio del «prete imbruttito» di questa difficoltà di ascolto dei vertici, tanto più che le «pecorelle smarrite», tra preti spretati, preti no vax ed altri casi «spinosi» non sono mancati. Qualcuno si sarebbe forse aspettato dal vescovo degli affondi più decisi, cambiamenti attesi che non sono arrivati, su questioni temporali. Su quelle spirituali restano le sue finezze di concetto, simili a certe partiture di violino che Beschi, per tradizione di famiglia, sa suonare benissimo.
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da www.bergamonews.it

Il Vescovo Beschi:

“In 18 anni grandi cambiamenti.

Il Covid tragedia indimenticabile.

I bergamaschi conservino il proprio spirito”

6 agosto 2026
di Davide Agazzi
Monsignor Francesco Beschi oggi – 6 agosto – compie 75 anni e ripercorre i 18 anni alla guida della Diocesi di Bergamo: il ricordo della pandemia, il rapporto con i tre Papi del suo ministero episcopale, le sfide dell’immigrazione, la crisi delle vocazioni e il ruolo dei giovani. “La nostra terra ha risorse straordinarie, ma non può permettersi di perdere la memoria”
Socchiude gli occhi, la voce si flette, quasi si commuove mentre il ricordo torna vivo. “Papa Giovanni era una persona eccezionale, quando è morto tutta la Germania ha pianto“. Sono le parole che Papa Benedetto XVI confida a monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, sabato 16 febbraio 2013 quando pochi giorni prima aveva annunciato le sue dimissioni. Fu un incontro particolare. Benedetto XVI ricevette in Vaticano i vescovi della Lombardia in visita ad limina. Fu il loro ultimo incontro ufficiale prima del trasferimento di Papa Ratzinger a Castel Gandolfo.
Un ricordo che tocca nel profondo il Vescovo Beschi, che oggi giovedì 6 agosto festeggia i 75 anni di età. In questa intervista ricorda i pontefici che hanno segnato la sua formazione e la sua appartenenza ed obbedienza alla Chiesa: da Papa Giovanni XXIII a Paolo VI, da Giovanni Paolo II passando per Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV. Rammenta le parole di monsignor Luigi Morstabilini, bergamasco e vescovo di Brescia, che lo ordinò sacerdote. Porta nel cuore, tutti i sacerdoti della Chiesa di Bergamo, in particolare i 24 preti che morirono in quindici giorni nel flagello del Covid.
Tutto riaffiora e tutto si collega, fa parte della sua esistenza in questo 6 agosto. Giorno che la Chiesa celebra la Trasfigurazione del Signore ma anche anniversario della tragedia di Hiroshima e della morte di Paolo VI. In questa data Papa Montini introdusse con il motu proprio Ecclasiae Sanctae il momento in cui i vescovi, raggiunto il limite dei 75 anni, presentano al Papa la rinuncia al governo pastorale della propria diocesi.
È quindi un compleanno dal forte valore simbolico, che diventa anche l’occasione per ripercorrere 18 anni alla guida della Chiesa di Bergamo, tra cambiamenti profondi, emergenze drammatiche e nuove sfide per la società e la cristianità. “Il 6 agosto è una data molto significativa – osserva il vescovo –. È la festa della Trasfigurazione, una festa di luce, ma è anche il giorno dell’esplosione della prima bomba atomica nella storia dell’umanità. In un tempo in cui la guerra torna a occupare i nostri pensieri, non possiamo dimenticare quella lezione. La responsabilità di costruire la pace deve continuare a ispirare ciascuno di noi”.
Gli pesa doversi ritirare a 75 anni quando è ancora in forma? Beschi non nasconde che il tema sia stato oggetto di riflessione anche in diocesi. “Qualche anno fa avevo proposto al Consiglio presbiterale di prolungare oltre i 75 anni il servizio dei parroci – afferma il Vescovo -. Loro hanno preferito mantenere il limite attuale. È giusto, allora, che anche il vescovo segua la stessa scelta. È una questione di obbedienza”.
Guardando indietro, il primo ricordo è quello dell’arrivo da Brescia, la diocesi natale di Paolo VI, verso quella che ha dato i natali a san Giovanni XXIII. “Ho sempre letto questa coincidenza come un segno: sono nato nella diocesi di Paolo VI e sono venuto a servire quella di Giovanni XXIII, i due Papi del Concilio Vaticano II. Il Concilio è sempre stato la bussola del mio ministero”. Anche se, pur provenendo da una realtà ecclesiale ricca di tradizione, l’impatto con Bergamo fu sorprendente.
