
Ragazzi in piazza Leonardo da Vinci a Milano
da Il Corriere della Sera
La vita dei nostri figli adolescenti
è una priorità milanese
di Alessandro Aleotti
La tragedia di Crans-Montana ha toccato il sentimento profondo di Milano generando una commozione autentica. Benissimo ha fatto il Sindaco a proclamare il lutto cittadino. Nella motivazione di questo dolore non c’è solo l’assurdità del dramma, ma anche l’adolescenza, un’età meravigliosa verso la quale Milano vive una sorta di senso di colpa.
I quotidiani fatti negativi di cronaca che coinvolgono gli adolescenti, dalla microcriminalità delle bande giovanili alle ripetute sommosse nel carcere minorile, sono solo la punta dell’iceberg di un disagio crescente che sarebbe sbagliato pensare di affrontare solo con strumenti repressivi o semplicemente demonizzando ciò che definiamo come «dipendenza digitale» degli adolescenti, senza riflettere sul fatto che i loro comportamenti «naturali» sono digitali fin dalla nascita.
Il problema degli adolescenti deriva dal fatto che Milano è una città che si fonda essenzialmente su identità di consumo che trasformano il protagonismo sociale in una capacità di spesa. Gli adolescenti sono gli unici esclusi dall’identità sociale del consumo.
Le famiglie destinano una quota significativa di consumi per l’infanzia, mentre dai 14 ai 18 anni subentra quel primo senso di libertà che culturalmente si porta dietro la reazione di un minor sostegno economico famigliare. Poi, con la maggiore età, le famiglie tornano a investire molto su un periodo — fatto di università, Erasmus, master, tirocini e stage — che viene considerato decisivo per la vita, ripristinando così anche un’identità di consumo.
Ovviamente, i ragazzi che cominciano subito a lavorare divengono ancora più rapidamente legittimati socialmente attraverso un reddito da consumare per entrare nella città adulta, cioè quella che attira su di sé tutte le identità più desiderate.
Tutto ciò fa sì che gli adolescenti — non essendo consumatori — non abbiano propri luoghi di legittimazione. Nei locali si beve e loro fino a 18 anni non possono bere nemmeno una birretta, le sale giochi sono state colonizzate dalle slot vietate ai minori, le discoteche non aprono più nel pomeriggio, i luoghi di socialità — salvo qualche meritoria parrocchia — sono scomparsi nel burocratico affidamento a un associazionismo lontanissimo dagli adolescenti e, infine, la scuola non riesce ormai a essere niente più che un luogo dove si trascorrono molte ore senza entusiasmo.
Così, gli adolescenti si ritrovano all’aperto, nei parchetti dove i consumi sono quelli “di strada”, per trascorrere le poche ore che separano l’uscita da scuola dall’ora in cui la città dei consumi comincia i riti dell’aperitivo.
Di fronte a questa esclusione generazionale e sociale, l’unica strategia adolescenziale diventa quella di abbandonare in fretta la loro età. Nascono le sindromi emulative e con esse un circolo vizioso che mescola gli eccessi alle frustrazioni.
Occorre occuparsi di questa priorità milanese senza inutili moralismi e nella consapevolezza che le soluzioni dovranno essere cercate in modo che siano adatte al mondo di domani e non a quello di ieri.
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