
da la Repubblica
11 GENNAIO 2026
Trump e il rifiuto del limite
di Ezio Mauro
Il leader di un Paese democratico si fa imperatore sotto gli occhi del mondo. La potestà che viene attribuita dalla Costituzione a chi governa non gli basta più. E insegue il giacimento mitologico della sovranità assoluta, senza più regole, vincoli, controlli
Dunque un uomo può prendere per il bavero il mondo, minacciarlo come fa un bandito di strada, metterlo sottosopra e costringerlo a seguire i suoi voleri. Non ha il mandato per farlo: molto semplicemente lo fa, e incredibilmente cadono le difese, cedono gli interdetti, saltano le regole, il potere giustifica se stesso mentre agisce e la forza non solo garantisce ma spiega il tutto: perché il dominio è la nuova ideologia, e i mezzi giustificano il fine.
Stiamo assistendo a un esperimento inedito nella modernità contemporanea: il leader di un Paese democratico, eletto regolarmente dai cittadini all’ufficio presidenziale, si fa imperatore sotto gli occhi del mondo, perché la potestà che viene attribuita dalla Costituzione a chi governa non gli basta più e per questo insegue il giacimento mitologico della sovranità assoluta, senza più regole, vincoli, controlli. È il sogno neo-autoritario del potere puro, incondizionato, esclusivo che torna a ridisegnare il pianeta dirottando il corso del secolo, dopo la sconfitta delle dittature del Novecento.
Nello spazio di una settimana Donald Trump ha catturato con un blitz militare il presidente venezuelano Maduro e lo ha rapito consegnandolo alle prigioni americane in attesa del processo per narcotraffico, poi ha spiegato che gli Usa «prenderanno il petrolio» del Paese con gli impianti e le infrastrutture, ha bocciato Maria Machado premio Nobel per la pace e leader dell’opposizione («è molto gentile ma non ha abbastanza sostegno e rispetto nella popolazione»), ha annunciato che gli Stati Uniti terranno il controllo del Venezuela a tempo indeterminato, ha minacciato Colombia, Cuba e Messico, ha deriso Macron in un’imitazione che voleva ridicolizzarlo, ha rivelato che il prossimo obiettivo è la Groenlandia («ci serve assolutamente, sarà nostra con le buone o con le cattive»), poi ha sequestrato cinque petroliere per rafforzare il blocco delle esportazioni di Caracas, ha fatto sparire dalla bozza d’intesa tra i Paesi “volenterosi” e Zelensky l’impegno americano a sostenere la forza militare d’interposizione e garanzia in Ucraina dopo l’accordo di pace, ha decretato il ritiro americano da 66 organizzazioni internazionali, di cui 31 dell’Onu.
Ognuna di queste imprese e di queste dichiarazioni d’intenti configura una forzatura delle regole che il mondo si era dato per garantire la convivenza, la prevenzione dei conflitti, ciò che chiamavamo l’ordine mondiale: cioè il diritto internazionale, il rispetto della sovranità degli Stati, della loro indipendenza e autonomia, la sacralità dei confini, il controllo della forza e il rifiuto di usarla per risolvere controversie internazionali, evitando abusi e soprusi da parte dei Paesi-potenza.
Che cosa governava questo insieme di principi, norme e misure? Il senso del limite, cioè il controllo nell’esercizio della propria legittima sovranità, sapendo che quando entra in relazione con la sovranità altrui le due potestà vanno composte e regolate per poter convivere.
Nel cosiddetto ordine mondiale c’era naturalmente una buona dose d’ipocrisia, da parte di Paesi che non conoscevano vincoli all’uso del potere dentro i loro confini e abusavano dello stesso potere all’esterno. Ma c’era anche — soprattutto dopo la comparsa sulla scena della Bomba, con la sua promessa sospesa di annientamento totale — una coscienza della responsabilità generale che stava in capo a tutti. Potremmo dire che il limite era la misura aurea della democrazia, la forma politica dell’istinto di sopravvivenza divenuto regola generale, una sorta di meridiano zero del mondo dopo le grandi guerre, la soglia del fragile ma possibile equilibrio di coesistenza universale.
Il limite naturalmente non va inteso soltanto in senso geografico, come confine che pretende di essere riconosciuto e quindi chiede a ognuno di rimanere negli spazi suoi propri: ma è anche un elemento politico, psicologico, antropologico, una qualità della leadership, una conferma di equilibrio e infine (e in principio) una prova del governo di se stessi.
Il contrario è l’eccesso che rivela la sproporzione, diventa sregolatezza, precipita nell’abuso e — appunto — celebra il rifiuto di ogni limite: la dismisura. Che cresce nell’eccesso fino a saturare la politica disorientata, costretta a inseguire quotidianamente le provocazioni, tentando invano di trovare una regola per ricondurle a ragione, ricucendo ogni volta lo strappo: con il risultato di una democrazia dei rattoppi, infragilita e precaria.
