Omelie 2014 di don Giorgio: Nona Domenica dopo Pentecoste

10 agosto 2014: Nona domenica dopo Pentecoste
2Sam 12,1-13; 2Cor 4,5b-14; Mc 2,1-12
L’episodio del primo brano della Messa è rimasto sempre vivo nella memoria del popolo ebraico, così come è rimasto sempre presente nella memoria di noi cristiani. Quante volte abbiamo pregato con il Salmo noto come il “Miserere”?
Il Salmo 50 (o 51 secondo la enumerazione ebraica) che inizia così in latino: “Miserere mei, Deus”, abbi pietà di me, Signore, è stato attribuito dalla tradizione giudaica al re Davide, dopo che il profeta Natan lo aveva chiamato a rendere conto del suo adulterio con Betsabea e dell’omicidio del marito di lei, Uria l’Ittita.
Secondo Carlo Maria Martini, che ne ha fatto una lunga e profonda esegesi, il Salmo 50 è di una ricchezza inesauribile. Scrive: «Esso attraversa tutta la storia della Chiesa e della spiritualità: costituisce lo schema interiore delle Confessioni di Agostino; è stato amato, meditato, commentato da Gregorio Magno; è divenuto segnale di ardente difesa dell’immagine di Dio nelle infuocate prediche del Savonarola e motto di speranza dei soldati di Giovanna d’Arco; è stato studiato intensamente da Martin Lutero che vi ha dedicato pagine indimenticabili; è lo specchio della coscienza segreta dei personaggi di Dostoevskij e una chiave di lettura dei suoi romanzi. Esso è quindi il Salmo dei grandi uomini di Dio. Musicisti come Bach, Donizetti e altri più vicini al nostro tempo l’hanno ripensato in musica. Celebri pittori l’hanno descritto con meravigliose incisioni. È soprattutto il salmo che ha accompagnato le preghiere, le lacrime, le sofferenze di tanti uomini e di tante donne che vi hanno trovato conforto e chiarezza nei momenti oscuri e pesanti della loro vita. Il Miserere è la preghiera dell’uomo di sempre, appartiene alla storia dell’umanità, non solo alla storia dell’Oriente ebraico e della civiltà occidentale cristiana. Meditandolo noi entriamo nel cuore dell’uomo e nel cuore della storia dell’umanità. Possiamo ripetere, facendola nostra, la preghiera di Charles de Foucauld: “Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere. Questo Miserere che è la nostra preghiera quotidiana. Diciamo spesso questo salmo, facciamone spesso la nostra preghiera; esso racchiude il compendio di ogni nostra preghiera: adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda. Esso parte dalla considerazione di noi stessi e della vista dei nostri peccati e sale fino alla contemplazione di Dio, passando attraverso il prossimo e pregando per la conversione di tutti gli uomini”».
Giovanni Paolo II ha dedicato al Salmo 50 addirittura quattro catechesi durante le Udienze Generali. Nella prima, così lo definisce: “il più intenso e ripetuto Salmo penitenziale, il canto del peccato e del perdono, la più profonda meditazione sulla colpa e sulla grazia”.
Il Papa parla di Salmo penitenziale. Noi sappiamo che i Salmi sono 150, sette di questi sono chiamati penitenziali dalla tradizione cristiana. Penitenziali perché nel loro testo contengono una confessione di colpa e una richiesta di perdono a Dio: alcuni sono suppliche individuali (per situazioni che riguardano un singolo), altri sono suppliche collettive (per situazioni che coinvolgono un gruppo di persone o la nazione intera). Da notare che non sono mai salmi di disperazione, ma si chiudono (scusate l’apparente gioco di parole) aprendosi alla fiducia e alla lode.
Ma nel Salmo 50 troviamo qualcosa di più, che riguarda Dio, il nostro stato di precarietà e il mondo della conversione e della grazia. Anzitutto, per quanto riguarda Dio, Martini fa notare che nel Salmo troviamo parole ricorrenti quali: pietà, misericordia, amore.
La prima parola è “pietà”. «Pietà di me, o Dio», in ebraico è semplicemente: «Grazia, fammi grazia, riempimi della tua grazia». Si chiede dunque a Dio che sia per noi grazia, che prenda interesse a chi sta male o si trova in difficoltà, che ci dia una mano. Dio è dono gratuito, l’essenza della gratuità. Se capissimo questo, noi credenti cambieremmo il nostro modo di vedere Dio e il nostro agire. Noi siamo gratuità, perché Dio è gratuità.
