Omelie 2013 di don Giorgio: Quarta di Quaresima – rito ambrosiano

10 marzo 2013: Quarta di Quaresima – rito ambrosiano

Es 17,1-11; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b

Nei quattro Vangeli troviamo diversi miracoli di Gesù che riguardano la guarigione di ciechi. D’altronde non dimentichiamo la profezia di Isaia: il futuro messia darà la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, farà risuscitare i morti. E Gesù citerà queste parole del profeta per rispondere ai messaggeri di Giovanni Battista che si trovava nel carcere e voleva sapere se Gesù fosse veramente lui il messia.
A differenza di Matteo, Marco e Luca, l’evangelista Giovanni si sofferma a descrivere uno di questi miracoli riguardanti un cieco. Costruisce il racconto come se fosse un processo. Gli accusatori variano e si alternano: la folla, i genitori, gli scribi e i farisei. Gli accusati sono due: il cieco guarito e Gesù.
Le cose da dire sarebbero tante: faccio solo qualche accenno. Giovanni sottolinea subito che Gesù, mentre è in viaggio, vede un cieco che è ai bordi della strada a mendicare. Chissà quanti sono passati di lì, ma non l’hanno visto. A quei tempi coloro che avevano un difetto fisico (ciechi, storpi, sordi, muti ecc.) erano ritenuti lo scarto della società: per sopravvivere dovevano elemosinare lungo le strade. Non è che oggi le cose siano di molto migliorate. Anche nel nostro occidente, consumato dal capitalismo più selvaggio, c’è ancora tanta gente costretta a vivere di elemosine. Chi non sta al passo, viene escluso. Il sistema è come una macchina che produce se tutto funziona bene. Si pensava che lo sviluppo economico ci rendesse la vita più facile e più comoda. Ma non è stato così. Il divario tra ricchi e poveri è aumentato. La politica non vede chi fa fatica a stare al ritmo. Non vuol vedere. Al nostri politici interessa solo il progresso tecnologico ed economico. Ma a spese di chi?
Gesù vede, e si ferma. I primi a porgli domande sono proprio i discepoli: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”. A quei tempi era ancora forte la convinzione che ci fosse un legame stretto tra la malattia e il peccato. Una mentalità che è rimasta ai nostri giorni. Il male fisico sarebbe la conseguenza di un male morale. Se capitano alluvioni o terremoti, si pensa subito ad un castigo di Dio. Dovremmo saper distinguere tra peccato e responsabilità sociale o politica.
Interessanti i due gesti di Gesù: anzitutto, guarisce il cieco spalmandogli gli occhi con del fango ottenuto con uno sputo. Sì, ho detto, sputo. È un particolare che ci sfugge, forse perché ci fa un po’ di ribrezzo pensare che Gesù abbia sputato per terra per ottenere un po’ di fango. Ma pochi ricordano che è un esplicito richiamo alla creazione dell’uomo: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo”. Gesù non ha usato un po’ d’acqua, ma lo sputo. L’acqua invece entra in scena quando Gesù invia il cieco alla piscina di Siloe, per lavarsi con gli occhi spalmati di fango. L’acqua fa sempre la sua comparsa. In un modo o nell’altro.
La folla come reagisce davanti al cieco guarito? Rimane sconcertata: non le sembra vero ciò che è successo, “abituata a vederselo in strada come una sorta di arredo urbano”. Come trattarlo ora alla pari, come un persona degna di rispetto?  La gente fatica a scrollargli di dosso le etichette, a considerarlo semplicemente un essere umano.
E i genitori del cieco guarito come si comportano? Compaiono di sfuggita, giusto il tempo di uscire rapidamente di scena. Non hanno il coraggio di difendere il loro figlio, hanno paura delle conseguenze: non vogliono mettersi contro le autorità. E se ne lavano le mani. Come Ponzio Pilato. Perché criticarli, quando, chi più chi meno, ci comportiamo tutti quanti come loro?
Il cieco guarito dà fastidio soprattutto ai farisei. La loro preoccupazione è il rispetto della Legge, particolarmente del sabato. La Legge, dono di Dio, diventa nelle loro mani un possesso di cui sono gelosi. Prima il sabato, poi la dignità della persona. Se noi poveri cristi, credenti e cittadini, facciamo come Ponzio Pilato lavandocene le mani, tirandoci fuori dalle situazioni, o mostrando le unghie solo quando si tratta di difendere i propri interessi, i capi religiosi e politici mettono sempre al primo posto la legge: l’ordine anzitutto, la disciplina, l’obbedienza, poi la persona umana, poi la libertà di pensiero. Si sacrificano milioni di persone per salvare la struttura.
