Scola e Tettamanzi, la divaricazione crescente fra i pastori di Milano

scola tetta
di don Giorgio De Capitani
Non ho mai letto un articolo così azzeccato come quello scritto da Gad Lerner, su Scola e su Tettamanzi. Complimenti! Ci voleva un ebreo per dirci qualcosa di sano!
Angelo Scola lo conosco bene, indirettamente e direttamente, anche se non l’ho mai voluto incontrare, anche se lui ha fatto e fa tuttora di tutto per non incontrarmi. Dice che ora è pronto, ma solo per mordere di più la sua vittima. L’ho combattuto appena sono uscite indiscrezioni sulla sua eventuale nomina a cardinale di Milano, invitando a scendere in piazza per contestare una tale sciagurata decisione. Ma Roma decise! E il primo a pagarla è stato lo stesso pontefice Benedetto XVI. Una nomina puramente diplomatica, quella di Scola, e a pagarne le conseguenze è ora lo stesso Scola, isolato, anche se continua imperterrito per la sua strada. Ma ogni giorno il vuoto si allarga, e prima o poi dovrà pur decidersi. Forse subito dopo l’Expo 2015.
Su Tettamanzi le cose da dire sono completamente diverse. Lo conoscevo quando era teologo a Venegono, poi come professore di Morale a San Pietro Martire, e l’ho seguito nel suo cammino episcopale. Eletto vescovo di Milano, sul momento ebbi qualche timore, per il semplice motivo che ero uno dei privilegiati di Martini. Suo protetto. Ma Tettamanzi, pur raccogliendo una eredità difficilissima, seppe prendere la sua strada pastorale, senza urtare le tracce del suo predecessore, conquistando la gente con la sua bontà giovannea.
Martini vescovo emerito e Tettamanzi vescovo in carica seppero convivere, rispettandosi a vicenda. Questo mi confortò, e mi diede speranza. Lo incontrai personalmente varie volte, così come avevo incontrato più volte di persona Martini. Posso dire sinceramente che i colloqui, sia con Martini che con Tettamanzi, furono sempre dialettici, sinceri e cordiali. Il mio problema con Tettamanzi, più che con Martini, furono i suoi collaboratori, che pensavano di ridimensionare la paternità del cardinale con la legge e i canoni.
Che dire dei contrasti reali o apparenti tra Scola e Tettamanzi? Credo che, senza arrivare a parlare di scontri (Tettamanzi sa di risiedere in Diocesi, e perciò non vuole dare fastidio a chi attualmente governa), parlerei di visuali diverse di fede, o meglio di pastorale. Non credo che Tettamanzi per il fatto di risiedere in diocesi abbia tradito se stesso. Le sue idee un po’ le conosco, e ho avuto una prova ulteriore, nell’ultimo incontro che ho avuto con lui, qualche mese fa. Come Martini, anche Tettamanzi fa intuire, senza dire esplicitamente ciò che pensa. E la sua visione è nettamente diversa da quella di Scola.
Il guaio della Diocesi milanese sta proprio qui: con Scola si è interrotto il cammino di Martini e di Tettamanzi. La profezia si è preso un periodo sabbatico. Si riprenderà? Quando?
***
dal Blog di Gad Lerner

