
da www.repubblica.it
14 NOVEMBRE 2025
La piazza vuota per l’Ucraina
di Luigi Manconi
Perché in Italia, mentre la Russia si rende responsabile di una ininterrotta carneficina, la mobilitazione popolare e in particolare quella della sinistra è così riottosa e incerta?
Non sempre il fatto che il pulpito da cui viene la predica sia squalificato deve indurre a ritenere che quella stessa predica sia interamente falsa. Certo, tra i vezzi e i vizi più insopportabili della destra italiana c’è quella petulante accusa agli avversari di non mobilitarsi con uguale vigore per tutte le cause meritevoli di solidarietà. Da qui il molesto ripetere: perché mai le sinistre non manifestano per le donne iraniane e per quelle afghane e a favore degli oppositori in Venezuela e dei palestinesi che contestano Hamas?
La prima e più facile risposta non è sufficiente. Insomma, non basta far notare che le piazze italiane non sono tutto un brulicare di elettori di destra che, guidati da Daniela Santanchè e da Maurizio Gasparri, presidiano l’ambasciata della Corea del Nord o quella del Myanmar. Non basta. E, dunque, ci si deve chiedere seriamente perché oggi in Italia, mentre la Russia si rende responsabile di una ininterrotta carneficina, la mobilitazione popolare e, in particolare, quella della sinistra, sia così riottosa e incerta.
Tante le ragioni. C’è, innanzitutto, la lunga e complessa genealogia di fasi storiche che hanno preceduto l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Quella contrastata vicenda, manovrata abilmente dalla propaganda russa, ha fatto sì che l’evento dirimente dei tank russi che oltrepassano i confini ucraini possa essere ridimensionato e sdrammatizzato.
In altre parole, la lettura falsata dei fatti che precedono l’invasione contribuisce a deformare l’atto stesso dell’invasione, a considerarlo come l’esito inevitabile di responsabilità difficili da distinguere e da attribuire, equiparando i torti degli uni e i torti degli altri. Di conseguenza, l’aggressione della Russia non appare come l’azione imperialista di uno Stato totalitario, ma come l’ultimo effetto di una catena di cause e concause prodotte dalla Storia.
Eppure, quell’invasione è stata una vera e propria invasione, come sostenne Carlo Smuraglia, comandante partigiano e comunista, a lungo presidente dell’Anpi. Tuttavia, la più bella retorica della Resistenza (una mattina mi son svegliato/e ho trovato l’invasor) non valse a convincere tanti, e una parte della stessa Anpi, che la scelta di campo dovesse essere netta: stare dalla parte delle vittime, stare dalla parte degli ucraini invasi.
E qui si arriva al cuore profondo e, per certi versi, oscuro della questione. Ovvero il sentimento russofilo diffuso nella società italiana e non solo italiana. Moltissime le componenti di un simile sentimento. Tra queste, quella di natura ideologica e di derivazione sovietica — che avverte una continuità tra l’Urss e la Federazione di Putin — è probabilmente minoritaria.
Ma, a integrarlo e a rafforzarlo, quel sentimento, contribuiscono gli apporti di altre subculture e di altre subideologie. C’è la dipendenza da un’immagine di leader potente e possente, anche sotto il profilo fisico, che incarna l’idea di uno Stato forte: e questo incontra gli umori e le aspettative di diversi strati sociali, collocabili, ma solo approssimativamente, sia a destra che a sinistra, smarriti di fronte al “disordine” che sembra dominare le relazioni tra gli individui, i gruppi sociali e le nazioni.
Così, il potere dell’autocrate, perpetuato per oltre un quarto di secolo, sembra affascinare molti democratici che se si ricorda loro quale sia lo stato delle libertà in Russia replicano: e allora in Italia? Insomma, la stanchezza della democrazia alimenta la fede nell’autocrazia. E si scopre che sono filorusse tutte, ma proprio tutte, le organizzazioni del fondamentalismo cattolico, gran parte dei gruppi novax, e in generale quelli antiscientifici, la destra neofascista e la sinistra sovranista (c’è pure quella!).
Da queste propaggini estreme le pulsioni filorusse si diffondono nella società italiana e attraversano i partiti (in particolare Lega e M5S, ma non solo), trovando simpatie sorprendenti e impreviste amicizie. A esempio, in settori oscurantisti, religiosi e laici, l’apprezzamento per Putin è motivato dall’omofobia di quel regime che si traduce in leggi pesantemente repressive; e la Federazione russa appare come un baluardo rispetto alla decadenza dell’Occidente.
Ma questo non spiega ancora tutto. Penso che una russofilia tanto estesa affondi le sue radici in un antico riflesso condizionato e in una mitologia che, nonostante tutto, resiste. La Russia attuale appare come la manifestazione ultima di un movimento politico e di un campo ideologico formatisi oltre un secolo fa. Un dittatore, responsabile di molte stragi, viene visto tuttora come un fattore di bilanciamento in uno scenario mondiale dove, dall’altra parte, c’è un Occidente a sua volta responsabile — e come negarlo? — di grandi crimini.
Si può arrivare a dire che la russofilia sia l’attuale espressione dell’anti-occidentalismo. Questo atteggiamento è assai più diffuso di quanto si creda. Si nutre di realpolitik e di teorie geopolitiche, tutte legate, direi avvinghiate, al mantenimento dello status quo: ed è questa, forse, la componente più ampia del filoputinismo nazionale. Concezioni conservatrici che svalutano regole e valori dei sistemi democratici e del diritto internazionale, principi universali di libertà ed eguaglianza, diritti umani fondamentali. Molto su cui riflettere e molto, se ne siamo capaci, da cambiare radicalmente.
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