Omelie 2014 di don Giorgio: Festa dell’Assunta

15 agosto 2014: Festività dell’Assunzione della Beata Vergine Maria
Ap 11,19; 12,1-6a.10ab; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-55
Monsignor Gianfranco Poma, nell’omelia dell’Assunta, esordisce dicendo: «Il 15 di Agosto, la Chiesa cattolica celebra la festa della “Assunzione della Beata Vergine Maria”. Non possiamo non chiederci, oggi, che senso abbia parlare di “Maria assunta in cielo, in corpo e anima”: come è possibile anche solo proporre alla mentalità scientifica attuale, post-metafisica, post-moderna, alla cultura attuale tutta ripiegata sull’esperienza concreta, di rivolgere gli occhi verso il cielo dove è assunta Maria? Eppure la fede cristiana osa dilatare l’orizzonte della cultura attuale, annunciando l’evento sconcertante che Maria, una donna precisa e concreta, con la sua identità personale, è viva di una vita piena, eterna, di una vita non più descrivibile dalla ragione scientifica, perché accolta nell’intimità della Fonte stessa della vita, che è Dio».
In parole più semplici: il mistero dell’Assunzione della Madonna, comunque lo si voglia interpretare, è già di per sé una provocazione alla razionalità e alla tecnologia di un mondo che non sa o non vuole uscire dai propri orizzonti. Già dire: non è vero solo ciò che si tocca o è dimostrabile, è uscire da un campo rigidamente sensoriale. C’è qualcosa che ci sfugge. C’è qualcosa che va oltre la nostra fisicità. C’è qualcosa che provoca la banalità di una vita che consuma cose ed è consumata dalle cose.
Mi soffermerò sul brano del Vangelo, in particolare sul Magnificat, che tutti conosciamo e talora cantiamo. Diciamo subito che questo brano di Luca appartiene ai racconti dell’infanzia di Gesù. Gli studiosi ci dicono che i racconti dell’infanzia sono entrati tardi nella predicazione apostolica. Il primo annuncio è stato: Cristo ha patito, è morto ed è risorto.
Solo successivamente, si è iniziato a parlare anche del resto della vita pubblica di Cristo: si è fatta una raccolta delle sue parole (discorsi e parabole) e dei suoi gesti (i miracoli). Ancora più tardi sono nati i racconti dell’infanzia.
Nel frattempo, era sorta anche presso i cristiani l’esigenza di pregare insieme, di ciò che in seguito si chiamerà liturgia. Furono composti così gli inni liturgici che i primi cristiani cantavano nelle assemblee. Questi inni sono presenti anche negli scritti del Nuovo Testamento, a partire dai Vangeli dell’infanzia di Luca (pensate al “Benedictus” di Zaccaria e al “Nunc dimittis” di Simeone), e anche nelle lettere di san Paolo. Come nascevano questi inni? Dalla fede creativa e poetica di qualche cristiano, che  poi il popolo adottava.
Anche il Magnificat è un inno liturgico, che il popolo cantava nelle assemblee, e che Luca ha messo in bocca a Maria. Dunque, la Madonna non ha inventato questo inno: non è di per sé suo. Come avrebbe potuto di sana pianta, all’improvviso, inventarsi un cantico che è una accurata citazione di testi del Vecchio Testamento? Ora, dire questo non sminuisce l’importanza di Maria. Anzi, il fatto che la Chiesa primitiva ha attribuito il Magnificat ad una donna, questo sì che è già rivoluzionario. Lo sarebbe anche ai nostri giorni.
Dunque, come scrive un sacerdote, «il cantico di Maria era uno dei cantici delle comunità dei primi cristiani. Rivela il livello di coscienza e la fermezza della fede che le animava internamente.
Cantato nelle comunità, questo cantico di Maria insegna a pregare e a cantare. Questo inno si sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un parallelo nel Cantico di Anna, madre di Samuele (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la sua fonte principale, sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di Maria anche sullo sfondo della grande liberazione dell’Esodo e in particolare del celebre Cantico del passaggio del mar Rosso (Es 15,1-18.21)».
