Omelie 2012 di don Giorgio: Settima domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista
14 ottobre 2012: Settima domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista
Is 43,10-21; 1Cor 3,6-13; Mt 13,24-43
Gli esegeti, ovvero gli studiosi che ci aiutano a interpretare la Bibbia, ci dicono che il Vangelo secondo Matteo è composto di cinque grandi discorsi: discorso della montagna, discorso apostolico, discorso in parabole, discorso ecclesiastico e discorso escatologico.
Il brano del Vangelo di questa domenica riguarda una parabola del terzo discorso: quello in parabole. Ambientato a Cafarnao tra la “casa” di Gesù, ospite di Pietro, e il mare, è rivolto in parte ai discepoli e in parte alla folla. Si tratta di una raccolta antologica di sette parabole, ben strutturata. Il Mistero del Regno di Dio è sviluppato attraverso una successione di aspetti complementari: dagli inizi umili alle inevitabili resistenze, alla mescolanza di buoni e cattivi, alla paziente e fiduciosa attesa del giudizio di Dio. Un Regno, dunque, il cui valore intrinseco non appare immediatamente: ci vuole fede nel vederlo, tuttavia nessuna forza maligna riuscirà a impedire il suo cammino nella storia.
Anzitutto, perché Gesù ricorre alle parabole? Non dimentichiamo che si trattava di un genere letterario già conosciuto nel mondo orientale. Gesù se ne serve per fare catechesi, una catechesi viva e stimolante, traendo lo spunto dalla vita campestre (ad esempio, la parabola del seminatore) o da una scena familiare (ad esempio, la parabola del lievito), per illustrare un messaggio, quello del Regno. Le parabole rivelano un vero genio poetico e pedagogico. Ma Gesù vi ricorre anche per evitare di esasperare i rapporti già tesi con i suoi avversari. Ed è per questo che spiega solo ai discepoli il significato di certe parabole. La folla, sul momento, non avrebbe capito il vero messaggio, lo avrebbe maggiormente frainteso. È questa una prima antitesi presente nel Discorso: tra la folla e i discepoli. Ce n’è un’altra: tra i cosiddetti “figli del regno” e i “figli del maligno”, tra i “giusti” e gli “operatori di iniquità”. Infine, per intendere meglio le parabole di Cristo riferite da Matteo, non bisogna dimenticare la presenza della prima comunità cristiana sullo sfondo, in tutta la sua realtà storica alle prese con difficoltà d’ogni tipo.
Ma la cosa che potrebbe maggiormente interessare è, come vi dicevo, la presenza sullo sfondo delle prime comunità cristiane. Già ve l’ho detto e ridetto: i Vangeli sono stati prima predicati oralmente, ovvero a voce. Solo più tardi, decenni e decenni dopo la Resurrezione, si è sentito l’esigenza di mettere per iscritto le parole e i fatti di Gesù, anche perché si temeva che, scomparendo gli apostoli, venisse meno la loro testimonianza oculare. Si temeva cioè che i Vangeli subissero contaminazioni o false interpretazioni, e ci si allontanasse dalla parola autentica di Cristo. Tuttavia, anche in quegli anni in cui gli apostoli predicavano alle differenti comunità cristiane nascenti, ognuna delle quali aveva caratteristiche particolari (comunità di credenti provenienti dal paganesimo, comunità di credenti provenienti dal giudaismo ecc.), già qualche interpretazione da parte della chiesa primitiva del messaggio e delle opere di Cristo è entrata, quando i quattro Vangeli sono stati messi per iscritto. In altre parole, per essere più chiaro, i Vangeli scritti, così come li leggiamo ancora oggi, contengono tentativi di rileggere la vita di Cristo, che non poteva non tener conto della realtà storica del momento, delle varie situazioni ambientali, dell’origine sociale e religiosa dei convertiti alla nuova fede.
Ecco perché il nostro sforzo è quello di capire l’autentico, originale messaggio di Cristo, ciò che io chiamo radicale, prima che la Chiesa ufficiale lo riducesse secondo le esigenze strutturali, dovute al suo sviluppo e alla sua organizzazione.