Scola e Tettamanzi,

la divaricazione crescente fra i pastori di Milano

lunedì, 13 ottobre 2014
Questo articolo è uscito sulle pagine milanesi di “La Repubblica”.
All’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, è toccato in sorte di rivivere l’esperienza certo non semplice già provata da Dionigi Tettamanzi quando subentrò a Carlo Maria Martini: una lunga convivenza col predecessore che, per quanto diplomaticamente gestita, rimane fonte di inevitabili confronti.
In questi giorni il Sinodo dei vescovi sui temi della famiglia convocato in Vaticano da papa Francesco sta evidenziando una diversità profonda di traiettoria fra queste, diciamo così, inedite convivenze “ambrosiane”. Se infatti Tettamanzi, con la sua specifica impronta pastorale, pur nella diversità, volle e riuscì a imprimere un forte segno di continuità con la figura autorevolissima di Martini (evitando felicemente di restarne schiacciato e lasciando anzi una sua impronta personale), è viceversa inevitabile constatare oggi l’emergere, fra i due cardinali milanesi, di una divaricazione. Avvertita come tale dall’insieme della Diocesi.
Di mezzo ci si è messa anche la spinosa questione politica del riconoscimento dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero e registrati dal sindaco Pisapia, in assenza di una legge ad hoc. La reazione critica del Servizio famiglia della Diocesi, giunta perfino ad accusare il sindaco di privilegiare i diritti delle coppie gay rispetto al sostegno delle famiglie regolari bisognose, è assai rivelatrice. Pur riconoscendo la necessità di trovare una forma di riconoscimento giuridico delle unioni non tradizionali –e si tratta di una novità rilevante, forse subita ma certo dettata dal nuovo corso di Francesco- appare chiara la volontà di Scola di marcare una posizione di resistenza. Confermando l’approccio conservatore al Sinodo espresso dall’arcivescovo in un articolo pubblicato su “Il Regno”: in sostanza, no a deroghe dottrinali (in materia di sacramenti ai divorziati), le quali secondo Scola si configurerebbero come un “forzoso adattamento alla situazione problematica da cui hanno origine”.
Guarda caso, il cardinale Tettamanzi, negli stessi giorni, ha espresso pubblicamente una posizione ben diversa, sollecitando dal Sinodo una pastorale “coraggiosa”, rinnovata “nel segno dell’inclusione”. Inevitabile che i due cardinali venissero quindi collocati su fronti opposti nell’ambito degli schieramenti sinodali. Acuendo una divaricazione già da tempo emersa non solo sul tema della morale familiare.
C’è da dire che Scola è stato sfortunato. Il suo arrivo a Milano, inopportunamente “sponsorizzato” da una lettera di raccomandazione di Comunione e Liberazione divenuta pubblica, in cui si esprimevano durissime critiche a Martini, ha coinciso con l’esplodere degli scandali della giunta Formigoni. Niente a che fare con il confronto fra innovatori e tradizionalisti nella Chiesa, ma pur sempre elementi che pesano nel definire le diversità fra i due cardinali di Milano.
In estrema sintesi, la personalità intellettuale di Scola tende a caratterizzarlo come guida che esercita la sua autorevolezza soprattutto nell’ambito dell’establishment: una figura di conservatore che si muove ad alto livello nell’ambito della classe dirigente, imprimendovi una visione teologica e culturale preoccupata di riscrivere la tradizione. Ben diversa dall’impostazione popolare e pastorale del predecessore Tettamanzi, di accresciuta sintonia con le irrequietezze dei fedeli, disposta a navigare controcorrente anche quando ciò implicava scontri con l’establishment milanese della sua epoca.
Perfino il rapporto sentimentale si è così divaricato: Tettamanzi il bonario, Scola il custode? Sarebbe ingiusto addentrarsi nell’intimo delle loro personalità, ma questa è la percezione ormai consolidata. Due visioni diverse della funzione della Chiesa nella terra di Ambrogio.

 

12 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    Queste differenze di vedute dovrebbero essere una ricchezza per la chiesa, e invece le meschinità riescono sempre (o quasi) a superare la carità. E le persone che accusano don Giorgio di essere settario e di avere un linguaggio “pesante” usano, chissà perché, delle parole dure e offensive, comportandosi così proprio nel modo che tanto criticano.

    • Alberto ha detto:

      Ma lei li legge i commenti di don giorgio ?
      Per non parlare delle risposte che da agli interventi?
      Ultima di oggi quando ritiene cretini i santi !!
      Lei può dire quello che vuole ma non difenda l’indifendibile.

  2. zorro ha detto:

    Ho ragazzi ma vi rendete conto che anche sull’applicazione del vangelo si riesce ad essere divisi?La lieta novella e’ stata realizzata per essere annunciata ai PIU UMILI!!! di conseguenza i dotti non dovrebbero avere difficolta’ a capirla!!E allora scendete dagli scranni e andate questo e’ il messaggio che il papa i vescovi i preti devono attuare.Le filosofie lasciatele ai filosofi

  3. Raimondo Testa ha detto:

    I contrasti fra i due cardinali (il regnante e l’emerito), lungi dall’essere paragonati alle zuffe fra due galli in un pollaio, possono tuttavia produrre effitti molto simili: la scommessa sull’esito o un cinico compiacimento. Dico semplicemente che mi rattrista e mi deprime la prosopopea del cardinale regnante, esatto contrario del Maestro, mite e umile di cuore, dal quale dovrebbe imparare.

