
di don Giorgio De Capitani
Se c’è uno che abbia il diritto e, perciò, il dovere di parlare di fusione tra Perego e Rovagnate, questa persona è il sottoscritto.
Infatti, sono nato a Rovagnate nel 1938 e, quando avevo nove anni, nel 1947, la mia famiglia si è trasferita a Perego, e qui sono rimasto fino al 1963, quando sono stato ordinato prete.
Perciò in me c’è parte di Rovagnate e parte di Perego, oltre che naturalmente tutto quel variegato mondo lombardo che ho vissuto durante il mio ministero sacerdotale, dai monti (Introbio) alla campagna (Cambiago) fino all’esperienza di una grande città, come Sesto San Giovanni, allora definita ancora la Stalingrado d’Italia. Sono stato mandato poi nella bassa milanese (Balbiano e Colturano), facendo successivamente diverse esperienze pastorali: a Melzo, Pozzuolo, Groppello d’Adda, per tornare infine in patria: a Monte di Rovagnate. Ora sono qui a Cereda, piccola frazione di Perego, in soggiorno obbligato.
Fuori dalla Brianza, non mi sono mai vergognato di essere brianzolo, ma tornando mi sono sentito profondamente a disagio nel trovare la mia terra d’origine, mentalmente chiusa peggio di prima, anche se materialmente più ricca. Di mentalità gretta, non solo dal punto di vista religioso, ma anche sociale e politico.
Nei primi anni di prete, ho vissuto esperienze completamente diverse, ma il contatto con il mondo dei comunisti mi ha aperto gli occhi. Ho capito che la Chiesa gerarchica aveva tanto da farsi perdonare, e da imparare. Ho capito che il problema non era tanto ideologico (la dottrina marxista), ma era l’anticlericalismo che contestava la Chiesa-struttura. E i comunisti avevano mille ragioni per odiare la religione.
Ho vissuto il ’68 a Cambiago, facendo il sessantotto senza sapere ciò che stava succedendo altrove. Le mie idee di oggi, pur portate all’estremo, erano già presenti allora. E ho vissuto il post ’68 a Sesto San Giovanni, continuando quello “spirito di contestazione” che si stava oramai affievolendo, con impegni pratici e non con slogan. Non ho risparmiato forze per inventare qualcosa per portar via i ragazzi più disagiati dalle strade, organizzando un Doposcuola-sociale.
Ogni mia esperienza sacerdotale è un mondo a sé: non si possono fare confronti tra l’una e l’altra. Ognuna mi è stata utile, anche il lungo (più di dodici anni) periodo di assenza da ogni incarico strettamente parrocchiale. Oggi, ripensandoci, magari rimpiango di aver “sciupato” gli anni migliori della mia esistenza. A 45/46 anni si è nella fase di dare il meglio di se stessi.
In ogni caso, l’esperienza di Sesto San Giovanni la ricordo con nostalgia, come invece ricordo con rabbia l’esperienza di Monte. Ma la rabbia passerà, e tornerà la primavera.
Tornare in Brianza e partire da capo è stata la stessa cosa. Ho capito subito che da convertire dovevano essere i giovani, i primi a contestarmi quando predicavo in un certo modo, ovvero portando in chiesa i problemi reali della gente. Giovani con la testa fasciata, ovvero fascistelli. Vedevano solo famiglia, religione e patria, ma dal buco della serratura di una prigione, ovvero di una terra protetta da barriere sociali, moralistiche e culturali. La fede era un insieme di riti, formalità, tradizioni, di “abbiamo sempre fatto così”. Non parlo solo di Monte, allora un paesino quasi isolato, dove la bontà era d’obbligo, senza quei pericoli che poi, con il passare del tempo – e pensare che insistevo nell’avvertire i genitori di questo rischio! – misero a dura prova il paese. Mi ricordo una omelia che avevo tenuto, nei primi anni, nella Chiesa di Rovagnate: avevo parlato di problematiche esistenziali. Al termine, in sacrestia, due o tre ragazze mi contestarono dicendo: “In chiesa si deve parlare solo di fede!”. Accipicchia!, mi sono detto. In che mondo vive questa gente? Ne ho subite di umiliazioni, di solitudini, di crisi, di dubbi. Mi sembrava che nulla potesse cambiare e che perciò fosse meglio lasciare. Ma presi un decisione: lasciar perdere per il momento i giovani: erano irrecuperabili! E neppure ritenevo opportuno partire dai bambini. Inutile, tempo sciupato educarli senza una comunità pronta a riceverli. Potrà sembrare strano e assurdo: partii dalla gente comune, e cercai di conquistarmela. C’era un solo modo: voler bene realmente al paese, dimostrandolo concretamente, con una assoluta fedeltà al posto di lavoro. Ogni giorno, un piccolo passo. Poi, quando ritenni necessario, misi qualche marcia in più, e nessuno riuscì più a fermarmi. Tentarono, sempre da parte dei giovani fascistelli. Ma gran parte della gente comune era oramai dalla mia parte. Paradossalmente gli anziani capirono meglio dei giovani! Riassumo con questa frase pronunciata da una donna semplice, di una certa età: “Non ci interessa ciò che pensa don Giorgio, o ciò che lui scrive o lui dice: a noi interessa che vuole al nostro paese!”.
