Che senso ha la messa d’inizio anno scolastico?

da Il Fatto Quotidiano

Che senso ha la messa d’inizio anno scolastico?

di Alex Corlazzoli | 15 ottobre 2013

All’inizio della lezione quando andavo a scuola io la maestra Teresa ci faceva recitare l’Ave Maria, il Padre Nostro e l’Eterno riposo. Erano gli anni ottanta. Trent’anni dopo non si prega più in classe ma ci sono ancora parecchie scuole che organizzano feste d’inizio anno scolastico, al di fuori delle lezioni, includendo nel programma la messa parrocchiale.

Altri istituti arrivano persino a deliberare in consiglio d’istituto l’ufficialità della celebrazione facendo leva sull’articolo 6 del Dpr il DPR 416/74 (Istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola materna, elementare, secondaria e artistica) che attribuì al consiglio di circolo o di istituto il potere deliberante “sui criteri per la programmazione e l’attuazione delle attività parascolastiche, interscolastiche, extrascolastiche, con particolare riguardo ai corsi di recupero e di sostegno, alle libere attività complementari, alle visite guidate e ai viaggi d’istruzione e sulla partecipazione del circolo o dell’istituto ad attività culturali, sportive e ricreative di particolare interesse educativo”.

Resta una questione fondamentale sulla quale riflettere in un’Italia che è ancora un Paese prevalentemente cristiano cattolico, dove gli insegnanti di religione vengono nominati dalla Curia e i libri di religione hanno l’imprimatur della Chiesa. E’ giusto o meno dare la possibilità agli studenti di avviare l’anno scolastico con la santa messa? La celebrazione eucaristica, in uno Stato laico, in una scuola pubblica, deve avere un ruolo da protagonista?

Nel 1992 una circolare sulla “Partecipazione degli alunni ad attività di carattere religioso” del Ministero della Pubblica Istruzione, all’epoca retto dal democristiano Misasi tentò di fare chiarezza prevedendo la possibilità di partecipare liberamente, in orario scolastico, a cerimonie religiose in seguito a delibere dei consigli di circolo e di istituto, motivandola con la citazione espressa del Dpr 416/74. Da quella circolare sono seguiti Dpr e decreti legislativi oltre a sentenze del Tar dell’Emilia e del Veneto sull’illegittimità delle delibere di Consigli di circolo che disponevano lo svolgimento di pratiche religiose in orario scolastico, ravvisando che la celebrazione di liturgie o di riti religiosi rappresenta un’attività del tutto estranea alla scuola e alle sue attività istituzionali. Ad oggi tuttavia non vi è chiarezza legislativa in merito.

Ma al di là della Lex vi è una questione di opportunità: in un’Italia multiculturale dove nelle classi vi sono musulmani, ebrei, induisti, buddisti, ha ancora senso proporre una santa messa? Forse, anche dal punto di vista pedagogico, avrebbe più senso una preghiera ecumenica e interreligiosa, alla presenza non solo del parroco del paese ma anche delle figure riconosciute dai bambini musulmani, ebrei o induisti. Mi resta sempre un cruccio: Fatima, Hamed, Ioanna, Igor a scuola non ci parlano quasi mai del loro modo di pregare, delle loro chiese, delle loro festività. Se la maggior parte della comunità scolastica desidera iniziare l’anno rivolgendosi a Dio, sarebbe bello pensare a una preghiera d’inizio anno scolastico dove Fatima legge una sura del Corano, Marco un passo biblico e Jalaia un passo della Sruti.

 

1 Commento

  1. vale ha detto:

    D’istinto mi vien da pensare che in una società come la nostra se vuoi andare in una scuola privata e religiosa… “cavoli loro”, ci sta, te lo aspetti che preghino e ritaglino del tempo per la Messa.
    Ma a prescindere dal fatto che l’articolo parla anche di scuole pubbliche (mai sentito di scuole pubbliche che fanno la Messa, spero almeno non siano tante perché lo trovo assurdo quanto il crocifisso in luoghi non sacri e aperti al pubblico), mi viene in mente che, in una scuola religiosa che frequentai per qualche anno, a un certo punto arrivò una bambina di un’altra religione (forse musulmana). Veniva ovviamente esonerata dalle attività religiose. Ma la scuola non era “attrezzata” per casi del genere, quindi la bambina (ora “dirottata” in altre classi, ora seguita da un’insegnante nella sua ora libera) si trovava di fatto emarginata. Non credo fosse trattata male, ma la struttura della scuola le impediva di integrarsi al pari di tutti gli altri bambini. Non so perché i suoi genitori la mandarono da noi (non era una scuola con una reputazione eccezionale), ma avranno avuto le loro misteriose ragioni.
    Ripensando a quei fatti credo che abbia ragione chi ha scritto l’articolo. Lo stesso Papa si è rivolto in alcune occasioni agli atei e penso che i tempi siano giusti per pensare a un’educazione scolastica volta alla convivenza. Alla religione cristiana uno può essere educato al catechismo e, soprattutto, a casa.