“Sono rimasto letteralmente a bocca aperta. Non conoscevo bene questa terra e ho trovato una Chiesa straordinariamente viva, un tessuto sociale forte, una comunità capace di custodire un senso profondo di appartenenza”. Per il vescovo non si trattava di semplice attaccamento alle tradizioni. “A Bergamo la tradizione non è tradizionalismo. È la consapevolezza di un’identità costruita nel tempo, capace di generare coesione sociale e responsabilità condivisa”.
In quasi due decenni, però, Bergamo è profondamente cambiata, ammette. “La velocità del cambiamento è forse l’aspetto che più colpisce. Oggi siamo una provincia proiettata nel futuro. Non possiamo limitarci a custodire il passato o a rimpiangerlo”. Secondo Beschi, la sfida consiste nel coniugare innovazione e radici. “Dobbiamo individuare nuove strade senza perdere quel patrimonio di umanità che ha sempre caratterizzato questa terra. È questo il criterio con cui affrontare il futuro”.
Tra le esperienze che hanno segnato il suo ministero, nessuna ha lasciato un’impronta tanto profonda quanto la pandemia. “Il Covid è stato un tempo indimenticabile. E credo che uno dei torti che oggi stiamo facendo alla nostra terra sia quello di rimuoverne il ricordo”. Per il vescovo Beschi, la straordinaria capacità dei bergamaschi di ripartire attraverso il lavoro ha avuto anche un effetto collaterale. “Il lavoro è una delle nostre grandi virtù. Appena l’emergenza è diminuita abbiamo ricominciato con un’intensità incredibile. Ma il rischio è che il vizio della virtù sia lasciare indietro il dolore”. Un dolore che, sottolinea, continua a vivere nel cuore di moltissime famiglie.
“Ho raccolto tantissima sofferenza. Dal punto di vista umano, sociale ed ecclesiale non possiamo permetterci di dimenticarla”. Tra le immagini che più lo accompagnano resta quella vissuta nel cimitero monumentale durante i giorni più drammatici della pandemia. “Si parla spesso dei camion militari, ma io ricordo soprattutto tre furgoni dei Carabinieri arrivati nel piazzale del cimitero. Quando aprirono i portelloni apparvero trecento urne cinerarie. Dietro ciascuna c’era una persona, una famiglia, una storia”. Un’altra ferita personale riguarda il clero bergamasco: “In quindici giorni morirono ventiquattro sacerdoti. È qualcosa che non si può dimenticare”. Eppure, accanto al dolore, Beschi conserva anche il ricordo della straordinaria rete di solidarietà che si sviluppò nella provincia. “Ho visto una comunità capace di generosità, di fede e di vicinanza reciproca. È uno dei tesori più preziosi che Bergamo deve continuare a custodire”.
Guardando all’attualità, Beschi affronta il tema delle migrazioni con un invito a superare la logica dell’emergenza. “L’accoglienza è difficile, come è difficile accoglierci anche nelle nostre famiglie. Ma non possiamo affrontare un fenomeno che dura da trent’anni come se fosse ogni volta un’emergenza. Servono intelligenza, responsabilità e una visione internazionale”.
Non manca una riflessione sulla diminuzione delle vocazioni sacerdotali. Pur riconoscendo il calo numerico, il vescovo non si dice pessimista. “La proposta vocazionale della diocesi resta forte. Cambiano i percorsi e le esperienze dei giovani, ma lo Spirito continua a sorprendere”.
In questo contesto considera sempre più decisivo il contributo dei laici, chiamati non a sostituire i sacerdoti, ma ad assumere pienamente la responsabilità che deriva dal Battesimo nella vita della Chiesa.
Infine, uno sguardo alle nuove generazioni, con le quali ha condiviso esperienze come le Giornate Mondiali della Gioventù e la vita degli oratori. Più che evidenziare limiti, Beschi preferisce parlare di preoccupazioni. “Vivono in un mondo molto mobile, fluido e incerto. Ma hanno anche gli anticorpi per affrontarlo. Ogni generazione riceve i doni necessari per vivere il proprio tempo”.
Un bilancio che intreccia memoria e futuro, nel quale il vescovo rinnova l’invito a custodire le radici della comunità bergamasca senza smettere di guardare avanti, convinto che proprio nella capacità di affrontare il cambiamento risieda una delle più grandi risorse della diocesi e della terra bergamasca.

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