In questi pochi minuti, non c’è tempo per fare neppure una benché minima esegesi del testo. Vorrei soffermarmi perciò su uno degli aspetti che ritengo davvero interessante e rivoluzionario. In questo canto Maria si considera parte dei cosiddetti “poveri di Dio”, gli “anawim”, ovvero di coloro che ‘temono Dio’ riponendo in Lui ogni fiducia e speranza e che sul piano umano non godono nessun diritto o prestigio. La spiritualità degli “anawim” può essere sintetizzata dalle parole del Salmo 37,79: «Nel silenzio sta innanzi a Dio e in lui spera», perché «coloro che sperano nel Signore possederanno la terra». Nel Salmo 86 al v. 6 l’orante, rivolgendosi a Dio, dice: «Dona al tuo servo la tua forza». Tradurre il termine “anawim” con “poveri” è riduttivo: stiamo attenti.
Gli “anawim”, nel senso strettamente biblico, sono coloro che ripongono in Dio una fiducia incondizionata; per questo sono da considerarsi la parte migliore, in senso qualitativo, del popolo d’Israele. Non si tratta tanto di povertà materiale o di esclusi in senso sociale. Gli “anawim” si distinguono per la loro purezza di fede, che va al di là di una fedeltà puramente formale o cultuale. Credono in Dio e nel suo progetto, anche quando tutto dice  il contrario, soprattutto quando le cose vanno troppo bene e perciò c’è il rischio di dimenticare il disegno di Dio, che non segue la logica umana.
Gli orgogliosi, invece, sono coloro che ripongono tutta la loro fiducia in se stessi, nei loro piani, nella loro forza politica e nella loro ricchezza. Generalmente sono i potenti, i ricchi, quelli che contano davanti all’opinione pubblica, coloro che hanno fatto fortuna nella vita e che fanno pesare sugli altri il loro stato sociale.
Ora, secondo il Magnificat, i poveri hanno mille motivi per rallegrarsi, perché Dio glorifica gli “anawim” (Sal 149,4) e abbassa gli orgogliosi. Un’immagine presa dal Vangelo, che traduce molto bene l’atteggiamento del povero dell’Antico Testamento, è quella del pubblicano che con umiltà si batte il petto, mentre il fariseo compiacendosi dei suoi meriti si consuma nell’orgoglio (Lc 18,9-14).
Vorrei farvi notare un termine che merita una particolare attenzione. All’inizio del Magnificat, Maria, che sta per popolo di Dio, loda e ringrazia il Signore “perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. La parola “umiltà” traduce il termine greco “tapèinosis”, che vuol dire letteralmente “bassezza”, nel senso di povertà e umiltà. Del resto la parola “umiltà” deriva da “humus”, cioè terra. Il termine “tapino” è entrato nella lingua italiana. Anche Dante l’ha usato: “Come ’l tapin che non sa che si faccia”. È entrato nel linguaggio popolare. Anche noi diciamo talora “sei un tapino”, senza sapere che deriva da una parola greca.
Ecco, allora possiamo dire che il Magnificat è il canto dei tapini, dei poveri cristi, o, se volete, dei poveri diavoli, di coloro che contano poco o nulla in questa società, ma, proprio per questo, contano davanti al Signore.
Nella lettera di san Paolo ai cristiani di Filippi, al capitolo 2, 5-11, troviamo inserito un inno, detto cristologico, perché riguarda Cristo. Un inno davvero sconvolgente per queste parole: il Figlio di Dio per incarnarsi, farsi uomo, “ha svuotato se stesso”. I teologi impazziscono di fronte a una frase simile. Che significa? Cristo si è annullato come Figlio di Dio. E c’è un’altra espressione: “umiliò se stesso”, letteralmente “si è fatto un tapino”.
Mi sono soffermato su una parola “tapino”, per farvi anche solo intuire la straordinaria carica rivoluzionaria che possiamo trovare nel Magnificat. Dovremmo anzitutto smetterla di prendere questo inno come se fosse un elogio alla Madonna. Maria rappresenta la parte migliore dell’umanità, e come tale è l’autrice dell’inno. E poi la cosa sconvolgente è che la parte migliore dell’umanità sta semplicemente in queste poche parole: dono, servizio, gratuità, essenzialità. Pensate: il Figlio di Dio si è svuotato, si è fatto un tapino, e io mi credo onnipotente, un dio in terra, un super-uomo? Sì, Cristo si è abbassato per elevarci, in qualità, ma non per farci sentire superiori agli altri.

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