Ma la lotta era appena all’inizio. Non mi illudevo che tutti avessero capito. Bastava che facessi una scelta ben precisa nel campo politico (contrastando Berlusconi con la sua destra, e la Lega per la sua ideologia razzista, o il papa e i vescovi per la loro connivenza con il Porco) per suscitare scandali, divisioni e contrasti. Ma qui stava il bello: creare “il risveglio”, non importa se ciò comportava defezioni e ribellioni. Non dovevo cedere. Questa era la strada giusta. Ciò ben presto si riversò anche sulle parrocchie vicine, e quando venne scriteriatamente imposta la Comunità pastorale, allora successe qualcosa di imprevedibile, ma a mio vantaggio. La parrocchia di Monte mi si strinse intorno, vedendo in me colui che l’avrebbe portata fuori da un cerchio mortificante. Furono anche gli anni migliori per Monte, con l’arrivo di nuove famiglie giovani, con più figli. Accolsero subito la proposta di collaborare a qualcosa di diverso. Le omelie da una parte stimolavano l’interesse dei presenti, portando da fuori numerosi forestieri, e dall’altra parte si aprì finalmente un nuovo campo: quello dei bambini. La comunità era pronta per il loro inserimento. Fu il momento delle rappresentazioni teatrali su testi di una certa levatura culturale. Alla fine riuscimmo a realizzarne ben quattro (2007, 2008, 2009, 2010). Le cose sembravano andare per il meglio, ma sarebbe stato troppo bello che il demonio non ci mettesse lo zampino. Il demonio in tal caso si chiamava fede ottusa di certa gente, a partire da alcuni preti e dai collaboratori parrocchiali, che amano vivere sempre all’ombra del campanile. La comunità di Monte fu oggetto di invidia e di vendetta da parte delle comunità limitrofe, che furono le prime ad accusarci di campanilismo, confondendolo con il dovere pastorale di non mettersi tutti quanti (le quattro parrocchie) nello stesso calderone. Non importava che Monte avesse fatto qualche passo in avanti: bisognava per amore della uniformità tornare indietro, stare al passo degli altri, a partire di chi era indietro mille chilometri. Se tu non sei omologato, sei accusato di essere campanilista. Le cose peggiorarono, i superiori fecero la solita parte di salvaguardare la struttura, inventando bugie su bugie, e si arrivò al diktat imposto dal ciellino Angelo Scola, per cui dovetti andarmene.
Perché ho riscritto in poche parole la mia autobiografia sacerdotale? Per ripetere ancora una volta che ciò che dico o scrivo non è solo frutto di tanta teoria, o perché mi piace stare davanti al computer a sentenziare. In questi ultimi diciassette anni, ho capito una cosa di questa zona della Brianza. Bisogna tentare qualcosa per togliere la gente dal suo piccolo mondo antiquato. Non avevo tenuto fuori Monte dalla Comunità per farne un’isola, ma per dare un esempio concreto di come si potesse uscire dallo stallo. Negli ultimi tempi della mia permanenza, a coloro che insieme a me stavano lottando per una causa che ci sembrava giusta, quella di evitare che venisse mortificato il cammino intrapreso, avevo iniziato a parlare di comunità di base, e nessuno sapeva che cosa fosse, e pensare che l’avevano già davanti a loro, dentro di loro.
