La laurea a Mosca, la musica, il partito: Cervetti, «l’ultimo dei Mohicani» che nel Pci chiuse la porta ai rubli

dal Corriere della Sera
7 maggio 2026

La laurea a Mosca, la musica, il partito:

Cervetti, «l’ultimo dei Mohicani»

che nel Pci chiuse la porta ai rubli

di Paolo Franchi
La scelta con Berlinguer. La sua Milano e l’amico Napolitano, i legami di una vita
L’ultimo dei Mohicani. Si definiva così Gianni Cervetti, che è morto ieri, alla bella età di 92 anni, nella sua casa milanese. E aveva ragione, dei dirigenti storici del vecchio Pci era rimasto solo lui. Dal lontano 1948, quando con l’amico Paolo Santi varcò la soglia della sezione Gramsci, in via Massena, per chiedere la tessera, il cursus honorum lo aveva percorso tutto, dall’ufficio studi della Camera del Lavoro alla segreteria della federazione milanese, dalla segreteria nazionale del Pci, con l’incarico di responsabile dell’organizzazione, al Parlamento europeo, nel ruolo di capogruppo dei «comunisti e apparentati».
Ma ci aveva messo molto del suo, a cominciare dai sette anni trascorsi nell’Unione Sovietica di Nikita Krusciov, su mandato imperativo del partito, per laurearsi in economia all’università di Mosca: anni decisivi non solo per la sua formazione politica, ma anche perché nella Mosca del disgelo incontrò Franchina, molto più che la compagna di una vita, e nacque suo figlio Andrea.
E poi fu sempre a Mosca che presero corpo in lui due passioni, quella per la musica, che lo accompagnò sin quasi alla fine, con l’impegno strenuo profuso per l’Orchestra Sinfonica di Milano, la mitica Verdi, e quella per la bibliografia, di cui fu raffinato cultore. Entrambe mal si conciliavano con il cliché del «milanese praticone» affibbiatogli da parecchi suoi compagni, non solo meridionali.
Curiosamente ma non troppo, alla metà dei Settanta toccò proprio a lui, che a noi giovani di allora del tutto a torto sembrava la perfetta incarnazione dell’uomo d’apparato freddo, misurato, ostentatamente grigio nel parlare come nel vestire, chiudere, d’intesa con Enrico Berlinguer, i canali dei finanziamenti (quattro o cinque milioni di dollari l’anno) del Pcus al «partito fratello» italiano.
Di tutto questo e di molto altro ancora c’è ampia traccia, oltre che in L’oro di Mosca (Baldini & Castoldi 1993 e 2022, Dalai 1999), nell’autobiografia Il compagno del secolo scorso, pubblicata nel 2016 da Bompiani. Ma nei suoi ultimi mesi Cervetti volle tornarci su, per un nuovo libro di ricordi che non ha fatto in tempo a vedere, perché uscirà il prossimo autunno per i tipi di La Nave di Teseo. Non so cosa deciderà l’editore, ma Gianni avrebbe voluto intitolarlo Un’educazione milanese, o Un’avventura milanese.
Perché una storia come la sua, che si è intrecciata con quelle di personalità di statura mondiale, da Michail Gorbaciov a Jacques Delors, ha sempre avuto Milano come epicentro: la Milano popolare da cui proveniva, la Milano operaia, la Milano delle grandi istituzioni culturali, degli intellettuali e degli artisti di cui era amico, ma pure la Milano degli imprenditori e della finanza, nonché quella della Chiesa. Memorabile, in proposito, è il racconto che faceva dei suoi rapporti, da segretario del Pci milanese, con il cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979, così intensi da indurlo a rivolgersi a lui, all’indomani del golpe di Pinochet in Cile, per salvare la vita del segretario comunista cileno, Luis Corvalan: Colombo fece i suoi passi, rapidi quanto discreti, ci riuscì, e telefonò di persona alla federazione del Pci per tranquillizzarlo.
Migliorista, o per meglio dire riformista della prima ora, fu amico fraterno di Giorgio Napolitano (il giorno dell’elezione al Quirinale scoppiò in lacrime davanti a lui, e Giorgio l’«atarassico», seppure affettuosamente, per questo lo rimbrottò) e di Emanuele Macaluso. Con Bettino Craxi ebbe buoni rapporti fin dai tempi delle federazioni giovanili: nel pieno della guerra civile a sinistra, riuscì persino a combinare un incontro in due tappe (prima in tribuna a San Siro, poi in una bocciofila dell’Arci) relativamente sereno, tra il segretario socialista e Berlinguer.
Incappò, più tardi, nelle inchieste di Mani pulite. Tra l’avviso di garanzia e l’assoluzione con formula piena trascorsero quasi cinque anni, i peggiori della sua vita. Per le Botteghe Oscure era come se non esistesse, vecchi compagni cambiavano marciapiede quando lo incontravano per strada. Ma il suo ricordo più amaro era un altro. Passando in automobile davanti a una fabbrica occupata dagli operai in lotta, si era fermato per informarsi sull’andamento della vertenza, e aveva lasciato loro (la solidarietà è anche questo) un biglietto da cinquantamila lire. Di lì a poco, gli venne restituito con poche righe di accompagnamento: soldi rubati non ne volevano. Si capisce, era il clima (orribile) dell’epoca. Ma questo, caro Gianni, proprio non lo meritavi.
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dal Corriere della Sera
23 settembre 2023

Gianni Cervetti, l’amico di Napolitano:

«Quel viaggio sulla Transiberiana con i compagni.

