Questi non è un buon pastore, mi sembra un umanoide o un robot puramente meccanico

Questi non è un buon pastore,

mi sembra un umanoide

o un robot puramente meccanico

Da anni lo contesto nella sua dis-umanità – “a te sembra ma in realtà non è così”, mi punzecchia qualche mio confratello per salvarsi il culo – ma purtroppo devo confermare che abbiamo un vescovo che di umano ha solo un po’ di pelle o di peli, quando va all’estero per ricevere qualche osanna. Fuori casa, lui si autoesalta, e peggiora nella sua pastoralità diocesana, nel suo dovere di stare con il suo gregge, che è qui, in loco, e non altrove. E quando è in loco, non è in loco come un padre, ma come un prezzemolo per tutte le minestre. Come una trottola impazzita o una cavalletta che salta di qua e di là. Almeno si stancasse: ecco perché è un umanoide o un robot.
Qualcuno vorrebbe consolarmi dicendo: “Pazienta ancora un po’! Fra poco…”. Ma io non lo sopporto più. Delpini, così si chiama, non ha neppure il pudore di rispettare strettamente la legge dei 75 anni, quando il suo ruolo dovrebbe cessare. Allucinante per un ministro di Cristo non capire che è giunta la sua ora di ritirarsi: il Vangelo parla di “servi inutili”, ma, lo sappiamo, forse Cristo sapeva di parlare al vento. Cocciuto il popolo ebraico, ma non da meno, di dura cervice sarebbero stati anche i suoi ministri.
Ogni giorno Delpini sforna una cazzata, e deve essere ampio il suo repertorio, visto che è infinitamente sorprendente nel suo gioco di fare il vescovo senza lasciare che il suo cuore batta forte per la sua diocesi.
Sembra che egli si diverta a esporre i suoi panni più logori. Certo, la Diocesi milanese si salverà, per le sue radici che affondano nella santità di grandi vescovi del passato. Ma i tempi del riscatto sono lunghi, secondo la legge del rimpianto. Ma forse siamo arrivati al punto che sarà difficile rimpiangere l’ottusità e la cecità di Delpini, ma tutto dipende dal papa se vorrà ancora punirci.
Arriviamo al punto. Non è che io abbia seguito con calore e neppure con qualche disappunto il tour de force della trottola nella sua visita pastorale in Brasile. Me ne sono letteralmente fregato. Ho altro da fare qui nel mio piccolo, anche preoccupandomi di quanto succede nella diocesi, lui assente. Ma lui è sempre assente con il cuore, anche quando come una trottola visita tutte le parrocchie della Diocesi.
Mi hanno segnalato un articolo apparso sul sito della Chiesa di Milano, dal titolo: «L’arcivescovo: “Forse ho trovato una definizione di ‘coraggio’».
Il cronista fa un cappello iniziale: «Nel corso della sua visita in Brasile, mons. Delpini è rimasto impressionato dalla devozione della comunità locale, caratterizzata da una commozione profonda, da un sentimento religioso intenso e così disponibile ai sacrifici».
Ed ecco le parole dello stesso Delpini: come è nel suo stile egli racconta…
Un giorno il vescovo chiama un giovane prete non ancora trentenne. “Devo incaricarti di essere parroco di una nuova parrocchia, in un quartiere della città che si sta ingigantendo”. “Bene, eccellenza – risponde il sacerdote – come vuole. Ma c’è la chiesa?”. “No, non ancora” risponde il vescovo. “Ma c’è la casa del parroco?” chiede ancora il giovane. “No, non ancora” gli replica ancora il vescovo. “Ma ci sono almeno le risorse per costruire le strutture necessarie?”. “No, non ancora”. “E allora io che cosa faccio?”. “Arrangiati. Coraggio!”. E così è cominciata la storia della nuova parrocchia intitolata a san Carlo Acutis. Sarà questa la definizione di “coraggio”? Il prete una volta si confida con il vescovo: “Mi sento un po’ stanco…”. “Stanco? Forse stanco sarà il padre di famiglia che lavora tutto il giorno e poi torna casa e si prende cura della famiglia e dei nonni e della casa”. Sarà questa la definizione di “sincerità”?
Riflessioni strettamente personali, ma non private. Sono rimasto di nuovo folgorato leggendo questo modo di raccontare le cose, e di stimolare con la solita ironia di un pastore che non conosce l’odore delle sue pecore.
Anzitutto: Lei che ne sa della vita di un gregge, Lei che è sempre vissuto in una bambagia senza mai essere stato nemmeno sfiorato da qualche problema esistenziale? Non l’ha confidato Lei in un confronto con il vescovo di Assisi, mi pare nei primi giorni di settembre del 2023? Lei non hai avuto alcun problema nella sua vita! Ma come può essere? Nemmeno la Madonna poteva dire queste cose, avendo sofferto per il Figlio, pur essendo nata, come dice il dogma, senza il peccato originale. Ma forse Lei è stato ancor più privilegiato della Madonna? E che dire dello stesso Gesù di Nazaret? Lei mi viene a dire che non ha mai avuto un problema nella sua vita? Certo, a giudicare dalla sua salute fisica tutti ci meravigliamo della sua capacità di resistenza ad ogni fatica. Forse non suda mai! Ma come può capire il suo gregge, che è un insieme di problematiche reali di gente, anche preti, che hanno ogni giorno una difficoltà, forse più di una, da affrontare? Lei, in quel dialogo pur reale con un suo prete, con che coraggio, sì CORAGGIO, può dire: “Arrangiati! Coraggio!”.
Lei non sa la durezza della vita anche di un prete, di un suo prete che però non è “suo” se lo maltratta con risposte brutali.