  4. GIANNI ha detto:

    L’articolo è interessantissimo, in primis storicamente.
    E, probabilmente, non è un caso che sia un ebreo, cioè un non cristiano, a comprendere chiaramente come stanno le cose.
    Proprio perchè spesso le cose si vedono meglio dall’esterno.
    A mio avviso, certo la divaricazione riguarda figure di primo piano dell’arcidiocesi milanese ma, a ben vedere, la dialettica va ben oltre la dimensione locale, per quanto rilevante.
    Pare, in effetti, di vedere i due capifila, i due leaders di opposte correnti.
    Da un lato i progressisti, dall’altro i conservatori.
    Le posizioni sono diverse, sintentizzando potremmo dire a favore di una chiesa inclusiva Tettamanzi, ed invece di una chiesa che esclude chi non rientra nei parametri canonici quella di Scola.
    Per tradurre il tutto in termini più semplici, le diverse posizioni riguardano temi scottanti, ad esempio se concedere o meno la comunione a chi non più sposato, se consentire o meno i matrimoni omosessuali, se consentire o meno il sacramento dell’ordine alle donne, se consentire o meno il matrimonio ai sacerdoti.
    Anche la fisiognomica tradisce in qualche misura le diverse ideologie dei due cardinali.
    Scola pare un mastino pronto a non lasciare mai l’osso dell’ortodossia canonica, mentre Tettamanzi pare effettivamente in atteggiamento di disponibilità e di accoglimento, quasi un altro papa Giovanni.
    Il problema vero, però, è sopratutto uno: si arriverà a votare e sappiamo sicuramente come voteranno i cosiddetti conservatori, ma i progressisti?
    Voteranno apertamente a favore delle loro tesi?
    Peraltro qualcosa sappiamo già: ci sarà un documento finale con due opzioni, placet o non placet, ma nel documento di cosa si parlerà?
    Ho il sospetto che ci sarà una conclusione diplomatica.
    Nel senso che probabilmente certi temi scottanti non verranno affrontati, dando modo a tutti di togliersi d’impaccio.
    Peraltro, un cambio della dottrina della chiesa di stampo radicale, può avere quale strumento di discussione, elaborazione e decisione un sinodo?
    Ho l’impressione che per svolte radicali si richiederebbe ben altro strumento, cioè un concilio, dato che un cambio netto non potrebbe non avere a riferimento una chiesa effettivamente assembleare, anche per dar maggior autorità alle decisioni assunte.

    • il pompiere ha detto:

      per gianni ,nel suo commento lei paragona Tettamanzi a papa roncalli, in un intervista in rete ho trovato che anche scola si rifà a papa giovanni XXIII
      Cosa pensa della possibilità di dare la comunione ai divorziati risposati?
      “Sono stato successore di Roncalli a Venezia e ho potuto vedere taluni suoi appunti che parlano di pastorale. Roncalli mette la pastorale in diretto riferimento alla storia e alla salvezza. È pastorale proporre Gesù come compimento e salvezza della persona concreta. Egli è via, verità e vita per ciascuno, in qualunque condizione si trovi. Personalmente avverto il bisogno che l’idea roncalliana sia assunta più pienamente, riconoscendo il nesso inscindibile tra dottrina, pastorale e disciplina. Solo da questa prospettiva unitaria potrà emergere un’adeguata azione ecclesiale per i divorziati risposati. È vero che l’eucaristia, a certe condizioni, ha una componente di perdono dei peccati, ma è anche vero che non è un “sacramento di guarigione” in senso proprio. Inoltre il rapporto tra Cristo sposo e la Chiesa sposa non è per gli sposi solo un modello. È ben di più: è il fondamento del loro matrimonio. Ritengo che il nesso tra eucaristia e matrimonio resti sostanziale. Pertanto coloro che hanno contratto un nuovo matrimonio si trovano in una condizione che oggettivamente non consente l’accesso alla comunione sacramentale. Lungi dall’essere una punizione, è l’invito ad un cammino. Queste persone sono dentro la Chiesa, partecipano attivamente alla vita della comunità. Si potranno rivedere talune esclusioni: per esempio la loro partecipazione al consiglio pastorale o la possibilità di insegnare in una cattolica. Personalmente però, sul piano sostanziale, non trovo ancora una risposta alla possibilità che accedano alla comunione sacramentale senza colpire nei fatti l’indissolubilità del matrimonio. Insomma, l’indissolubilità o entra nel concreto della vita o è un’idea platonica. Devo aggiungere che molti padri hanno chiesto di rivedere la modalità di verifica della nullità del matrimonio dando più peso al Vescovo. Io stesso ho fatto una proposta in tal senso”.