Il bis al Quirinale? Lo subì, ma ha dato tutto»

di Marco Imarisio
L’ex compagno del Pci ricorda il presidente emerito: «Il nostro legame nacque per affinità politiche e di interessi. Combattemmo la definizione di miglioristi, ma poi entrò nel gergo: non sono sicuro che lui l’abbia mai accettata fino in fondo»
«Fuori i piangenti!» Era il 10 maggio del 2006. Lo spoglio delle schede volgeva ormai al termine. Gianni Cervetti, l’ex compagno del Pci, amico di una vita, che teneva il conto dei voti, si era lasciato andare alla commozione. Il nuovo presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo riprese subito con tono da finto burbero. Poi gli sorrise, per fargli capire che scherzava. «La sua fama di uomo posato e freddo era in parte vera, ma ha sempre avuto anche la capacità di fare battute, e di sdrammatizzare».
La prima volta che vi siete incontrati?
«Un convegno a Roma sull’industria pubblica. Era il luglio del 1962. Io in platea, lui relatore. Era responsabile del Pci per le Partecipazioni statali. Scambiammo qualche parola. Pochi giorni dopo ci ritrovammo per caso in vacanza, su una spiaggia del Conero. Vicini di ombrellone a nostra insaputa. Giorgio percorreva la spiaggia seguendo il suo figlio più piccolo, Giovanni, che era un bambinetto».
Come è nata la vostra amicizia?
«Sulla base delle convergenze politiche prima, e dopo per una affinità di interessi, compresa la musica classica».
Alla pari?
«Era già Napolitano, con la maiuscola. Io un ragazzo, un più che maturo ventenne. Gli otto anni di differenza tra noi si sentivano. E a quei tempi valevano il doppio».
Lui capo dei miglioristi, lei dei miglioristi milanesi.
«Quanto l’abbiamo detestata, quella definizione. L’aveva coniata Pietro Ingrao, e credo che Giorgio non gliela abbia mai perdonata… Fu usata in termini un po’ troppo spregiativi. Cercammo di combatterla, ma poi entrò nel gergo comune, dove tuttora rimane. Io a un certo punto mi sono rassegnato. Non sono sicuro che invece lui l’abbia mai accettata fino in fondo».
Quali erano le qualità del primo Napolitano?
«L’aspetto distaccato ha sempre oscurato la sua capacità di entrare nell’agone politico con una certa forza. Si faceva sentire, senza tanti giri di parole, che a quel tempo abbondavano».
Pugni sul tavolo o battuta tagliente?
«Più la seconda. Una dote che non ha mai perso. A volte, era feroce. Si ricorda quando venne rieletto e in Parlamento fece un discorso durissimo contro i partiti che intanto applaudivano? Ma sapeva anche fare battute spiritose e bonarie al tempo stesso, per sdrammatizzare».
Qualche esempio?
«Una riunione del comitato centrale, a metà degli anni Settanta. Giorgio Amendola aveva una particolare idiosincrasia per i cognomi. Stava pronunciando quello di un compagno che era simile a una parolaccia scurrile, ma si impappinò. Napolitano lo interruppe: meno male che ti sei fermato un attimo prima… Risero tutti, compreso Amendola».
I vostri momenti più belli?
«L’elezione a presidente della Repubblica, senza dubbio. Adesso posso dire che non ero l’unico con le lacrime agli occhi…».
E prima del Quirinale?
«Metà degli anni Sessanta. Giorgio era segretario federazione napoletana del Pci. Si decideva della costruzione dello stabilimento dell’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco. Io, milanese, fui invitato ad andare in quelle zone. Ne discutemmo insieme. E con grande stupore dei vertici nazionali del nostro partito, entrambi ci pronunciammo a favore di quella soluzione, cosa all’epoca non scontata. Una scelta della quale siamo sempre stati orgogliosi. La vedevamo come una prova della solidarietà possibile tra Nord e Sud».
La questione meridionale è sempre stata il suo cruccio?
«Assolutamente. Fino all’ultimo. Una delle cose che lo ha fatto soffrire di più. Quando lo conobbi, non a caso era responsabile Pci delle Partecipazioni statali, perché c’era una tendenza a vedere nella loro azione uno strumento per l’industrializzazione del Mezzogiorno. Le cose sono andate un po’ diversamente da come speravamo, purtroppo».
Un ricordo privato?
«Sono tanti, e in questo momento evocarli fa ancora più male. Mi viene in mente un viaggio che facemmo sulla Transiberiana insieme ad altri compagni. A ogni stazione io scendevo e andavo a cercare cibi che fossero meno convenzionali, diciamo così, di quelli offerti dalle ferrovie sovietiche. Lui mi rimproverava ogni volta. Ma quando risalivo sul treno, apprezzava, eccome».
La seconda elezione a presidente della Repubblica?
«Sopportata come un dovere dal quale non poteva esimersi. Un dovere assoluto. Al Quirinale aveva già preparato gli scatoloni con i suoi libri e le carte che voleva portarsi dietro. L’ha subita. Per questo lo hanno tanto ferito le accuse di essere attaccato al potere».
Come lo ricorderà?
«Sono stato amico di un uomo di enorme intelligenza e dal calore umano non comune. Nei miei momenti difficili c’è sempre stato, senza che mai glielo abbia chiesto. Con un pensiero, una telefonata».
E gli italiani come dovrebbero ricordarlo?
«Come un uomo dedito alle istituzioni. Un uomo che ha dato tutto al suo Paese».

 

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