12 ottobre 2014: Settima Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista
Is 65,8-12; 1Cor 9,7-12; Mt 13,3b-23
Il primo brano della Messa va spiegato, per evitare di restare magari scandalizzati, per il modo con cui il Signore sembra ragionare, quasi fosse vendicativo nei riguardi dei suoi infedeli. I versetti che precedono il brano possono indurci a pensare così: «Io non tacerò finché non avrò ripagato abbondantemente le vostre iniquità e le iniquità dei vostri padri, tutte insieme, dice il Signore». Che cosa avevano fatto? «Costoro, dice il Sighnore, hanno bruciato incenso sui monti e sui colli mi hanno insultato».
Dio parla di idolatria, il peccato ritenuto il più grave di tutti. Tradire l’alleanza di Dio era insopportabile, da punire. L’idolatria consisteva nel volgere l’attenzione a degli oggetti piuttosto che al padrone degli oggetti. Gli oggetti diventano sacri, da incensare, dimenticando l’autore dell’universo. Non è questo anche il più grave peccato del mondo moderno? Adorare le cose, gli oggetti, il denaro, la forza, il potere. E il peccato diventa idolatria, nel caso in cui è il credente a tradire il suo Dio per volgere lo sguardo alle creature, facendone dei miti, degli ideali, degli eroi.
Ma il Signore, ecco il brano di oggi, non si limita a condannare duramente il tradimento dell’Alleanza, si vendica a modo suo, da Dio che, nonostante tutto, non viene mai meno alla sua Parola di fedeltà all’essere umano. E pensa al riscatto, a vendicarsi del male scommettendo sui giusti, pochi ma buoni. Espressiva l’immagine del succo che si trova in un grappolo d’uva. Il gruppetto dei giusti rimasti fedeli è come un po’ di mosto rimasto in un grappolo spremuto (la vendemmia nella Bibbia è simbolo del giudizio divino). Da questo pugno di fedeli Dio farà uscire una nuova discendenza. A questi eletti e servi del Signore verrà riservata la nuova terra promessa.
Dovremmo soffermarci di più a riflettere sui brani della Bibbia. Ecco, il brano di oggi potrebbe aiutarci a intuire qual è il piano di Dio nella storia. Noi abbiamo della storia una concezione abbastanza lineare: distinguiamo epoche che si succedono l’una dopo l’altra, pensando che il progresso sia una cosa logica, come uno sviluppo naturale di eventi, di conoscenze, di scoperte. Ma c’è qualcosa che ci sfugge. Anche gli storici rimangono talora perplessi, spiazzati, confusi. Non riescono a cogliere il nesso tra un’epoca e un’altra. Talora sembra che si torni indietro. Talora sembra che non ci sia futuro. Non è anche la paura dell’uomo moderno?
Eppure c’è sempre qualcosa di misterioso, storicamente parlando, che, quasi improvvisamente, dà una accelerata all’immobilismo, o, meglio, porta l’essere umano su un’altra strada, lo orienta altrove. Ma la cosa ancor più sorprendente è che la svolta diciamo radicale proviene non dal potere, dalla forza, dalla intelligenza puramente umana. È l’insignificante, ciò che l’uomo ritiene di poco conto, a dare la svolta. È il poco, non il tanto. È la debolezza, non la forza. È la fedeltà ad un ideale che è nel profondo dell’essere, e non qualcosa di grandioso che sta in superficie.
Dio scommette sul poco, Dio scommette sugli scarti, Dio scommette sui profeti incompresi, Dio scommette sui pochi giusti che vanno contro corrente, che non si fanno trascinare dalla massa manovrata dal potere.
Quando tutto sembra che vada per il meglio, che l’uomo abbia la felicità tra le mani, che il mondo corra verso un progresso taumaturgico, ecco improvvisamente succede l’arresto, la crisi, la recessione. Ci ripromettiamo sempre di non cadere in un nuovo tranello, ma la storia ci insegna che l’uomo non capisce mai la lezione. Si torna da capo, si ricomincia, si mette la prima, e poi si mette la quinta, e si va a sbattere ancora una volta contro il muro. Fino a quando durerà questa follia? E fino a quando Dio pazienterà nello scommettere sui pochi giusti fedeli a Lui?
