10 maggio 2026: SESTA DI PASQUA
At 4,8-14; 1Cor 2,12-16; 1Cor 2,12-16; Gv 14,25-29
Il primo brano, tratto dal libro “Atti degli apostoli”, ha diversi spunti degni di attenzione. Su cui riflettere. Il testo fa riferimento ad un “segno” particolare che è avvenuto a Gerusalemme alla porta cosiddetta “bella” del Tempio. La “Porta Bella” è identificata con l’antica Porta d’Oro (o Porta della Misericordia), situata nel muro orientale della spianata. È famosa per essere la più antica delle porte attuali, oggi murata, e considerata sacra sia dalla tradizione ebraica che cristiana.
Ho detto “segno”, così l’evangelista Giovanni chiamava il miracolo: la parola “miracolo” di per sé significa qualcosa che suscita meraviglia o stupore. Ma la meraviglia sta nel gesto di Gesù in quanto “segno” che richiama qualcosa di Divino, un gesto dunque che va oltre il fatto, l’evento, così come viene narrato.
Ecco il fatto. Un uomo, zoppo fin dalla nascita, trasportato ogni giorno presso il tempio per chiedere l’elemosina, quando vede Pietro e Giovanni che salgono al tempio per pregare chiede loro un’offerta in denaro. Pietro risponde: «Oro e argento non ho, ma quello che possiedo te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, cammina». Il fatto ha suscitato meraviglia, stupore, assembramenti di persone, anche perché lo storpio guarito, da tutti conosciuto, continua a gridare la sua meraviglia e a ringraziare. Quando i responsabili del tempio decidono di intervenire per mettere fine al disordine, concludono di mettere in prigione i due Apostoli.
Una prima riflessione. Qui troviamo subito un motivo, talora inventato, perciò un pretesto, per imprigionare i dissidenti. Succederà per i cristiani che i Romani per perseguitarli accusavano di creare disordine, in realtà erano le loro idee rivoluzionarie sulla giustizia sociale che davano fastidio all’Impero, fondato tra l’altro sulla schiavitù. Gli stessi Ebrei, sotto il dominio romano, accusavano gli Apostoli, pensate a Paolo, di creare disordini perché i Romani intervenissero per imprigionarli. Lo stesso pretesto sarà usato poi dalla Chiesa istituzionale verso i cosiddetti eretici. Basterebbe pensare che nei primi tempi della Chiesa a indire i cosiddetti Concili ecumenici erano gli stessi Imperatori che pagavano tutte le spese che poteva costare il raduno dei vescovi per i loro spostamenti ecc. e lo scopo era un unicamente di natura politico: il dogma imposto a tutti i cristiani serviva al potere politico per evitare divisioni all’interno dello stesso impero, per poi intervenire, come braccio secolare, a punire anche con la morte i dissidenti. In breve possiamo dire che lo stato o la chiesa o le religioni in genere creano sempre pretesti per punire i dissidenti. E il pretesto è il medesimo: i dissidenti creano scompiglio, divisioni, tensioni.
Bel modo di intendere la dialettica. La dialettica vera significa confrontarsi, discutendo anche animatamente con l’intento di cercare una sintesi per trovare una via d’uscita come quando ci si trova confusi in un labirinto.
Il giorno dopo il gesto miracoloso compiuto dai due Apostoli, che aveva creato un certo scompiglio di meraviglia tra la gente, si riuniscono i capi dei Giudei, gli anziani e gli scribi: Notate: Luca fa l’elenco dei personaggi più importanti del tempio di Gerusalemme, tutte persone coinvolte nel processo di Gesù.
Anche questo modo di narrare i fatti nel libro “Atti degli apostoli”, rivela una evidente simmetria tra Gesù e i suoi discepoli. Come a dire: i discepoli si devono comportare come il loro Maestro. I nemici saranno sempre i medesimi: i capi del popolo, i gerarchi religiosi o politici, coloro che comandano.
I capi giudei pongono a Pietro e a Giovanni la domanda cruciale: «Con quale potere e in nome di chi avete fatto questo?». Anche a Gesù, dopo la cacciata dei venditori dal tempio, viene posta una domanda simile. A Gesù si chiede con quale autorità ha operato. Agli Apostoli si chiede invece l’origine di quel potere di guarigione e, quindi, in nome di chi hanno compiuto la guarigione.
Pietro, pieno di Spirito Santo, dà una pronta risposta. Luca ricorda spesso questo rapporto tra la Parola e lo Spirito: è il dono di Dio attraverso Gesù.
Pietro si sente testimone davanti ad Israele e davanti al mondo. La guarigione è avvenuta attraverso Gesù, «che voi avete ucciso e che Dio ha risuscitato dai morti». Pietro non accusa i Romani, ma gli stessi Ebrei, come veri omicidi del loro Messia.
Pietro è chiaro e duro: Cristo è venuto a liberare e ad inaugurare i tempi messianici, annunciati da Isaia, ed ora questi tempi continuano attraverso i credenti in Gesù, e quindi attraverso la sua comunità che lo celebra vivo e amato da Dio pienamente.
Pietro ricorda anche il Salmo 118,22, che parla della “pietra angolare”. Ricordiamo che la pietra angolare è parte delle fondamenta di un edificio che, posta all’angolo, deve sostenere il maggior sforzo del peso di tutta la costruzione. È quindi la pietra più robusta, simbolo della resistenza dell’edificio stesso.
Cristo è visto come il nuovo Tempio, nella sua pietra angolare, solo in Cristo c’è salvezza. Senza di Lui tutto crollerebbe. Quando la Chiesa perde di vista Cristo, vacilla, e se non crolla è perché Cristo stesso garantisce, nonostante i tradimenti della sua Chiesa, la continuità. Certo, crollano le istituzioni, crollano gli edifici, crollano le strutture, ma la Chiesa di Cristo è fondata sulla Grazia, che è lo Spirito santo.
Lo Spirito santo dà scosse salutari alla Chiesa istituzionale perché si spogli dell’inutile, dell’inessenziale, del superfluo, del di più, come quando scuotete una pianta e crollano i rami secchi. Le scosse sono sempre salutari: purificano.
Lo stesso tempo come crònos purifica, perché nel tempo le cose invecchiano, e prima o poi vengono consumate dallo stesso tempo. Le stesse guerre purificano, perché mettono a nudo le nostre perversioni, e la guerra scatenata dai potenti ricade sempre sulla testa dei criminali, mozzandola senza pietà.
Il nostro dovere o impegno di credenti, come spiriti liberi, è di essere sempre una spina nei fianchi di una Chiesa istituzionale che si ingrossa come un albero, con tanto fogliame ma senza frutti, quelli dello Spirito.
Dobbiamo essere credenti nella Grazia, e non nelle opere che facciamo, tanto più se queste opere sono solo carnali, senz’anima. E dobbiamo essere credibili testimoniando ciò in cui crediamo. Non importa se saremo perseguitati dalla stessa gerarchia ecclesiastica, la quale in quanto potere si sente costretta a difendersi dagli spiriti liberi che la provocano nella sua carnalità.
Il futuro è dei Mistici, e non dei preti social o dei preti venditori di fumo.
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