Questo ci fa capire il motivo per cui, ad esempio nelle parabole, da una visuale diciamo teologica, si è passati ad una visuale moralistica (la parabola del seminatore), o al giudizio finale (la parabola della zizzania). In altre parole: Gesù, con le parabole, ha puntato l’obiettivo sul volto di Dio come Padre (visione teologica), mentre la Chiesa nascente ha abbassato l’obiettivo sul comportamento umano, preoccupata di come ci si dovrebbe comportare, sempre pendente il giudizio finale di Dio. Ecco cosa intendo dire che si è passati da una visuale teologica ad una visuale moralistica. È chiaro che la morale ha una sua importanza: il mio comportamento deve corrispondere alla mia fede in Dio. Devo essere il più possibile coerente. Ma come posso stabilire la coerenza, se mi manca o è confuso il punto di riferimento, che è Dio? La Chiesa, lungo i secoli, ha perso il vero volto di Dio, insistendo esageratamente e ossessivamente su una morale comportamentale, quasi fine a se stessa, o, quasi esclusivamente funzionale alla stessa struttura della Chiesa. Certo, anche la Chiesa parla di Dio, e ne fa discorsi anche meravigliosi, ma il Dio della Chiesa corrisponde al Dio di Gesù Cristo?
Tornando alla parabola di oggi, gli studiosi ci dicono che le parole autentiche, originali di Cristo riguardano il racconto, mentre la spiegazione che Gesù ne dà ai suoi discepoli, è opera della Chiesa primitiva. Vediamo ora di capire se c’è una particolare differenza di vedute: tra le parole di Cristo e l’interpretazione che ne ha dato la comunità di Matteo.
Gesù che cosa ci ha detto raccontando la parabola della zizzania? Anzitutto, egli si rivolge alla folla. Il racconto è costruito su una serie di antitesi, tra le quali la più importante sembra essere quella che oppone l’impazienza dei servi all’atteggiamento previdente e saggio del proprietario del campo. Gesù, dunque, punta l’obiettivo sul volto di un Dio che è padre paziente, che sa aspettare senza affrettare troppo i tempi. Cristo non è venuto per riunire attorno a sé una comunità già tutta pura e santa, non è venuto per condannare al fuoco eterno i peccatori, ma per cercarli e redimerli. Distingue tra il tempo presente, in cui buoni e cattivi vivono gli uni accanto agli altri, e il tempo futuro, l’ultimo, quello della separazione definitiva. È ormai da duemila anni che il Figlio di Dio si è incarnato, e ancora oggi assistiamo alla coesistenza di bene e male, di buoni e cattivi. La parabola ci invita a non scandalizzarci. Cristo non è venuto per sradicare la zizzania, per eliminare il male, non ha distrutto il regno del Maligno. Ci sarà sempre, ieri come oggi, chi sparge il buon seme, e ci sarà sempre chi semina gramigna. Chi si scandalizza di questo non ha capito nulla di Cristo. La Chiesa è il Regno di Cristo che si attua nella ambiguità della storia, e lo sarà fino alla fine del mondo. Il tempo della Chiesa dunque non è il tempo del giudizio finale di Dio, ma della misericordia, del perdono, della riconciliazione, dell’accoglienza dei peccatori. Stiamo attenti ad una visione manichea della storia e della fede: è facile cadere nella tentazione “settaria” di creare comunità di puri, in netta contrapposizione con una società di peccatori. Del resto, ciascuno di noi non è come un campo dove, accanto al buon seme, cresce della gramigna?
Questo è l’insegnamento che Gesù ci ha voluto dare raccontandoci la parabola della zizzania. Ma che cosa è successo?
I primi cristiani, riflettendo sulla parabola si sono soffermati sulle ultime espressioni di Gesù, ovvero sulla mietitura finale, in altre parole sull’ultimo giudizio di Dio. A differenza del racconto fatto alle folle, dove l’interesse era concentrato sul presente, inteso come tempo di coesistenza di buoni e malvagi, la spiegazione, che è opera della Chiesa primitiva, punta al futuro: in primo piano c’è la mietitura che raffigura la separazione definitiva degli uomini: buoni da una parte, cattivi dall’altra. Ciò tradisce un momento diverso della comunità cristiana: l’interesse di Matteo ora non è più quello di invitare alla tolleranza nei riguardi di tutti, anche dei peccatori, ma di agire come se il giudizio di Dio fosse imminente.