Non intendo per Comunità di base un gruppetto di persone disincarnate dalla parrocchia, ma Comunità di base è la parrocchia stessa, nel suo insieme. Comunità di base deve essere anche la Comunità pastorale, ecc. Questo per dire che ciò che importa è dare una svolta al paese, in senso radicale. Per uscire dal proprio buco.
Ciò che non riesco ad accettare è aspettare che questi nostri piccoli paesi, anche dal punto di vista civile e politico, subiscano la legge della incapacità di sopravvivere da soli. Inutile che facciamo poesia o sentimento nostalgico, come il sindaco di Pescate. Quanto sei patetico!
Guardiamo avanti, cari sindaci. Non è tempo di pianger sopra il tempo che passa: tutto progredisce, ma non facciamoci travolgere, intenti a guardare le foto-ricordo di un paese che fu.
Questi sindaci lumaconi, che piangono con lacrime di coccodrillo, dovrebbero invece piangere sulle loro grettezze di vedute, su piani regolatori che hanno distrutto, questi sì, cari coglioni, i piccoli paesi, già distrutti nella loro identità, altro che dire che la fusione porterà all’auto-distruzione.
I nostri paesi, caro Brambilla di turno, hanno già perso la loro identità, restando fuori dal tempo che passa. Non solo sono già antiquati, ma disintegrati come luoghi di aggregazione. Le feste paesane che resistono al tempo sono solo palliativi, o meglio allucinogeni per far dimenticare ciò che di bello abbiamo già perso.
Recentemente, un prete mi ha fatto sapere che voleva venire a trovarmi. Gli ho dato l’indirizzo. Giunto a Perego, ha chiesto a persone del posto dov’era Cereda. Uno ha risposto: “Non lo so!”. Alla domanda: “Sapete dove abita don Giorgio?”, ecco la risposta: “Non so chi è questo prete”. E un altro: “Sì, è il prete di Monte!”. Quando, finalmente il don… è riuscito a trovare la via della mia abitazione, appena mi ha visto, mi ha detto: “Ma che gente c’è a Perego…”. Non ha aggiunto altro. Rimasi male.
Mantenere l’identità dei nostri piccoli paesi. Ma che cazzo dici, signor Brambilla di turno?
Durante una delle consultazioni elettorali, quando mi sono presentato alle urne, le scrutatrici mi chiesero la carta d’identità, dicendomi che non mi conoscevano. Risiedevano in paese! Cazzo, questa si chiama identità da conservare? D’ora in poi, quando vado a votare, presento subito la mia carta d’identità, per evitare che a fare brutta figura sia quel poco d’identità ancora rimasta di un paese anonimo.
Caro Brambilla di turno, oggi i nostri paesi devono avere sì una loro identità, ma da ricostruire sul modello di una società in evoluzione, di una nuova cultura che un tempo era tanta saggezza popolare ora svanita, di una nuova visione della vita, che significa ambiente sano, posti di lavori sani, sviluppo edilizio sano, ma soprattutto saper vedere oltre quel piccolo buco da cui siamo sempre stati educati, per amore e per forza, a vedere il mondo.
Come vedi, caro Brambilla di turno, non parlo solo di soldi, di tasse, di contributi, ecc. ecc. Parlo di una visione della vita e dell’universo. Cazzo! Siamo nell’universo! Il che non significa avere la testa tra le nuvole a sognare o a utopizzare, o darsi da fare per il mondo di tutti e di nessuno. Sono il primo a dire che bisogna stare sul posto a lavorare per il bene della propria gente. E nessuno qui mi deve insegnare qualcosa! Ma impegnarsi in loco non significa pensare in piccolo. Una frase che quelli di Monte dovrebbero conoscere a memoria è: pensare in grande, agire sul posto.
Cari sindaci, uscite dal vostro piccolo mondo antiquato, che del resto neppure voi conoscete bene. Se bisogna fare l’Europa, vorrei aggiungere che bisogna fare la Brianza! Il problema non è tenere autonomi i piccoli paesi, il problema è saper creare la cultura dell’insieme dei paesi, che, se poi vanno fusi tra di loro, questo è un altro problema, da sottoporre all’attenzione caso per caso.
