L’EDITORIALE
di don Giorgio
«Vi son molti fra noi maestri
che per tredici anni e più si sono sforzati
di intendere la Sacra Scrittura
e ne intendono quanto una vacca o un cavallo»
(Meister Eckhart)
Il vero problema non è il tema o il contenuto su cui discutere o da trattare, ma è il linguaggio o la capacità di comunicare qualcosa che richiederebbe non solo un grande e doveroso rispetto per la verità da comunicare, ma quel saper coinvolgere la massa a intuire almeno qualcosa di ciò che si vorrebbe comunicare.
Se i populisti riescono molto efficacemente a comunicare balordaggini seducendo con inganni folle o popolazioni intere, come mai i credenti complicano anche le verità più semplici? Proprio perché “semplici” i credenti più colti sono preoccupati di gonfiare il loro ego, coprendo di ridicolo la verità che, proprio perché semplice, richiederebbe solo un po’ di umiltà, e l’umiltà saprebbe trovare il modo più semplice di comunicare anche le verità più elevate.
Non so se è capitato anche a voi di comperare un testo di un filosofo famoso, e di trovare una prefazione più lunga del testo famoso, così complessa e astrusa da essere inutile perché il testo dell’autore famoso sarebbe tanto semplice da capire da non richiedere alcuna prefazione.
C’è stato un momento in cui si usava mettere non una prefazione ma una post-prefazione, lasciando così il lettore subito ben disposto a leggere il testo dell’autore famoso, e casomai poi la post prefazione, che in ogni caso riusciva sempre a confondere la verità del testo già letto.
Lo so: il testo, soprattutto se è di un filosofo antico, andrebbe anche messo nel suo giusto contesto storico, che non sempre ci è noto. Ma ci vuole in ogni caso moderazione, suscitando nel lettore maggior interesse di leggere poi il testo dell’autore famoso.
Ma vorrei dire di più. Non tutti i filosofi che vorrebbero comunicare il loro pensiero ritenuto originale (anche qui bisognerebbe scrivere libri divertenti smascherando certi inganni!) hanno una efficace capacità comunicativa, quando parlano o quando scrivono. Magari vorrebbero dire qualcosa di semplice, ma il loro linguaggio è così astruso da rendere la cosa più semplice tanto difficile da capire, forse per suscitare maggior interesse tra gli studiosi che fanno a gara nel dire stupidaggini (ci campano vendendo bene i loro libri), dicendo di essere gli unici ad aver capito quel testo, senza avere il coraggio di dire: il tizio lo ha scritto con i piedi, forse per mascherare il vuoto di un pensiero uscito in una notte di follia. Sono stati scritti numerosi libri nel tentare di spiegare il testo di uno pseudo-filosofo, che è riuscito a dire nulla di valido scrivendo libri di 800 pagine.
E allora diciamola tutta: pochi filosofi sanno scrivere o comunicare il loro pensiero. Possono anche avere belle intuizioni da comunicare, ma non sanno comunicarle. Quanti bravi professori abbiamo avuto quando frequentavamo le scuole superiori che erano capaci di insegnare cose alte con un linguaggio semplice e comunicativo? Mi hanno detto di un teologo che diceva alle suorine più semplici che gli chiedevano di scendere un po’ dall’olimpo: “Dovete essere voi a salire sull’Olimpo del mio sapere, e non io a scendere tra di voi”. Forse dimenticava che un certo Logos eterno si era incarnato, perciò era sceso dal Cielo per stare con noi.
E, parlando di teologi, il discorso si apre al campo ecclesiale, dove c’è di tutto, o il peggio del peggio, quando si tratta di saper comunicare una verità, che in questo caso è il Mistero divino.
Parlo di oggi, perché oggi soprattutto succedono cose turche. Assistiamo a un fenomeno sempre più esplosivo di teologi che scrivono o tengono conferenze parlando o scrivendo arabo, ovvero senza farsi capire, anche se il pubblico o il lettore sa nascondere i suoi imbarazzi battendo le mani. La stessa storia di quelle donnette che ai tempi in cui ero un ragazzino, quando arrivava un certo predicatore, di solito un frate, per tenere le famose prediche per il Quaresimale o per le S. Quarantore, che riusciva nel suo intento di accalappiare l’attenzione della platea, in chiesa, gesticolando e anche urlando, uscivano di chiesa dicendo “Che bravo predicatore!”, e a chi chiedeva loro: “Che cosa ha detto di così bello!”, rispondevano: “Non ho capito nulla, ma parlava così bene!”.
Ma questi teologi di oggi, che parlano di cose assurde, con termini che vanno di moda, solitamente preceduti da un -post, confondendo ancora, ed è una vergogna imperdonabile, il cristianesimo come se fosse il cattolicesimo ovvero una religione, quando Cristo non intendeva certo dare avvio a una religione, e se il cristianesimo originale è diventato una religione o cattolicesimo è perché hanno subito tradito il pensiero puro di Cristo. E allora, teologo del c***, come poi parlare del post cristianesimo, quasi un traguardo da raggiungere? Parlando di tornare alle radici del cristianesimo, non significa tornare indietro, ma tornare alla Sorgente del puro Pensiero di Cristo, che è stato quasi subito tradito dall’imporsi di una struttura ecclesiastica, che aveva bisogno di frenare gli spiriti liberi, nel Pensiero di Cristo.
Ma questi teologi di oggi, che parlano di -post, -post, -post, che cosa vogliono ottenere, se non parlano mai di quella Mistica, medievale sì, ma altamente speculativa, l’unica ad avere intuito il pensiero originario di Cristo, che affondava le sue radici nell’antico pensiero greco?
Già! Siamo nell’epoca del -post, ma se tu, teologo del -post, dimentichi la Sorgente a cui attingere, di che parli, che cosa comunichi? Certo, un vuoto d’essere, un mare di parole tronfie e tanto confuse da farti sembrare un teologo del post moderno, ma sei nella nebbia di un ego tanto gonfio da renderti un pagliaccio, che pretende di parlare dei Misteri divini, con un linguaggio da circo equestre.
La massa ha bisogno di comunicatori “pieni di Spirito”: così l’autore degli Atti, Luca, sottolineava, quando parlava di apostoli o di diaconi, o di evangelizzatori, aperti al soffio dello Spirito.
La cosa oscena o blasfema di oggi è assistere al teatrino di teologi che fanno a gara a dire stupidaggini, ma incartando il tutto con apparenze “intellettualoidi”.
Semplicità, semplicità, semplicità… e la gente inizierà a tornare alla Fede genuina
Vorrei concludere ricordando ciò che ha detto Meister Eckhart, quando se la prende con coloro che dovrebbero educare al mondo dello spirito, e invece «son tanto occupati ad accrescere il loro dominio nel regno dei fenomeni che non resta loro tempo di entrare in relazione personale con Dio». È altrettanto duro con i suoi colleghi di insegnamento: «Vi son molti fra noi maestri che per tredici anni e più si sono sforzati di intendere la Sacra Scrittura e ne intendono quanto una vacca o un cavallo».
09/08/2025
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