La parabola dovrebbe far riflettere anche la Chiesa di oggi, ancora preoccupata di separare. La separazione tra buoni e cattivi, tra giusti e peccatori sembra il difetto peggiore di ogni religione. Al tempo di Cristo c’erano i farisei. Fariseo vuol dire “separato”, colui che si crede diverso dagli altri. Il fariseismo come setta è ancora presente nella Chiesa, che non fa che separare chi è giusto da chi è peccatore. Non intendo dire che la Chiesa rifiuti i peccatori. No, anzi. Il sacramento più imposto fin dall’inizio è stata la confessione dei peccati, per purificare i peccatori. È vero che la Chiesa è sempre alla ricerca dei peccatori, ma per convertirli. Convertirli a chi e a che cosa? Non importa se poi la Chiesa vuole una religione pura, e lo fa alleandosi con i potenti più luridi. Si sa, la Chiesa ha sempre avuto un debole con i potenti corrotti. Qui la parabola trova la sua migliore applicazione. E poi, ancora oggi, la Chiesa impone una vita morale che separa i giusti (coloro che osservano le regole canoniche) dai peccatori (coloro che sono fuori da certe regole canoniche). Qui bisognerebbe chiarire una cosa. La Chiesa sa distinguere molto bene tra situazioni oggettive e situazioni soggettive: la situazione oggettiva riguarda il fatto che io ad esempio mi trovi fuori da una norma stabilita dalla Chiesa o stabilita dalla natura secondo la Chiesa (convivo, o mi risposo dopo aver divorziato ecc.). La situazione oggettiva mi esclude dai sacramenti. Posso avere tutte le buone ragioni di questo mondo (situazioni soggettive), ma la Chiesa non fa eccezioni. E allora sentirete parlare di accoglienza di tutti, anche di coloro che vivono irregolarmente, però, non possono accostarsi ai sacramenti. La situazione oggettiva prevale sempre su quella soggettiva.
La Chiesa a parole è comprensiva con i peccatori, li abbraccia nella infinita misericordia di Dio, sente tutti come figli del Padre Celeste, ma in realtà separa i gay dagli eterosessuali, separa gli sposati regolari dagli sposati irregolari, li separa con quei mezzi della grazia di Dio che sono leciti soltanto ai puri, canonicamente parlando. Questo è il fariseismo vero. Il Dio della Chiesa a parole è misericordioso con tutti, in realtà separa. Credo che, nel giudizio finale, Dio non prenderà il diritto canonico come criterio di valutazione per giudicare se uno merita il premio o il castigo, ma il suo criterio sarà la coscienza di ciascuno. Solo Dio può giudicare la nostra coscienza, la Chiesa giudica solo il comportamento diciamo morale, che non sempre corrisponde alla coscienza personale. Ecco perché Gesù ha detto: siamo pazienti, non sradichiamo subito la zizzania. La coscienza merita l’infinita pazienza divina. Solo Dio vede nel cuore dell’uomo: un misto di bene e di male, dove coesiste il buon grano e la zizzania. Nemmeno noi sappiamo quando siamo buon grano e quando siamo zizzania. Ecco perché la prima pazienza che dovremmo avere è con noi stessi

Non sempre sono di agevole interpretazione i testi apostolici o profetici, tanto che se ne danno letture diverse, ad esempio quella teologica e quella morale.
Talora i testi sono così simbolici e almeno apparentemente fuori da ogni immediato significato umano che, se non ricordo male, neppure si leggono o se ne parla a messa.
Eppure del nuovo testamento fa parte, ad esempio, l’Apocalisse.
Penso che, visto che spesso si parla di riforme nella chiesa, sarebbe interessante approfondire taluni testi che solitamente non vengono esaminati.
Da ciò che leggo e che condivido, evidenzio che
-Gesù non ci ha dato i Vangeli, ma Pietro, su cui ha fondato la Chiesa, e gli Apostoli
e, quindi, chi vuol ritenere che la sua chiesa (altra, cioè non facente riferimento al papa) non è chiesa di Cristo;
-che grano e zizzania (che siamo in fondo tutti noi, ognuno per qualche aspetto suo specifico) vengono lasciati crescere pazientemente insieme, sperando nel ravvedimento e nella conversione.