Ora, nell’intervista al New York Times Trump ha teorizzato e canonizzato esattamente la sua fuoruscita definitiva dalla responsabilità del limite, fondando su questa libertà estrema il principio di supremazia del potere che lui incarna, e che ibrida la legittimazione elettorale con la folgorazione assolutista: un potere nuovo, sperimentale, incandescente perché viene forgiato nello stesso momento in cui lo si esercita, sotto gli occhi del mondo stupito e ipnotizzato.
Il leader diventa la misura di se stesso, l’unico arbitro delle sue azioni, il dominus supremo che non riconosce poteri concorrenti, istituti di garanzia e di controllo, doveri di rendiconto: «Non ho bisogno del diritto internazionale, la mia moralità, la mia mente è l’unica cosa che può fermarmi». È l’istinto trasportato in politica, lo squilibrio che diventa norma, la trasgressione come metodo di governo, per trasportare il Paese in una nuova era fondata sul nazionalismo, l’unilateralismo, l’isolazionismo e il suprematismo americano.
Invece di sentirsi sfidato, il resto del mondo assiste stupito, soggiogato e spaventato dalle performance ininterrotte del presidente americano, pensando di essere spettatore di un film dell’orrore, mentre invece è vittima. Questo interdetto che paralizza l’Occidente potenzia l’anomalia trumpiana, perché il presidente americano può contare non solo sul proprio potere, ma anche su quello che gli altri leader dismettono, rinunciando a esercitarlo.
Giudicando le azioni di Trump isolatamente come numeri spericolati da circo Barnum, si smarrisce il disegno complessivo, la portata e l’obiettivo dell’operazione in corso. Così a una provocazione estrema, con lo sfondamento del sistema già in atto, corrisponde una reazione debole, inconsapevole, tecnicamente incosciente. Come se fossimo di fronte alle prove estemporanee di una leadership esibizionista e velleitaria che improvvisa senza sapere dove va, distrugge senza preoccuparsi di ricostruire, perché le macerie sono il vero paesaggio nichilista dell’Anno Zero e testimoniano l’estraneità ribelle del leader rispetto al sistema.
E invece siamo davanti non solo a un disegno politico, ma a un progetto ideologico, la nuova e ultima modernissima incarnazione autoritaria della destra. Perché Trump in realtà presidia e domina il punto d’arrivo della destra estrema anarco-reazionaria, tecno-capitalista, nazional-populista: che vuole superare l’orizzonte democratico, denunciare la liberaldemocrazia come una creatura del Novecento incapace di vivere e giustificarsi nell’era del grande cambiamento, rompere la cornice democratica che tiene insieme il rifiuto dell’autoritarismo, le radici dell’antifascismo, le ragioni della guerra fredda al comunismo fatto Stato, la lezione del costituzionalismo: per portarci in un nuovo mondo costruito sulla forza e la sottomissione, la gerarchia e il comando, il sovrano e i sudditi.
Un altrove di cui cominciamo a vedere il profilo non più occidentale, mai più liberale, sempre più sovversivo, e comunque costruito fuori dal secolo democratico. Qui giunti, non possiamo evitare l’ultima domanda: quanta trasgressione può tollerare la democrazia prima di ammettere di aver cambiato sostanza e natura, e dunque di dover cambiar nome?
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da la Repubblica
La parola tiranno
di Michele Serra
L’amaca di sabato 10 gennaio 2026
C’è già la dichiarazione (ennesima) di totale rifiuto di ogni precedente regola di convivenza: «L’unico limite al mio potere è la mia moralità». Ovvero: sono ingiudicabile, se non da me stesso. Ci sono già i pretoriani, o le camicie brune come già qualcuno le chiama in America: i corpi speciali dell’Ice, cacciatori e deportatori di migranti, assassini a freddo (e con il volto mascherato) di una donna inerme, fedeli all’uomo della Casa Bianca e a nient’altro, certo non alla Costituzione federale, non alle leggi dei singoli Stati che li vedono arrivare come occupanti disposti a qualunque sopruso.
C’è poi la miseranda corte dei suoi cooptati al potere, quasi tutti mediocri e sconosciuti, miracolati dall’avvento di Trump e dunque non richiesti di autonomia di giudizio, di coscienza, di azione: non suoi collaboratori o consiglieri, ma suoi cortigiani.
Eppure, in questo quadro così nitido, così autodefinito (nel senso che è il suo stesso autore, Trump, a definirlo per quello che è: niente e nessuno al di sopra di me), sbalordisce la diffusa esitazione nel prendere atto che il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti è un tiranno.
Il potere che teorizza (e pratica) è un potere assoluto, slegato dal rispetto di chiunque non sia suo vassallo; un potere padronale («meglio comperare la Groenlandia piuttosto che affittarla, la proprietà ha grandi vantaggi psicologici») e un potere bugiardo, che solo nella menzogna può mettere radici, perché la verità lo avrebbe già ucciso in culla.
Fiduciosi fino all’incoscienza, parecchi osservatori ci rassicurano: la democrazia americana ha i suoi anticorpi, e reagirà. Nell’attesa che questo avvenga (e sarà un giorno meraviglioso), è la descrizione del già avvenuto che lascia molto a desiderare. C’è un tiranno alla Casa Bianca. È strano? Sì è strano. Ma è anche vero. Non sarebbe ora di prenderne atto?
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