Passiamo al secondo brano, tolto dalla prima lettera di san Paolo ai cristiani di Corinto. Anche questo brano va spiegato, se vogliamo cogliere ciò che l’Apostolo intende affermare. Paolo parte da un dato di fatto, che è stabilito dalla stessa legge umana. Uno che lavora ha diritto ad una paga. Chi presta servizio militare non lo fa a sue spese. Il contadino non lavora per nulla. Così un missionario che va in giro a predicare la parola di Dio ha diritto ad essere a carico della comunità nelle sue necessità materiali. Ma, ecco la scelta di san Paolo: egli vuole rinunciare di propria volontà a questo diritto, ad una serie di privilegi pur di essere più libero di predicare. Al versetto 14, scrive: «Il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo», e al versetto 18: «Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo». In certi momenti del suo ministero, San Paolo sceglie di lavorare con le proprie mani. Nel libro Atti degli Apostoli, al capitolo 18, versetti 3, troviamo: l’apostolo si stabilisce in casa dei coniugi Aquila e Priscilla, e lavora presso la loro ditta: erano fabbricanti di tende. Rinuncia ad avere una famiglia, pur di essere ancora più libero nel suo ministero. Qui potrebbe entrare la questione, oggi dibattuta, del celibato dei preti. Da tempo sostengo che la Chiesa dovrebbe lasciare ai suoi ministri possibilità di scelta: di sposarsi oppure di restare celibi. Tuttavia, se l’amore umano, riflesso dell’amore di Dio, è una bellissima cosa, è anche vero che il prete che si sposa può avere dei condizionamenti da parte della famiglia. Chi resta celibe è più libero di parlare anche rischiando, senza compromettere la propria famiglia. Tuttavia, ripeto, tocca ai preti scegliere, senza perciò l’obbligo del celibato.
Non voglio ora entrare nella questione anche complessa del mantenimento materiale dei preti, e dello stipendio che oggi viene garantito dalla curia attraverso l’Istituto per il Sostentamento del clero, che prende i soldi dalle libere offerte e dall’otto per mille, una cosa tuttavia va detta a proposito dei privilegi e delle sovvenzioni provenienti da fonti non sempre limpide. Talora mi chiedo, ed era il problema di san Paolo: come essere liberi di annunciare la Parola di Cristo, in tutta la sua radicalità, senza perciò addomesticarla opportunisticamente, se si hanno le mani legate? Una comunità non dovrebbe mai avere la possibilità di dire al suo prete: “Predica a modo nostro, perché ti manteniamo noi”. Oppure i ricchi o i potenti, a iniziare dai signorotti locali, non dovrebbero mai poter dire: “Tu prete, fai attenzione a come parli, altrimenti ti togliamo le sovvenzioni”. Purtroppo, capita che perfino la curia ricatti i suoi preti: “Se tu continui a fare il bastiancontrario, ti togliamo il mensile!”. È capitato.
Purtroppo, il prete, volere o no, qualche legame ce l’ha. Si tratta allora di svincolarsi il più possibile, se si vuole annunciare in libertà la Parola di Dio. Legami anche di parentela.
Anch’io quante volte mi sono chiesto: come avere la libertà di dire la verità, se sono bloccato da vari condizionamenti? fin dove ho il diritto e il dovere di prendere i miei spazi per essere libero di annunciare la parola di Dio? Oggi, il vero problema non è tanto il sostentamento materiale, ma la libertà interiore. Certo, i condizionamenti possono provenire dall’esterno, anche e soprattutto dalle persone che stanno attorno a noi, dai consigli pastorali, dalle anime più devote, ma sono convinto che ai preti di oggi, in particolare i più giovani, manchi la libertà interiore, e per libertà interiore intendo avere una tale visuale di fede da andare oltre gli schemi, le strutture, gli obblighi imposti da una Chiesa gerarchica che pensa solo a garantire i dogmi e la morale.
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