Omelie 2026 di don Giorgio: XI DOPO PENTECOSTE

9 agosto 2026: XI DOPO PENTECOSTE
1Re 19,8b-16.18a-b; 2Cor 12,2-10b; Mt 10,16-20
Mi soffermerò sul testo evangelico. Anzitutto, chiariamo che il messaggio di Gesù di per sé era rivolto ai Dodici, ma sappiamo che Gesù parlava ai presenti ma con uno sguardo in avanti, verso il futuro, che però è sempre attuale in ogni momento storico. Ogni credente, prete o laico, dovrebbe sentirsi coinvolto. Certo, i primi a farsi qualche esame di coscienza dovrebbero essere i ministri di Cristo, secondo i gradi gerarchici della Chiesa istituzionale. Ma siamo tutti sulla stessa barca, come si dice, e ognuno deve fare la sua parte perché possiamo arrivare tutti insieme all’altra sponda del lago o del mare. Una sponda che dà sull’Infinito. Non si va alla cieca verso un traguardo incerto.
Se c’è una cosa che accomuna i millenni sono le massime sapienziali, fatte anche di inviti, talora di comandi perché prestiamo attenzione ai pericoli della navigazione e alla presenza di mostri marini. Pensiamo al Leviatano, forse il più terribile. Era una creatura mostruosa della mitologia antica, noto principalmente come un enorme serpente o drago marino, citato anche dalla Bibbia (nel Libro di Giobbe e nei Salmi) come un predatore immenso e invincibile, dotato di scudi impenetrabili e fauci spaventose. Era il simbolo delle forze primordiali e distruttive della natura o di quel male che l’essere umano non può dominare solo con le proprie forze. Nella tradizione cristiana, il Leviatano è stato associato al demonio, in particolare collegato al peccato capitale dell’invidia.
In realtà, Gesù non parla di mostri marini, ma di lupi. Anzitutto, c’è da dire una cosa, che sembra un po’ paradossale. Gesù dice: «Io vi mando come pecore in mezzo a lupi». Lo stesso sant’Agostino fa notare: «Che razza di modo d’agire era dunque codesto, che genere di progetto, che tipo di potere, quale grande [prova della] divinità era quella di lasciare entrare non già un lupo tra le pecore, ma di mandare le pecore tra i lupi?».
Possiamo pensare che Gesù non potesse fare a meno di dire: “Vi mando tra i lupi”. Non c’era alternativa. D’altronde, il campo della missione di un ministro di Cristo non è un giardino fertile e fiorito. Si va là dove magari la terra è arida, e bisogna ararla sudando. Si va là dove non c’è alcuna attesa di un messaggio che scuota le coscienze, e bisogna annunciare la Buona Notizia. Si va là dove i lupi possono compromettere la seminagione.
Cominciamo col dire che una categoria di lupi Gesù l’ha fissata con precisione nei Vangeli: sono i falsi profeti, quelli che hanno facile il nome di Dio sulle labbra e con il nome di Dio coprono i loro interessi, a volte le loro violenze: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete» ( Mt 7,15-16). Dai frutti si giuda un albero, magari bello da vedere esteriormente.
Comunque, il messaggio sembra esplicito: i discepoli non avranno vita facile. Come il loro Maestro saranno processati nelle sinagoghe e nei tribunali. Gesù non ci ha nascosto la verità. Dentro un futuro che conoscerà anche ombre, risuona però nel Vangelo una parola che ha il sapore di una sfida, un “ma”: «Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi».
Come dimenticare splendide storie di apostoli, di discepoli, di martiri di ieri e di oggi, di donne e di uomini che hanno resistito a sevizie e torture? Come hanno potuto farlo? Erano deboli, fragili, inermi, miti. Lo Spirito, ecco il segreto, parlava in loro. Il libro degli “Atti degli apostoli” annota lo stupore delle autorità religiose davanti al coraggio di Pietro e di Giovanni: «Vedendo la franchezza (in greco “parresia”) di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti» (At 4,13).
Pensate: “la forza della debolezza”. Non è paradossale? Ma nella seconda lettera ai Corinti leggiamo che Dio ha detto a Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta nella debolezza». Sì, la forza della debolezza! Questo è un punto cruciale per i discepoli che vivono nel mondo, anche se il nostro tempo fosse “un secolo di lupi”, così Mandel’Stam, poeta, letterato e saggista russo, morto nei gulag, aveva definito il secolo scorso.
Il punto cruciale sta qui: che i veri credenti non si confrontano con il male, con la forza o la violenza. Da pecore non si fanno lupi, non assumono le modalità dei lupi, ma cercano di essere fedeli al Vangelo che li vuole “prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe”. Lontani da ingenuità puerili, ma lontani anche da ogni voglia di vendetta; lontani da spericolatezze dissennate, ma lontani anche da pregiudizi alienanti.
È facile l’inganno. Può capitare anche a noi di farci ingannare a proposito della modalità con cui stare nel mondo quando i giorni si fanno contradditori e difficili. Strategie sì, ma non ritorsioni. Alle falsità e agli inganni un discepolo di Cristo non contrappone altre false verità ritenute più ingannevoli. La nostra forza sta nella verità e nella giustizia, da cui dipende la pace.
Curioso ciò che scrive Sant’Agostino a proposito dei serpenti: «Dobbiamo spiegarvi che cosa significhi “essere semplici come colombe e prudenti come serpenti”. Se dunque ci è comandato di essere semplici come colombe, come può andare d’accordo la semplicità della colomba con la prudenza del serpente? Ciò che apprezzo nella colomba è il fatto ch’essa non ha il fiele; ciò che temo nel serpente è il fatto che possiede il veleno. Non devi temere il serpente sotto nessun aspetto. Esso ha qualità che si devono odiare, ma anche qualità che si devono imitare. Quando infatti il serpente è oppresso dalla vecchiaia e sente il peso della decrepitezza, s’introduce a fatica attraverso un cunicolo e così facendo si spoglia della pelle vecchia per uscir fuori nuovo. Imitalo tu, o cristiano, che ascolti il Cristo che dice: “Entra attraverso la porta stretta”. L’apostolo Paolo dice inoltre: “Spogliatevi dell’uomo vecchio con le sue azioni e rivestitevi dell’uomo nuovo ch’è stato creato ad immagine di Dio”. Hai dunque una caratteristica da imitare riguardo al serpente: Non morire a causa della decrepitezza. Chi muore a causa di un vantaggio materiale, muore a causa della decrepitezza spirituale. Chi muore a causa del vantaggio della lode umana, muore a causa della decrepitezza spirituale. Quando invece ti sarai spogliato di tali forme di decrepitezza, avrai imitato la prudenza del serpente. Imitalo in modo più sicuro: conserva la tua testa. Che significa: “Conserva la tua testa”? Conserva in te Cristo. Può darsi che qualcuno di voi quando voleva uccidere un serpente, ha osservato come questi per salvare la sua testa espone ai colpi di chi lo ferisce tutto il suo corpo? Esso evita di farsi colpire nella parte di se stesso ove sa di avere la vita. Ma la nostra vita è Cristo, poiché egli stesso ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita”. Senti anche che cosa dice l’Apostolo: “Capo dell’uomo è Cristo”. Chi dunque conserva in sé il Cristo, conserva per sé il proprio capo».
Sant’Agostino termina le sue considerazioni con questo invito: «Avendo dunque la semplicità delle colombe e la prudenza dei serpenti, celebrate la solennità dei martiri con la sobrietà della mente, non con l’ebrietà del ventre».

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