Non le pare che lei questa tolleranza, ben predicata qui, la contraddica continuamente, più della Chiesa gerarchica, la quale applica sì, severità pubblica per impedire il diffondersi degli errori, ma dispensa misericordia privata al peccatore?
Spesso sembra che lei non voglia correggere, ma tagliare la zizzania prima del tempo, ma non tutta;
ho l’impressione che lei voglia decidere QUALE zizzania debba essere lasciata crescere!
–
Purtroppo ti devo dire che non sai leggere ciò che scrivo o ciò che dico. Ciò prova l’ignoranza imperante in Italia! E ciò fa paura!
Io da ciò che ho letto ho tratto le MIE conclusioni: non facciamo mica l’esegesi alle sue parole, ma magari tento di farla al testo di Vangelo.
Quindi, per restare nella stretta evidenza, da ciò che è stato scritto:
-Tra i 12 apostoli, SOLO Pietro ha avuto le chiavi e su di lui è stata fondata la Chiesa (ne deriva da ciò che chi dice di rifarsi al Vangelo o alla guida dei vescovi SENZA il papa, NON è CHIESA!);
-Se la zizzania verrà estirpata solo da Dio, noi, se vogliamo comportarci evangelicamente, possiamo darci da fare per correggere e per aiutare chi è nell’errore, e non tirar via chi non ci piace e lasciare la zizzania che ci è più gradita!
-Certo, sono ignorante, anche perchè non ho studiato Teologia, però non sono scema anche perchè non mi faccio rigirare da tante parole e vado al cuore del problema (o di quello che io vedo come problema!)
Sa cos’è, don Giorgio, in un modo o in un altro, ognuno di noi, in fondo, suona sempre la stessa musica, che è quella che ha nel cuore e che lo muove ad operare!
Brava!
Grazie don Giorgio. Questo brano di Vangelo secondo Matteo, mi ha fatto meditare. La similitudine al regno dei Cieli, la zizzania che nella lingua ebraica ha il significato di bastarda. In effette questa erba parassita è simile al grano ed è pure tossica. Il seminatore ferma i lavoranti che la volevano estirpare, dicendo di lasciarla crescere liberamente, poi, al momento del raccolto, verrà estirpaata e bruciata. Io non vedo un giudizio sulla creatura ma sulle azioni. Io sono convinto che Dio, essendo Creatore, Padre e Madre, non può distruggere le Sue creature ma può purificare col fuoco le azioni cattive. Mi piace anche il paragone del granello di senape che, se messo nel terreno, fa germogliare un arbusto che diventerà possente come un albero che darà riparo agli uccelli per nidificare. Penso che i volatili siano i così detti lontani. E poi, anche la parabola della farina, addirittura tre misure, che vengono impastate dalla massaia con poco lievito che la fa fermentare e che dienterà pane fragrante per nutrire molte creature che lo devono condividere. Io penso che il cristiano, debba essere come il lievito che mischiato, fa aumentare l’Amore ma non è più quantificabile. Si annulla apparentemente per formaare una dimensione nuova. Il segreto del cristiano è che deve diventare consapevole del fatto di essere solo uno strumento nelle Mani di Dio. Una creatura pensante, con capacità di discernimento che, in ogni momento può scegliere se lasciarsi Amare dal Padre o decidere di perseguire un’altra strada. Paolo, nella sua lettera, descrive bene l’aatteggiaamento di chi, in umiltà comprende di essere partecipe dell’Azione di Dio, senza averne meriti o elezioni. Purtroppo, tante volte, analizzando il marciume che mi circonda e che anch’io produco, mi chiedo perchè Dio permette certe cose. Davvero ancora capisco poco o nulla dell’Amore di Dio, della sua infinita Pazienza e Compassione che continua ad avere anche con me. Meno male che Dio giudica l’uomo per giustificarlo e non come fa l’uomo che giudica per condannare i propri simili. Grazie ancora don Giorgio, continui ad aiutarmi nel cammino della Fede. Buona serata.