La seconda parola è “misericordia”. In ebraico il termine è “hésed”: indica l’atteggiamento tipico di Dio verso il suo popolo, che comporta lealtà, affidabilità, fedeltà, bontà, tenerezza, costanza nell’attenzione e nell’amore. Si potrebbe anche tradurre con “gentilezza”, nel senso di tenerezza. Dio è colui che io non conosco, ma per il quale sono importante, per il quale è importante – secondo la parola di Gesù – ogni capello del mio capo. Nulla avviene in me senza un’attenzione della tenerezza di Dio. La gentilezza di Dio si fa più tenera quando noi siamo deboli, fragili, peccatori, incostanti, strani, poco attraenti e forse pensiamo che Dio fa bene a non ricordarsi di noi, farebbe bene a castigarci.
La terza parola è “nel tuo grande amore”. In ebraico si dice «rahammìm» e significa «il cuore, le viscere». È un vocabolo profondamente materno e indica la capacità di portare qualcuno dentro, di immedesimarsi in una situazione così da viverla nella propria carne, da soffrirne o goderne come di cosa propria.
Per quanto riguarda la precarietà dell’essere umano, mi rifaccio alle parole di Giovanni Paolo II, il quale in una catechesi sul Salmo 50 dice: «Tre sono i termini ebraici usati per definire la nostra triste realtà, che proviene dalla libertà umana male impiegata. Il primo vocabolo, hattá, significa letteralmente un “mancare il bersaglio”: il peccato è un’aberrazione che ci conduce lontano da Dio, meta fondamentale delle nostre relazioni, e per conseguenza anche dal prossimo. Il secondo termine ebraico è ‘awôn, che rinvia all’immagine del “torcere”, del “curvare”. Il peccato è, quindi, una deviazione tortuosa dalla retta via; è l’inversione, la distorsione, la deformazione del bene e del male, nel senso dichiarato da Isaia: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (Is 5,20). Proprio per questo motivo nella Bibbia la conversione è indicata come un “ritornare” (in ebraico shûb) sulla retta via, compiendo una correzione di rotta. La terza parola con cui il Salmista parla del peccato è peshá. Essa esprime la ribellione del suddito nei confronti del sovrano, e quindi un’aperta sfida rivolta a Dio e al suo progetto per la storia umana».
Infine, il mondo luminoso della grazia. Il Papa commenta: «Attraverso la confessione delle colpe si apre, infatti, per l’orante un orizzonte di luce in cui Dio è all’opera. Il Signore non agisce solo negativamente, eliminando il peccato, ma ricrea l’umanità peccatrice attraverso il suo Spirito vivificante: infonde nell’uomo un “cuore” nuovo e puro, cioè una coscienza rinnovata, e gli apre la possibilità di una fede limpida e di un culto gradito a Dio». Interessante e affascinante l’idea di una nuova creazione.
Il peccato in fondo non riuscirà mai a distruggere il nostro essere: ad ogni peccato c’è la possibilità di una rinascita. San Paolo ha scritto nella sua Lettera ai Romani: “Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia”.
Non posso chiudere senza un accenno all’episodio del re Davide che, invaghitosi della moglie di Uria, fa uccidere il marito per poterla poi sposare. Un episodio che è sempre attuale. Il potere, si dice, fa perdere la testa. O, meglio, il potere allarga i limiti o addirittura li toglie, facendo credere a chi lo detiene di essere onnipotente. Questo succede in politica, questo succede nel campo ecclesiastico, questo succede anche nel proprio piccolo: sul lavoro e anche addirittura nel volontariato parrocchiale. Più il potere aumenta, più cresce il delirio. Gesù Cristo ha colto il rischio, e ha insistito sul servizio. Ha cercato di farlo capire ai suoi apostoli. Con parole e con gesti. Ricordate la lavanda dei piedi.
Una seconda osservazione. Il vero peccato del potente non è tanto una debolezza umana (invaghirsi di una donna che non è sua moglie, anche se Giovanni Battista ci ha lasciato la testa per questo motivo, avendo rimproverato pubblicamente Erode Antipa), ma ciò che ripugna è quel credersi in diritto di fare ciò che si vuole della donna. Ultimamente c’è stato uno in Italia che, per anni e anni, ha fatto della donna uno zerbino per pulirsi i suoi piedi. Il suo delitto non è stato tanto soddisfarsi con più donne possibili, ma servirsi della donna in quanto tale, come donna, per far credere di essere onnipotente anche in quello. Io posso tutto, dunque la donna è mia. Questo è il vero crimine: rubare alla donna la sua dignità. Questo è il vero furto. Per questo delitto non c’è una pena adeguata, se non il bando perpetuo dalla società.

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