      • Don Giorgio ha detto:

        La cosa peggiore, non lo dico a te, ma a gente come Scola è fare confronti quando sappiamo benissimo che ognuno ha il suo cammino di fede e i suoi sviluppi mentali. Posso citare personaggi diventati poi profeti scomodissimi ma che in gioventù la pensavano diversamente. Tutti sanno che il vescovo Romero nei primi anni del suo episcopato era tradizionalista, ma poi è passato dall’altra parte. Tettamanzi stesso a Milano ha subito una evoluzione. Si pensava che capitasse anche a Scola, ma finora non è successo. E che dire di questo papa? Prima chi era? Del resto ancora oggi, nessuno ha ancora capito come la pensa sui valori cosiddetti non negoziabili. E per tornare a Roncalli, quando era patriarca di Venezia, che giudizio diede di don Lorenzo Milani? Disse: chi è quel prete stupidello?

      • GIANNI ha detto:

        Caspita, apro il sito e …non mi aspettavo che un commento desse poi luogo a tutta questa discussione.
        Tanto meno un mi commento.
        Rispondo osservando che non intendevo formulare un paragone tanto su basi dottrinarie, quanto piuttosto su basi psicologiche ed umane.
        Da questo punto di vista, mi è parso decisamente azzeccato il confronto di don GIrorgio, quando parla di bontà giovannea.
        Sotto diverso profilo, penso invece che figure come quelle degli arcivescovi di Milano, per non parlare dei papi, siano difficilmente sovrapponibili, anche a fronte della loro forte personalità.
        Non tanto perchè non si possano individuare degli schieramenti, appunto in senso progressista o conservatore, ma perchè ognuno ha lasciato un qualche segno individuale.
        Peraltro non bisogna mai confondere il tratto umano con quello più propriamente teologico e dottrinale.
        Se fosse solo per l’aspetto umano, allora sarebbe più agevole accomunare papa Francesco con Giovanni Paolo II, e fors’anche papa Giovanni, mentre esistono invece chiare differenze in materia teologica, quanto meno tra papa Giovanni e Giovanni Paolo II.
        Comunque anche queste considerazioni sono tutt’altro che agevoli, visto che poi anche i cosiddetti progressisti, di fatto, non hanno rivoluzionato la dottrina tradizionale della chiesa:
        In particolare, non l’ha fatto il concilio ecumenico vaticano II, voluto da papa Giovanni e proseguito sotto Paolo VI, e lo stesso Paolo VI, pur considerato da autorevoli studiosi papa progressista, non acconsentì a certe modifiche, in particolare in materia di contraccettivi.
        Da questo punto di vista, considerando in particolare papa Francesco, personalmente, ad esempio, sono portato a considerarlo più un conservatore che un progressista, ma i fatti possono sempre smentirmi.

  5. Paolo ha detto:

    Non ho seguito il Sinodo con attenzione sufficiente a farmi un’idea di quanto vera e profonda sia la novità, né posso immaginare se alle parole seguiranno i fatti.
    A parole la novità sembra comunque esserci e a questo punto mi domando come la novità sarà gestita.

    Come si giustificherà il cambiamento, se cambiamento vero ci sarà, in una chiesa che è vissuta di dogmi?

    Si cambia il dogma? E’ prerogativa del sinodo?

    Oppure si accetta il fatto che certi principi siano entrati nel sentire comune e la chiesa vi si adegua in conseguenza? Si apre in certo modo la porta al relativismo?

    E’ su questo piano che si scontrano Tettamanzi e Scola?

  6. il pompiere ha detto:

    ma se la questione è così vitale, perché Tettamanzi ( che ha la sua età e niente da perdere) non si esprime chiaramente ?