L’ipocrisia di vietare il cellulare a scuola

da www.repubblica.it

L’ipocrisia di vietare il cellulare a scuola

Vanessa Roghi
11 SETTEMBRE 2025
In un post su Facebook Giulio Iraci, professore di filosofia e storia in un liceo romano, scrive: “Dovremmo prendere atto, sommessamente, che il divieto dell’uso degli smartphone nelle scuole superiori disposto dal Ministero ha suscitato, sui quotidiani come qui su Facebook, ben poche riflessioni, e perlopiù — pur con ottime eccezioni — su come sequestrarli e custodirli. Delle contraddizioni con la normativa vigente, con la ricerca e con la formazione; dell’ingerenza nell’autonomia scolastica e nella libertà di insegnamento; della sfiducia e del mancato ascolto di studentesse e studenti; del crescente clima securitario e sanzionatorio del mondo scuola; della proiettiva, illusoria, ipocrita lavata di coscienza del mondo adulto rispetto all’uso degli smartphone al di fuori della scuola; del venir meno dell’utilizzo in classe a fini educativi e didattici (che rende paradossali i richiami all’IA e all’educazione civica); di tutto questo si è discusso ben poco, anche tra noi docenti”.
Provo a raccogliere la sua richiesta, rilanciandola.
Mi sembra importante, anzi urgente, perché quando parliamo di “cellulare a scuola” non parliamo di chi disturba la lezione chattando con l’amica, o guardando video sui social (magari a questo pensano alcuni che hanno salutato la circolare ministeriale con un “era l’ora”). Per quello ci sono già i regolamenti scolastici, che stabiliscono come durante la lezione i cellulari vanno usati solo se necessari.
Quando parliamo di “cellulare a scuola” parliamo di una metonimia, della relazione che questo governo ha con le persone giovani per le quali non bastano, evidentemente, le norme esistenti. Occorrono classi speciali, provvedimenti speciali (sui cellulari, sul voto in condotta), e un controllo costante intorno ai temi sensibili, dall’educazione sessuale (consenso informato) alle tecnologie, appunto.
Sia chiaro: nessuno sottovaluta i rischi della dipendenza da schermo. Ma qua stiamo parlando di ragazzi e ragazze che arrivati a 14 anni, questo strumento lo conoscono già. E la scuola invece di dire «impariamo a usarli insieme», dice: «bene da domani potete farci quello che volete fuori da queste mura, bullizzare, stordirvi di siti porno, mettere le foto delle vostre amiche senza il loro consenso (ah no quello lo fanno gli adulti) ma qui fate finta che non esista».
Siamo sicuri che il divieto sia la strada? Anche alla luce di quello che la circolare dice dopo. Perché da un lato invita «le istituzioni scolastiche ad aggiornare i propri regolamenti e il patto di corresponsabilità educativa prevedendo per gli studenti del secondo ciclo di istruzione il divieto di utilizzare lo smartphone durante l’orario scolastico anche a fini didattici, pena specifiche sanzioni disciplinari per coloro che dovessero contravvenire a tale divieto».
Dall’altro ricorda che gli effetti negativi sull’uso eccessivo o non corretto dello smartphone non si riferiscono all’uso didattico degli smartphone a scuola bensì all’uso degli smartphone al di fuori del contesto scolastico.
Infatti, aggiunge che «l’uso del telefono cellulare sarà sempre ammesso nei casi in cui lo stesso sia previsto dal Piano educativo individualizzato o dal Piano didattico personalizzato come supporto rispettivamente agli alunni con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento ovvero per motivate necessità personali».
Ma chi decide quali sono le motivate necessità personali se non un insegnante? E poiché la Costituzione italiana, all’art. 33 comma 1, tutela la libertà di insegnamento e da anni gli insegnanti delle secondarie di secondo grado lavorano sulla propria e altrui formazione al digitale a partire dal “Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD)” viene naturale pensare che la circolare deve essere letta alla luce di questi aspetti.
Del resto, c’è scritto: «per finalità didattiche resta ovviamente confermato l’impiego degli altri dispositivi tecnologici e digitali a supporto dell’innovazione dei processi di insegnamento e di apprendimento, come pc, tablet e lavagna elettronica, secondo le modalità programmate dalle scuole nell’esercizio della propria autonomia didattica e organizzativa. Sotto tale profilo, le istituzioni scolastiche avranno cura di sfruttare in maniera ottimale le potenzialità degli strumenti digitali, ormai largamente diffusi in ambito scolastico grazie ai notevoli investimenti avviati negli scorsi anni, per migliorare la qualità degli insegnamenti e favorire l’apprendimento».
Dunque, poiché il cellulare è il mezzo meno costoso che (quasi) tutti gli studenti hanno sarà al fine di poter usare al meglio i suddetti strumenti digitali che a volte l’insegnante potrà chiedere di usarlo? Anche perché, come suggerisce la disposizione ministeriale, siamo tutti d’accordo sul fatto che nemmeno «il divieto generalizzato dell’impiego del telefono cellulare esaurisce il fondamentale ruolo che la scuola è chiamata a svolgere per assicurare il benessere psicofisico e la crescita dei nostri studenti. È necessario, infatti, rafforzare le azioni finalizzate a educare all’uso responsabile e consapevole dello smartphone e degli altri strumenti digitali».
E come vogliamo farlo se non con gli smartphone stessi, con dei disegni fatti col gessetto sulla lavagna di ardesia?

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