
New York, 8 gennaio: in piazza contro Donald Trump e l’Ice (reuters)
da la Repubblica
12 GENNAIO 2026
La fine del diritto e le piazze dei ragazzi
di Concita De Gregorio
Per i nipoti è scritta la nuova gerarchia delle cose. Comanda il più forte, il dissenso non è ammesso. L’uomo con la pistola ha sempre ragione. L’uomo con i droni può sterminare un popolo
È una questione di memoria, di anagrafe. I vecchi muoiono, quelli di mezzo balbettano, i nuovi non ricordano e i prossimi ricorderanno ancora meno, infine nulla. Nonni, figli, nipoti. È una questione di tempo, generazioni che si succedono, questa mutazione antropologica in atto.
Mutazione deliberata, certo. Per comandare in pace, agli autocrati, serve un popolo di sudditi docili, inconsapevoli, sedati da qualche briciola di privato benessere — va bene anche una promessa, va bene anche mostrare che la ricchezza è la misura del successo e tu puoi sempre vincere un gioco a premi, un pacco, una lotteria, un permesso di soggiorno. Puoi, se ti metti in coda, avere un colpo di fortuna. Senza protestare, però. Che qualcuno, vedi, ti spara in testa se non resti a casa a votare il tuo quiz in tv. E sembra, in questo momento davvero sembra, che non possiamo più farci niente. Non ci riusciamo. Sembra troppo tardi.
«La grazia è la bellezza del dubbio», dice il vecchio presidente della Repubblica nel nuovo film di Paolo Sorrentino. Monumentale, Toni Servillo incarna un anziano giurista, esimio autore di un manuale di diritto penale di duemila pagine, alla scadenza del suo mandato da presidente. Alla fine del suo tempo e — se non lo avessimo capito — del nostro. Un uomo solo, giusto, un sacerdote del diritto.
Esce, il film, nei giorni in cui si dibatte della morte del diritto. Internazionale, sì, ma mica solo quello. Esce mentre il biondo presidente del primo Paese democratico di Occidente dice prenderò la Groenlandia con le buone o con le cattive, fa le mossette effemminate per irridere le atlete transgender, rapisce un capo di Stato nel suo letto (pessimo, Maduro? Pessimo. Non è qui il punto) e minaccia di farlo con altri, chiunque, domattina, battezza la Difesa ministero della Guerra, difende l’energumeno che ha sparato in faccia a una cittadina che, sorridendo, diceva a quel killer «non ce l’ho con te».
Esce, La grazia, mentre Netanyahu, un altro leader democratico, procede nel suo sterminio programmatico di un popolo — intanto invitato a festeggiare capodanno a Mar-a-Lago, brindiamo, amico. Mentre Putin bombarda da quattro anni l’Ucraina (anche lui: non con le buone, con le cattive) e aspetta che l’Europa collassi, ha fiducia che non manchi molto. Le destre elette, difatti, ovunque avanzano. Esce, La grazia, mentre in Iran le piazze si infiammano contro un regime sanguinario e sarebbe lungo l’elenco a certificare il declino delle democrazie e del diritto, la vittoria del nuovo ordine deciso da uno solo, il più forte.
So bene che Sorrentino non aveva nessuna intenzione di parlare di tutto questo, ma lo fa. Che non ama essere definito per categorie, figuriamoci per militanza, e lo capisco. Le militanze servono a certificarsi, per chi ne ha bisogno. Le categorie non spiegano niente, annientano l’unicità e il mistero di ciascuno. Sorrentino racconta storie. Tuttavia, come ai grandi artisti accade, vede prima, vede meglio dove siamo.
C’è la figlia del presidente, nel film, una stupenda Anna Ferzetti. È la generazione di mezzo, quella che ancora segue l’esempio dei padri nella speranza di essere vista, amata. È una storia di crinale che racconta in forma poetica, asciutta e mirabile il momento esatto che abbiamo appena oltrepassato. Lo scollinamento tra il mondo di prima e quello di oggi.
Ha detto, Sorrentino: «La grazia è un atteggiamento amoroso nei confronti del mondo e della vita. Mi piaceva l’idea di raccontare un politico che incarnasse un’idea alta della politica come dovrebbe essere e come invece troppo spesso non è». Non è, non è più. «Di chi sono i nostri giorni», chiede la figlia al padre che si dibatte nel dilemma se firmare o no una legge sull’eutanasia, se concedere due grazie. L’eutanasia. Il diritto di decidere sulla fine della propria vita. Un diritto personale, intimo, fondamentale, mentre però lì fuori ti sparano in faccia, se esci da casa.
«Il sangue non si lava con niente», hanno scritto su un muro in Iran. «Non lavate il nostro sangue», avevano scritto i manifestanti di Genova su un muro della Diaz, venticinque anni fa. Questa storia comincia almeno venticinque anni fa. Ce ne siamo accorti, noi che eravamo lì oggi anziani? In pochi, una minoranza. Abbiamo saputo opporre una proposta alternativa? No, evidentemente. Le responsabilità sono da condividere: tra chi ha agito per il peggio e chi non ha saputo impedirlo.
Dicevo qui la settimana scorsa dei ragazzi. Chi ha vent’anni conosce grosso modo il mondo di prima, chi ne ha dieci molto meno e chi viene al mondo oggi conoscerà solo questo, di mondo. È una questione di tempo. Poco. Nell’arco di un momento i testimoni degli orrori del Novecento su cui si è fondato il nostro diritto, le Costituzioni moderne, quelle persone saranno scomparse. I loro figli sono anziani. Per i nipoti è scritta la nuova gerarchia delle cose. Comanda il più forte, il dissenso non è ammesso. L’uomo con la pistola ha sempre ragione. L’uomo con i droni può sterminare, se gli conviene, un popolo.
«Nei primi trenta centimetri un asino è veloce come un purosangue», mi ha scritto Andrea Satta, artista. Viviamo sempre nei primi trenta centimetri, difatti. Ogni giorno è una puntata nuova del reality, non c’è tempo per tornare indietro, chi sceneggia film e serie lo sa: indietro nel racconto non si torna. «I nuovi umani non saranno cattivi, saranno incoscienti», ha aggiunto Andrea. È così. Il dialogo è fatica. Figuriamoci il dubbio. È già troppo tardi, per uscire dai social.
L’olocausto di Gaza segna la fine dell’umanità, abbiamo urlato. L’esecuzione di Renee Good a Minneapolis e l’impunità dei suoi killer segnano la fine della libertà. «Con le buone o con le cattive» segna la fine del diritto. I preti, in America, fanno da scudo umano agli agenti che vogliono entrare in chiesa. I ragazzi, in Iran, si fanno ammazzare pur di non restare in silenzio. Ma nelle piazze non c’è posto per il dubbio perché i distinguo, il dilemma sono complici del despota, nel tempo della protervia.
Il respiro della grazia e del dubbio, quel crinale su cui si muove il film di Sorrentino, è già alle nostre spalle: sono in campo solo rabbia e violenza. L’amore, dice anche il film. L’amore è la risposta, sempre. Sì, è vero. Speriamo che ci sia anche amore, non solo rabbia, nelle piazze dei figli dei figli. Difficile, ma è l’unica strada. Sono nostri, sono vostri — ragazzi — i nostri giorni.
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