11 gennaio 2026: BATTESIMO DEL SIGNORE
Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Mt 3,13-17
Premetto subito qualche chiarimento. Anzitutto la Liturgia ci invita a celebrare il battesimo che è del Signore, che ha il suo fondamento nei Vangeli. Nel testo dei tre sinottici viene proposto un racconto dettagliato dell’evento. Con qualche leggera diversità lo raccontano Matteo, Marco e Luca. Lo scenario è quello del fiume Giordano, dove il Precursore predicava un battesimo di penitenza. L’evangelista Giovanni non racconta l’episodio, ma testimonia che il Battista, alla vista di Gesù, indicato come “Agnello di Dio”, «ha contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di Lui… E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,29-34).
Dunque, il punto focale è chiaro: il battesimo di Gesù; così come è chiaro il contesto: il racconto dei quattro evangelisti. Poi, possiamo anche tirare qualche conseguenza, come ricordare il nostro battesimo sacramentale, ma è del tutto fuori posto celebrare uno o più battesimi durante la Messa di questa festa, a parte l’usanza o la moda dissennata da parte di qualche parroco di celebrare magari più battesimi durante la Messa festiva.
È di estrema importanza invece cogliere almeno alcuni aspetti del battesimo di Gesù, tanto più che non sembra così comprensibile la richiesta del Figlio di Dio di farsi anche lui battezzare dal cugino Giovanni. Lo spiegheremo.
Inoltre, specifichiamo che la riforma liturgica conseguente al Concilio Vaticano II fissa la celebrazione del Battesimo di Gesù per la domenica successiva all’Epifania. Quando l’Epifania aveva un’ottava, l’ottavo giorno era consacrato al Battesimo di Gesù che costituisce uno dei tre “miracula” originariamente celebrati nel giorno della Festa della manifestazione, che è appunto l’Epifania: la manifestazione ai magi e in loro ai popoli pagani; il Battesimo che manifesta Gesù al Battista e ai peccatori che rispondono alla predicazione del Precursore; il segno di Cana che manifesta Gesù ai discepoli che credono in lui. Carlo Magno, rimasto affascinato dal canto di certi monaci greci che celebravano il Battesimo del Signore, fece tradurre in latino i testi che aveva udito cantare.
Ricostruiamo la scena. Il cugino Giovanni sta predicando invitando gli ebrei, in attesa dell’arrivo del Messia, a purificarsi dei propri peccati, immergendosi nelle acque del Giordano. Tante persone lasciano le loro case e gli impegni abituali, spinte da un profondo desiderio di un mondo diverso e di parole nuove, che sembrano trovare risposta proprio nelle parole severe, impegnative, ma colme di speranza del Precursore. Il suo è un battesimo di penitenza, un segno che invita alla conversione, a cambiare vita, perché si avvicina Colui che “battezzerà in Spirito santo e fuoco”. Ed ecco che anche Gesù abbandona la casa e le consuete occupazioni per raggiungere il Giordano. Arriva in mezzo alla folla che sta ascoltando il Battista e si mette in fila come tutti, in attesa di ricevere anche lui il battesimo. Giovanni, non appena lo vede avvicinarsi, intuisce che in quell’Uomo c’è qualcosa di unico, che è il misterioso Altro che attendeva e verso il quale era orientata tutta la sua vita. Comprende di trovarsi di fronte a Qualcuno più grande di lui e di non essere degno neppure di sciogliergli i lacci dei sandali.
Gesù si presenta con una straordinaria umiltà, che richiama la povertà e la semplicità del Bambino deposto nella mangiatoia, e anticipa i sentimenti con i quali, al termine dei suoi giorni terreni, giungerà a lavare i piedi dei discepoli e subirà l’umiliazione terribile della croce. Il Figlio di Dio, Colui che è senza peccato, che si pone tra i peccatori mostra la vicinanza di Dio al cammino di conversione dell’uomo.
Dopo aver ricevuto il battesimo, si aprono i cieli. È il momento atteso da schiere di profeti. “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”, aveva invocato un profeta anonimo (63,19). In questo momento, tale preghiera viene esaudita. Infatti, “Il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo” (3,21-22); si udirono parole mai ascoltate prima: “Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento”.
L’espressione “aprirsi i cieli” ha con sé tanti significati e fa pensare a tante cose belle. Le nostre migliori speranze, o meglio le nostre certezze di fede stanno qui: nell’apertura dei cieli. Commenta don Angelo Casati: «Un cielo chiuso fa paura, come i cieli che dilagano a terrore nei servizi televisivi dei nostri giorni. Un cielo chiuso urla minaccia, evoca cuori chiusi; al contrario un cielo che si apre è un canto alla fiducia, evoca cuori aperti. Il battesimo di Gesù evoca apertura, e dunque la fraternità, la ricomposizione, la pace. E quasi a conferma dell’apertura ecco nel battesimo di Gesù l’immagine della colomba, evocata per raccontare lo Spirito che scende su di lui. La colomba richiama altre acque e altra apertura, quella dell’arca che aveva trapassato le acque minacciose del diluvio».
Il secondo brano della Messa, tolto dalla Lettera di san Paolo agli Efesini, ci ricorda come Gesù abbia abbattuto il muro della separazione tra ebrei e pagani. Era famosa e drammatica l’esclusione che gli stranieri dovevano accettare, qualora volessero entrare nel tempio di Gerusalemme. Un muro, alto circa un metro e mezzo, circondava tutta l’area sacra del tempio ed era vietato l’ingresso ai pagani, pena la condanna a morte. Lo ricordavano 13 piccole lapidi con una scritta in greco e latino. In tal modo veniva garantita la separazione e la lacerazione dell’umanità. Il popolo d’Israele era convinto che la differenza e la esclusione fossero volute da Dio: da una parte l’elezione, e dall’altra l’esclusione. Ed ecco le parole di Paolo: «Cristo è la nostra pace, colui che di due (pagani ed ebrei) ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini».
Ho trovato questo commento: «Quando oggi si parla di pace, facilmente si fa riferimento ad alleanze strategiche, equilibrio di forze e di armi; si ritiene quindi che la pace sia frutto di alchimie politiche e del buon senso dei grandi di questo mondo. Preoccupa che in questa logica, a volte, siano coinvolti anche i credenti, i quali si pongono accanto alle altre forze politiche e sociali e ai poteri di questo mondo, e ritengono di dover usare gli stessi mezzi e la stessa strategia per conseguire la pace. Il loro discorso appare privo di un’ossatura profetica e di quella creatività che scaturisce dalla preghiera come familiarità del credente con il suo Signore che è la Pace. Per recuperare quest’anima profetica, propria del credente, è bene lasciarsi illuminare dalla Parola biblica e soprattutto dal vissuto di Gesù».
Non chiedetemi che cos’è la pace, e quale pace vuole l’uomo d’oggi. Non l’ho ancora capito. Forse chiediamo a Dio una pace sbagliata. Forse… Immergiamo questi “forse” nella purezza di quella fede che potrebbe spostare anche le montagne. Certo, ciò non significa stare con le mani in mano. Ma almeno rendiamoci conto di avere tante idee confuse.
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