Omelie 2013 di don Giorgio: Domenica dopo l’Ascensione

12 maggio 2013: Domenica dopo l’Ascensione

At 7,48-57; Er 1,17-23; Gv 17,1b.20-26

Il primo brano della Messa riporta le parole finali del lungo discorso che ha tenuto il diacono Stefano prima di essere lapidato dagli inferociti ebrei. Su Stefano pesavano due accuse: di aver denigrato il Tempio e la Legge, i due pilastri o istituzioni-base del giudaismo.
Stefano anzitutto cita un passo del profeta Isaia, come prova del fatto che il vero Tempio da onorare non è tanto quello fatto di pietre: «L’Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo». Già il nome “Altissimo” dice tutto. Come può Dio l’Altissimo essere contenuto in una, sia pure enorme, costruzione materiale che ha dei limiti: una determinata lunghezza, una determinata larghezza, una determinata altezza che perciò non possono essere infinite?
Noi credenti – il discorso si allarga a tutte le religioni – siamo proprio gente contraddittoria: ci piace onorare Dio con nomi sublimi, altisonanti, che spaziano nell’infinito, e poi, ecco la contraddizione, non facciamo che renderlo prigioniero dei nostri schemi, di una religione che è ben quadrata, legata a dogmi indiscussi e a una morale asfissiante.
Preghiamo in un modo, e agiamo in un altro. Quando preghiamo invochiamo Dio come la Sorgente della Pace, e poi facciamo le guerre; invochiamo Dio come la Fonte di Giustizia, e poi sosteniamo un potere che è corrotto, viviamo con la doppia coscienza; invochiamo Dio come l’Amore gratuito, e poi ci vendiamo per un piccolo interesse materiale, in nome del principio machiavellico che il fine giustifica i mezzi; invochiamo Dio come la Bellezza assoluta, e poi non facciamo che deturpare o lasciamo deturpare il Creato, e vendiamo l’arte per opere cosiddette educative dove regna la bruttezza; invochiamo Dio come il Padre dei cieli infiniti, e poi chiudiamo gli orizzonti togliendo ogni raggio di sole ad una esistenza già provata; invochiamo Dio come la Sorgente della Vita, e poi, in nome di chissà quale vita, lasciamo la nostra fede come in una tomba, come se Cristo non fosse ancora risorto; invochiamo Dio come la Gioia e la Speranza, e poi abbiamo ridotto il cristianesimo ad una religione di gente triste, sempre in lotta con precetti ecclesiastici mortificanti e inibitori; invochiamo Dio come la Tenerezza, la Misericordia, il Perdono, e poi come traduciamo queste bellissime parole, riprese dall’attuale papa Francesco con tanto calore, nella nostra vita concreta? Potrei continuare. Non so quanti nomi noi cristiani abbiamo inventato per onorare Dio. So che i musulmani lo onorano con 99 nomi. Il profeta Maometto ha detto: “Allàh ha novantanove nomi; cento meno uno. Chi li conosce (e li mette in pratica), entrerà in Paradiso”. Tutti nomi stupendi, che anche noi cristiani potremmo usare. Sono chiamati anche i “Bei Nomi di Dio”. Ma almeno uno venisse messo in pratica!
Non voglio parlare degli islamici e tanto meno rivolgermi agli islamici. Noi cristiani non dobbiamo insegnare nulla a nessuno, casomai imparare, ascoltare, meditare, esaminarci a fondo. La cosa veramente paradossale è il divario che si è creato tra il Nome di Dio che invochiamo e la nostra vita di praticanti. Talora c’è veramente un abisso. Ma c’è un problema di fondo, che va al di là di certe nostre incoerenze di vita pratica. Siamo tutti deboli, e nessuno dovrebbe scagliare la prima pietra.
Il problema di fondo è una religione che santifica Dio con nomi eccelsi, e poi lo rinchiude in una tetra prigione. È tale assurdità che poi crea il divario tra la nostra coscienza e la fede nel Dio della Bontà, della Misericordia, della Bellezza, della Giustizia, della Pace. Come si fa a volare alto, a respirare aria pura, a sognare se i cieli sono ermeticamente chiusi da una Chiesa gerarchica che preferisce ancora l’ordine, la disciplina, la legge?
Non dobbiamo mai dimenticare che le due accuse mosse contro Gesù erano: di aver violato il Tempio e la Legge. E queste accuse saranno rivolte anche contro i veri seguaci di Cristo. Il diacono Stefano è un esempio. E, lungo la storia del cristianesimo, saranno ancora queste due accuse che condanneranno i profeti scomodi o i santi contestatori. Non ci siamo mai chiesi che cosa è, in fondo, la struttura della Chiesa? La struttura, come del resto qualsiasi struttura, è qualcosa di materiale, come il tempio in muratura, il cui cemento, diciamo così, che tiene insieme il materiale è la legge. E la legge è qualcosa di visibile, di tangibile: non rimane solo su fogli di carta. La legge tocca la nostra vita esistenziale. Ci condiziona nei nostri atti. La legge ci mortifica nel nostro vivere. Il nostro vivere non deve essere in funzione della legge, ma, al contrario, la legge al servizio del nostro vivere. Cristo che cosa ha detto? “Il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato!”.