Padre Paul Devreux commenta: «Oggi il Vangelo ci racconta la guarigione del cieco nato. Penso che sia stata un’esperienza bellissima per quest’uomo: vedere la luce, i colori, la gente, la natura. Eppure qualcuno sostiene che era più importante rispettare la legge del sabato. Fa rabbia e tristezza vedere che c’è qualcuno che non festeggia in una circostanza come questa, ed è duro anche per Gesù, ma perché si comportano così? Per paura di Dio: equiparavano la guarigione ad un lavoro, e siccome la legge proibiva di lavorare il sabato, pensavano che Gesù disubbidiva e attirava l’ira di Dio non solo su di sé, ma su tutto il popolo. Ecco perché sono preoccupati. Il loro non è un legalismo gratuito, ma il loro modo di tutelare il bene comune.
Quello che è affascinante in questo racconto è vedere che i farisei, pur di difendere il loro punto di vista, sembrano ciechi, mentre il cieco, che ha sperimentato l’amore e la libertà del Signore nei suoi confronti, più discute con i farisei, più capisce chi è Gesù, e questo proprio grazie alla discussione che ha con loro, perché all’inizio lo chiama semplicemente: “L’uomo che chiamano Gesù”, mentre alla fine, perplesso nei confronti dei farisei e deluso dai suoi genitori che non lo difendono, chiama Gesù “Signore” e si prostra. Da qui vediamo l’inutilità di certi dibattiti riguardo all’esistenza di Dio e al suo amore. Neanche un cieco guarito può aiutare a credere nel Signore. La fede è veramente un dono di Dio, misteriosamente distribuito, però parlarne mi aiuta a chiarirmi le idee, basandomi sul mio vissuto».
Padre Ermes Ronchi scrive: «Il vangelo racconta la conquista della luce. Quante volte ho visto spegnersi occhi intelligenti e acutissimi che dicevano di vedere e prevedere anche il domani. Basta una lacrima e i contorni delle cose si oscurano e gli orizzonti si spengono. Basta il velo di qualche lacrima, un evento doloroso che preme e diventiamo come ciechi, il cielo si fa nero e ogni strada è senza uscita. Gli occhi che portano lontano vanno conquistati, non sono un prodigio di nascita. Gesù non cessa di ripeterlo: il Vangelo è là per coloro che vogliono imparare e vedere oltre la superficie dei fatti e delle cose. La vista va conquistata, la capacità di vedere oltre le apparenze va raggiunta. Come? Guardando la vita come la guarda Dio: l’uomo guarda le apparenze. Dio guarda il cuore (1 Sam 16,7) Come? Posando come Gesù il cuore e le mani sul volto del fratello che soffre.
In realtà è la luce che cerca me, che mi si fa vicina, che mi passa accanto e mi vede: Gesù passando vide un uomo cieco. E subito inizia tutta una piccola liturgia di dita, di acqua, di saliva e di fango, liturgia di Cristo attorno al viso di un cieco, attorno al nuovo tempio di Dio che è il corpo dell’uomo. Chi è colpevole, lui o i genitori? Gesù lascia ad altri l’analisi del male, lui guarisce; annulla la teologia del castigo (non è Dio che spegne gli occhi dei suoi figli, non è lui che manda il cancro) e ritorna alla teologia della creazione, a un Dio ancora e sempre intento a fare e a rifare l’uomo.
Spero tanto di essere diverso dai Farisei che il Vangelo oggi ci mostra. Sì, perché di fronte alla gioia di un pover’uomo che vede per la prima volta il sole e gli occhi di sua madre, anche gli alberi, se potessero, applaudirebbero, anche i fiumi batterebbero le mani, come dice il salmo. Loro, no. I Farisei sanno la teologia e la morale e dimenticano la vita; sono i puri che non perdono mai la testa, perché non si commuovono mai. E facile essere credenti senza bontà; è facile anche essere teologi e preti senza bontà. È facile ed è mortale. Funzionari delle regole ed analfabeti del cuore. Difensori della sana dottrina e indifferenti al dolore. Ma è l’uomo la strada maestra della Chiesa, sempre. I Farisei guardano alla teologia e non vedono l’uomo e il suo miracolo. Mettono Dio contro l’uomo ed è il peggio che possa capitare alla religione.
L’essenza etica del cristianesimo è il valore assoluto di qualsiasi persona umana. L’opposto di ciò che pensano i Farisei di sempre. C’è più vita nel grido di un uomo ferito che in tutti i libri. Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso (Dostoewskij), e vedrai oltre le apparenze, vedrai l’essenziale invisibile agli occhi». 

1 Commento

  1. renato ha detto:

    Don GIORGIO, L’OMELIA DI SABATO E’ STATA ECCEZIONALE UNA VERA LEZIONE DI CATECHESI UMANA COME SOLO LEI SA FARE COMPLIMENTI VERAMENTE VIVISSIMI

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