Chiariamo una cosa. Nelle mie esperienze pastorali, non ho mai scelto personalmente dove andare, la parrocchia dove svolgere la mia missione da gestire pastoralmente: ogni prete è un “inviato” dal vescovo, e dunque il vescovo dovrebbe preoccuparsi se il suo prete in quella parrocchia abbia da vivere oppure no, e non dirgli: ARRANGIATI! DATTI DA FARE!
Un vescovo che non ha mai avuto alcun problema nella sua vita, come potrebbe entrare in sintonia per non dire empatia con i problemi dei suoi preti? Forse è vero che oggi i giovani, e anche i preti giovani sono più fragili dei miei tempi. La nostra formazione seminaristica, pur con tutti i difetti, ci aveva educato al senso del dovere, ad affrontare la vita senza mai venir meno alla nostra vocazione. Ma, proprio per questo, questi giovani preti andrebbero ancor più amati, avrebbero bisogno della vicinanza del proprio vescovo, il quale non dovrebbe mai dire: “ARRANGIATI! CORAGGIO!”
II vescovo impone: “Io ti mando in mezzo ai lupi”, e poi come se Cristo dicesse: “Ti devi arrangiare, difenderti da solo dai lupi, non mi importunare! Io ho altro da fare”.
Mi ricordo che quando ero a Sesto San Giovanni, l’allora Vicario episcopale di zona, meglio non nominarlo, in un incontro mi disse. “Non ho soltanto i tuoi problemi da ascoltare!”. Al che risposi: “Lei questa cosa la dice a tutti i preti che vengono da Lei, il che significa che Lei non si preoccupa di nessun prete!”. Ovvero, era un modo per fare come ponzio pilato!
Immaginate un vescovo che si vanta di non aver mai avuto alcun problema esistenziale nella sua vita, fin da bambino, e da vescovo dovesse farsi carico dei problemi dei suoi preti. Istintivo dir loro: ARRANGIATI! CORAGGIO!
Nella sua logica, egli sarebbe un cretino se dovesse prendersi a carico i problemi degli altri.
È vero: ciò che mi fa specie oggi è la paura di alcuni preti già cinquantenni ad assumersi la responsabilità di fare il parroco. C’è quasi una ritrosia, una paura, e i motivi potrebbero essere molteplici, tra cui il fatto di essere in pochi oggi, e perciò a chi capita capita, senza andare troppo per il sottile, come scaricare una grossa balla di fieno sulle spalle di un ragazzino. E succede che prendono un prete già riluttante e timido e gli si affida una comunità pastorale che esigerebbe una esperienza già collaudata. Colpa di chi? Ma se non basterebbe chiedersi: colpa di chi?, neppure però che il vescovo gli dica “Coglione! Datti da fare!” e poi lo abbandona al proprio destino. È anche vero che ci sono preti che rifiutano parrocchie non di loro gradimento, ma anche qui il difetto sta sempre nel manico: vuol dite che la diocesi non è in buone mani, ma di un pastore che non educa al senso del dovere, limitandosi magari a punire i disobbedienti. Siamo al solito, punto: si è in pochi, e i superiori tacciono, accontentando certe pretese, anche se un capro espiatorio lo trovano sempre e scaricano su di lui tutte le colpe degli altri.
Non ho mai preteso ad esempio che un vescovo rientrasse nelle mie simpatie o nei miei desideri: con tutti, anche con Martini e con Tettamanzi, ho avuto discussioni e degli screzi. La cosa fondamentale è trovare un padre che sappia ascoltare, con cui anche litigare, sempre in vista del bene della Diocesi.
Vorrei far tesoro di quanto una donnetta di Monte, diciamo analfabeta, ma ricca di tanto buon senso e di saggezza popolare, aveva detto nei miei riguardi davanti a una assemblea di cento persone del luogo: “Non mi interessa ciò ce dice don Giorgio in predica, ma mi interessa che lui vuole bene al mio paese”.
Siamo pronti a giudicare un vescovo per la sua acutezza culturale, ma non è questo il punto per una diocesi: interessa che lui voglia bene ai propri fedeli e al suo clero, concretamente, anche sostenendo finanziariamente un prete che fatica a vivere. Non era di mio gradimento Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, per le sue chiusure anticonciliari. Ma ho cambiato idea leggendo le lettere che scriveva ai suoi preti. Ecco, il buon pastore è così: uno che se la cascia per il suo gregge, iniziando dai suoi preti.
Mario Delpini si è fatto odiare da tanti, per il suo modo di fare da distaccato, per i suoi rifiuti di contatto con i suoi preti. Non solo in caso di malattia, ma anche nel caso dei preti dissidenti. Lui non li sopporta: sono da emarginare, da dimenticare, come se non esistessero.
Riporto un duro giudizio su Delpini, proprio sotto l’articolo del “coraggio”. Ho saputo che è un prete che da qualche anno ha abbandonato: per colpa di chi?
Giudicate voi. Il problema è che forse tanti troppi preti milanesi sono in difficoltà a causa del loro vescovo che non li ascolta, o li prende male.
Se dovessi invitare Mario Delpini a riflettere anche solo per un attimo sul suo operato come vescovo di Milano, mi direbbe (come potrebbe se è una mummia insignificante?) che ha ben altri problemi, ovvero nessuno, perché lui è il vero problema: il suo ego non permetterà mai alcun ripensamento. Lui si crede, e si crederà finché vivrà, di essere stato il più grande arcivescovo che ha retto la diocesi più grande del mondo. Peccato che adesso è tanto piccola che non la si vede più dispersa nella nebbia delpiniana.

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