NOTABENE
Forse la parola “fusione” è la meno indicata: andrebbe sostituita. Fa pensare a due entità che diventano una identica cosa, una cosa diversa dalle due che si fondono. Anche le parole hanno un significato e possono contribuire a confondere le idee e a prestarsi al gioco di chi ha interessi meschini o ha timore di affrontare il nuovo.
Don Giorgio
Il suo diritto è equivalente a quello degli altri favorevoli o contrari siamo ancora in democrazia.l’espressione che lei usa mi sembra alquanto dittatoriale,poi questo suo bellissimo curriculum vitae le serve forse per candidarsi alle prossime elezioni comunali?Mi sembra che un pastore della chiesa non debba fare politica di parte ma cercare di amare le proprie pecorelle.Quindi coraggio si candidi a sindaco alle prossime elezioni ma senz’altro il mio voto non l’avrà . Un saluto da una pecorella smarrita dal comportamento di chi porta l’abito talare.
saluti alfredo
Ne perdo una pecorella e ne acquisto cento. Le mie Messe sono frequentatissime. Ho un difetto: dire la verità a tutti, anche agli amici. E se devo dire stronzo anche al papa lo dico. Non m’interessa gente come te.
I comuni si uniscono solo quando si fa un’alta velocità Milano-Coira
Quella del potere è una tentazione enorme, al suo fascino perverso non resiste quasi nessuno. Figuriamoci dei sindaci di piccoli comuni, che probabilmente si sono candidati a quel ruolo proprio per sentirsi importanti e poter essere riconosciuti da tutti al loro passaggio. Chiedere a personaggi del genere di rinunciare -anche solo in parte- al loro potere, oggettivamente piuttosto limitato (anche se fondamentale per il loro ego), sarebbe come chiedere ad un imprenditore di rinunciare al profitto. Poco importa che una fusione di questi comuni potrebbe portare benefici a tutti, perché per “qualcuno” l’unica cosa che conta è il proprio tornaconto e gli altri possono anche schiattare. Non è forse questa la mentalità leghista?
in una zona vicina al nostro don Giorgio, più precisamente a lecco, nel secolo scorso esistevano diversi comuni, praticamente i quartieri odierni erano comuni a se stanti, nel ’28 è arrivato benito mussolini e ha messo tutti assieme, e oggi direi che tutti i lecchesi si sentono lecchesi, rimangono solo alcune rimembranze più che altro lessicali, per es. se un abitante del rione di acquate deve andare in centro non dice “vado in centro” ma “vado a lecco”
Mi vien da pensare al diverso percorso che, talora, fanno le istituzioni rispetto ad esperienze esistenziali e spirituali.
Una diversa concezione di chiesa ha portato ad una sorta di separazione, di distinguo, rispetto alla gerarchia, mentre i comuni vanno (giustamente, a mio avviso) verso la fusione.
Ed anzi, sono perfettamente concorde con entrambe.
Una diversità di concezione di chiesa è fors’anche opportuno che porti a dei distinguo, come quando si tratta di far rilevare l’individualità di una cosiddetta comunità di base.
Non fosse che per consentire una miglior visione, al credente che voglia aderirvi, rispetto ad altre posizioni.
Invece i comuni, che, lo ripeto, non rinuncerebbero ad una loro memoria storica, sarebbe opportuno arrivassero a forme di unione istutuzionale, ed infatti il termine fusione è forse ambiguo.
Proprio ieri Cottarelli diceva che 8000 comuni circa in Italia, sono troppi.
Non intendo esagerare, ma sostengo che talora particolarismi e campanilismi non vanno nella direzione del bene comune.
Anche le regioni, o meglio la loro attuazione, ha fatto lievitare i costi.
Sarò ottuso io, ma mi pare che anche prima della loro istituzione non si vivesse poi male, nel senso che, forse, non erano così indispensabili per il cittadino, decisamente meno per consorterie ed interessi politici.
Penso quindi che qualche campanilismo politico di meno farebbe bene a tutti quanti, mentre un qualche distinguo in più fa invece sicuramente meglio alla fede.