E anche qui notate il contrasto, la contraddizione: la Chiesa parla di Spirito santo come l’anima del cristianesimo, lo invoca in continuazione; fra una settimana ci sarà la Pentecoste, che verrà celebrata in tutta la Chiesa come una grande festività. E poi? Guai a toccare il Tempio e la Legge! Cristo li ha demoliti proprio in nome dello Spirito vivificante e di Libertà, e la Chiesa-gerarchica li ha rifatti. Prima il Tempio e la Legge, e poi l’Uomo, tradendo così il cuore del messaggio di Cristo.
Quando parlo del diacono Stefano, più che il suo lungo discorso, del resto ricostruito dalla primitiva comunità cristiana (immaginate uno che sta per essere ucciso che si mette a fare una lunga predica, e immaginate un gruppo fanatico di ebrei inferociti che lo sta ascoltando), ciò che mi colpisce sono le sue parole mentre sta morendo sotto i colpi della sassaiola: «Ecco, contemplo i cieli aperti…». Mi chiedo se bisogna proprio morire ammazzati dal furore bestiale di fanatici per contemplare l’apertura dei cieli! Ma forse, proprio perché già sognava cieli aperti, il profeta viene fatto fuori.
Se i cieli fossero già aperti, questa società vivrebbe nell’incubo di violenze, di guerre, di crisi di qualsiasi tipo, di precarietà, di sofferenza, di miseria? Il mondo non sarebbe diverso? Noi crediamo che con le nostre idee o ideologie malsane diamo più speranza alla gente: solo perché promettiamo fumo, illusioni, speranze effimere.
Ma non vi siete accorti – eppure basterebbe aprire gli occhi della mente – che, ad ogni rivoluzione del tipo: Adesso arrivo io, e cambio tutto! Tutti a casa, e poi ci penso io! Ecco, vi do benessere e felicità a buon mercato!, non solo non è mai successo niente di buono o di migliore, ma la gente rimane ancor più delusa, frastornata, scoraggiata? Certo, colpa anche loro che credono che gli asini possano volare!
Quando si parla di libertà, che cosa s’intende? Anche Cristo ha parlato di libertà, ma ha detto che è la verità a farci liberi. La verità! Capite? Non ha parlato di menzogna, non ha parlato di falsificazione della realtà, non ha parlato di illusioni. Tanto è vero che è proprio sulla parola verità e di conseguenza sulla parola libertà che è nato quel duro contrasto con gli ebrei suoi simpatizzanti che invece erano rimasti ancora fermi ad una concezione demoniaca della religione. E anche quella volta  Cristo l’ha vista brutta! Hanno tentato di lapidarlo!
Cristo però non ha voluto fare un discorso accademico sulla verità e sulla libertà. Ha colpito il cuore del giudaismo fondato sulla menzogna.
Provate a pensare anche alla nostra politica, che vive di menzogne. Non dimentichiamo che, quando Cristo parlava, si riferiva all’essere umano nella sua concretezza, nella sua realtà esistenziale. E perciò pensava anche al contesto socio-politico, tanto più che allora, e non solo allora, c’era una tale commistione tra sacro e profano che era difficile separare le due cose. Come si può parlare di verità, quando la società è costruita su un sistema socio-politico di menzogne? E poi si ha il coraggio di parlare di libertà? Ma che cos’è la libertà? Fino a quando non riusciamo a capire che siamo continuamente condizionati (pensate alla pubblicità martellante!), non possiamo sentirci liberi. I nostri politici parlano di bene comune, e poi ci mettono in una tale condizione di servitù da farci perdere ogni senso della vita.
Dopo giornate e giornate di cieli coperti da nubi minacciose, appena sbuca un raggio di sole, ci sembra di respirare, di gioire, di riprendere vita. Ma quando questi cieli minacciosi si squarceranno per ridarci una speranza di futuro migliore?
Basta l’apparire sulla scena di un Papa che ci apre il cuore, se poi la Chiesa nel suo insieme continua a tenere i cieli chiusi? Basta un santo per farci di nuovo sperare? Basta un politico onesto per toglierci dal pantano istituzionale?
E che dire delle comunità ecclesiali che, appena vedono aprirsi il cielo, temono chissà quali novità, chissà quali stravolgimenti pastorali? E che dire di un popolo che corre sempre dietro agli imbonitori, solo perché questi promettono il paradiso in terra?
Mi sto chiedendo, da tempo: in realtà quanta gente, cittadini e credenti, ama l’ebbrezza di cieli aperti? Sì, ammiriamo anche i santi, i martiri, i profeti e gli onesti li, ma siamo sempre pronti a guardare che cosa c’è nel nostro piatto. In fondo non diciamo: “Con i sogni non si mangia?”. E dimentichiamo che, se oggi possiamo ancora vivere, se abbiamo almeno qualche diritto conquistato, il merito va ai sognatori del passato, a chi ha dato la vita per aprirci uno sprazzo di cielo.

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