Omelie 2026 di don Giorgio: PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA

08 febbraio 2026: PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA
Bar 1,15a; 2,9-15a; Rm 7,1-6a; Gv 8,1-11
Sinceramente mi sento in grande difficoltà, ogniqualvolta mi trovo a dover commentare, per l’omelia festiva, brani della Bibbia che richiederebbero una luce speciale dello Spirito santo.
D’altronde, siamo altrettanto sinceri: la Bibbia non è forse un libro ispirato da Dio, pur messo per iscritto da diversi autori umani, in epoche diverse?
Attenzione: ho detto “un libro”, sì, perché non è tanto una raccolta di 73 libri, di cui 46 compongono l’Antico Testamento, e 27 il Nuovo. In realtà si tratta un’unica opera, che è perciò “unica”, perché va letta alla Luce dello Spirito.
Quando in ogni Messa festiva la Liturgia ci offre tre brani biblici su cui meditare, bisognerebbe sempre partire dalla convinzione che ogni brano non è da prendere a se stante: anzitutto, fa parte di un libro dell’Antico Testamento o del Vangelo o di una lettera solitamente di san Paolo.
Meditare ogni brano biblico come Parola di Dio significa cogliere anche il nesso profondo che c’è ad esempio tra una parola che si trova nell’Antico Testamento e la stessa parola che troviamo negli scritti del Nuovo Testamento. Pensate alla parola “legge”. E qui vorrei fermare la vostra attenzione.
Diciamo subito che la parola “legge” è centrale nella Bibbia, comparendo diverse centinaia di volte complessivamente tra Antico e Nuovo Testamento. In particolare nell’Antico Testamento troviamo una forte concentrazione della parola “legge” (in ebraico Torah, che vuole dire “insegnamento”, o legge) nel Pentateuco (i primi cinque libri), nel libro di Giosuè e nei Salmi, spesso indicando la “Legge di Mosè”.
Tra i Salmi troviamo il 119, che è strutturato in 22 strofe (corrispondenti alle lettere ebraiche) da 8 versetti ciascuna (in totale 176): ebbene, in ogni versetto troviamo la parola “legge”, insieme ai suoi sinonimi (precetti, decreti, vie). Possiamo dire che il Salmo 119 è una ininterrotta meditazione sulla legge del Signore. Ed ecco perché il Salmista prega: “Aprimi gli occhi perché io consideri le meraviglie della tua legge”. Oppure: “Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore”. Oppure: “Insegnami il gusto del bene e la conoscenza, perché ho fiducia nei tuoi comandi”.
Nel Nuovo Testamento, il termine greco nomos (legge) compare oltre 100 volte, specialmente nelle lettere di San Paolo e nei Vangeli, spesso in discussione con il concetto di grazia.
Questo fa capire quanto la parola “legge”, nei suoi anche diversi significati, sia fondamentale nella Bibbia. Ma questo ci mette un po’ in crisi, perché si tratta di cogliere l’enorme differenza tra ciò che era la legge cosiddetta mosaica (perpetuata anche in certe strutture ecclesiastiche) e la legge dello Spirito, ovvero della Grazia, soprattutto negli scritti di San Paolo, il quale insiste, anche in modo esplicito, nell’evidenziare la differenza radicale tra la legge cosiddetta carnale e la legge cosiddetta spirituale.
Ma possiamo dire che già nell’Antico Testamento i testi di alcuni Profeti parlassero di una legge chiamata del “cuore nuovo”. Possiamo citare due in particolare: Geremia e Ezechiele.
Geremia annuncia che Dio promette una legge “interiore”, scritta sul cuore e nei pensieri, capace di trasformare la persona: cambiare il cuore di pietra in cuore di carne e garantire una fedeltà spontanea.
Scrive, 31,31-34: «Ecco, verranno giorni, oracolo del Signore, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, oracolo del Signore-: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, oracolo del Signore, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato».
A sua volta Ezechiele, capitolo 36, versetto 26-27, scrive: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi».
Ed è qui la svolta radicale: le leggi, i comandi, i precetti assumeranno un volto “nuovo”. I Profeti in genere parlavano di Alleanza di Dio con il suo popolo, il quale, obbedendo ai voleri di Dio, non cadeva nella prostituzione idolatrica, che per i Profeti era il peccato più grave, che richiedeva poi gli interventi anche duri del Dio dell’Alleanza.
Dunque, dopo un grave peccato, quello della idolatria e il castigo divino, ovvero l’esilio (prima in Egitto e poi a Babilonia) non si trattava di tornare a onorare Dio come prima, osservando norme più o meno ritualistiche e formalistiche.
Ogni prova serve per purificare, per alleggerire l’anima o il cuore, ovvero la realtà più spirituale. I Profeti avevano anche questo compito: far capire al popolo che il Dio dell’Allenza non era un Dio che chiedeva una fedeltà cieca, ma una fede sempre più illuminata, e questo era più facile in quel gruppetto di giusti, chiamato il “resto d’Israele”, gli anawim del Magnificat. Nella umiltà pone le sue radici la legge di Dio.
Ed ecco che il Profeta Baruc prega in nome del popolo: «Noi abbiamo peccato, siamo stati empi, siamo stati ingiusti, Signore, nostro Dio, verso tutti i tuoi comandamenti. Allontana da noi la tua collera, perché siamo rimasti pochi in mezzo alle nazioni fra le quali tu ci hai dispersi. Ascolta, Signore, la nostra preghiera, la nostra supplica, liberaci per il tuo amore e facci trovare grazia davanti a coloro che ci hanno deportati, perché tutta la terra sappia che tu sei il Signore, nostro Dio».
Veramente commovente questa intercessione del Profeta che si mette in mezzo, tra il popolo eletto e Dio stesso. Forse noi cristiani e noi preti non abbiamo ancora capito il valore profondo della intercessione. Non significa innalzare stucchevoli e magari noiose orazioni di supplica al Signore, perché come un “deus ex machina”, ovvero un dio miracoloso, intervenga a risolvere i nostri problemi o i problemi di questo mondo.
Il profeta, o l’uomo di Dio, il giusto, il fedele, si assume una tale responsabilità da umiliarsi proprio in quanto credente che si interpone, pagandola di persona. È quanto ha fatto lo stesso Figlio di Dio, morendo su una croce.

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