Omelie 2013 di don Giorgio: Prima di Quaresima – rito ambrosiano

17 febbraio 2013: Prima di Quaresima – rito ambrosiano

Gl 2,12b-18; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11

Solo Matteo, Marco e Luca parlano delle tentazioni di Gesù nel deserto. Giovanni non ne fa alcun accenno. Dei tre il Vangelo di Marco, che è il più antico, riduce la narrazione in due sole righe: scrive che, subito dopo il battesimo nel Giordano, Gesù è stato “sospinto” dallo Spirito santo nel deserto, e qui vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana. A differenza di Marco,  gli altri due, Matteo e Luca, si soffermano sulle modalità e sul contenuto delle tentazioni. C’è di più. La successione delle modalità sono diverse: a differenza di Matteo, Luca sposta all’ultimo posto la tentazione del “pinnacolo del Tempio”.
Tutto questo ci fa capire una cosa: ancora una volta siamo di fronte ad una pagina che non può essere interpretata alla lettera. Tutti gli studiosi concordano nel dire che le tentazioni così come state narrate non sono un fatto storico come pensiamo noi: sono invece la drammatizzazione scenica di ciò a cui fu sottoposto Gesù nella sua vita pubblica, fino alla morte. Sono anche una sintesi di quanto potrebbe accadere al cristiano che vuole seguire il Maestro. Dietro a questa drammatizzazione scenica troviamo la mano della primitiva comunità cristiana che, fin dall’inizio, è stata sottoposta a dure prove: quella dell’economia che riduce tutto all’avere, quella dell’intervento spettacolare di Dio e quella del potere assoluto che vuole servirsi di tutto.
Parto subito dal fatto che a “condurre” Gesù nel deserto è stato lo Spirito santo. Alla prima lettura può urtare il verbo ”condurre” (usato da Matteo e Luca), ma non rende ancora bene l’idea:  il verbo originale greco usato da Marco dice “buttare fuori”. Gesù era appena uscito dall’acqua del battesimo, aveva ricevuto il dono dello Spirito, aveva ascoltato la voce del Padre che lo riconosceva come suo figlio prediletto, ed ecco: ora lo stesso Spirito lo “getta fuori”, nel deserto. La parola suggerita dal Vangelo è proprio quella della espulsione, è lo stesso vocabolo che viene utilizzato per indicare la liberazione da uno spirito immondo. Quello che Gesù vive è un atto violento, forte. Gesù è provocato dallo Spirito al confronto con una realtà “altra”, diversa: “buttato fuori” da una situazione celestiale, paradisiaca, diciamo utopica. Buttato nella realtà drammatica degli esseri umani.
Il deserto, dove Cristo viene buttato dallo Spirito santo, è da prendere in senso allegorico biblico: il deserto è visto come il luogo delle contrapposizioni, della libertà e del castigo, della alleanza e del tradimento, della fame e della sete, ma anche della manna e dell’acqua che sgorga dalla roccia. Richiamo esplicito agli anni in cui il popolo ebraico era stato sottoposto a dure tentazioni, prima di entrare nella terra promessa. Il numero 40 sta a indicare proprio quegli anni. Per quarant’anni il popolo ebraico è rimasto nel deserto, per quaranta giorni Gesù rimane nel deserto. Gesù, fattosi carico nel battesimo della natura umana, è subito gettato nelle contraddizioni del genere umano. Proprio come Adamo ed Eva che furono espulsi dall’eden per entrare nell’ostilità della storia.
Come potete notare, c’è quasi una contraddizione: noi solitamente pensiamo al deserto come al luogo del silenzio, della essenzialità, del nostro sentirci soli con noi stessi e con Dio. Ma Gesù che cosa trova nel deserto? Il demonio che lo tenta. Per 40 giorni è stato tentato. Così sembra suggerire Marco, mentre Matteo e Luca dicono che è stato tentato al termine dei quaranta giorni di digiuno. Non importa.
Ciò che importa sottolineare è il fatto che il deserto, nella Bibbia, non è mai visto come un momento felice, un momento di tranquillità, dove andare a fare gli esercizi spirituali, ma è un periodo di prova, di dura prova. È il luogo di satana, o del diavolo. Anche qui notiamo una differenza di termini: Marco usa il termine ebraico satana, Matteo e Luca usano il termine greco diavolo.
Tratto dall’ambiente giuridico ebraico, satana è un termine col quale si indica la funzione o il ruolo del pubblico ministero, colui che in tribunale si pone alla destra dell’accusato e denuncia tutte le sue colpe. Il termine diavolo invece significa colui che divide, separa, mette zizzania. Nel Nuovo Testamento, il ruolo di satana terminerà, perché Dio stesso in Cristo prenderà il suo posto nel tribunale della storia. D’ora in avanti sarà Dio a giudicare gli uomini. Invece il principe del male continuerà la sua opera che consiste nel dividere, separare, mettere l’uno contro l’altro.  Cristo stesso sarà sottoposto a questa dura prova dal diavolo che, fino alla morte, cercherà in tutti i modi di metterlo contro i suoi avversari. Interessante ciò che scrive Luca al termine del racconto delle tentazioni. «Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato». Il momento fissato sarà la passione di Gesù come il momento della tentazione suprema. Quando Gesù verrà arrestato nel Getsemani, dirà ai suoi nemici venuti ad arrestarlo: «Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».
Non possiamo non parlare ora della tentazione. Dico subito che qui bisogna veramente fare chiarezza. Abbiamo per secoli e secoli ritenuto la tentazione come un male in sé. Pensiamo alla traduzione sbagliata del Padre nostro: “E non ci indurre in tentazione”. La tentazione in sé non è un male, anzi è un bene, ci aiuta a crescere. La tentazione di per sé è una prova. Ogni prova della vita ci aiuta a maturare. Anche le prove che sembrerebbero a prima vista un male. Non si matura evadendo dalla realtà drammatica della vita, andando su un’isola, o rinchiudendosi in un convento. La vita stessa è una prova, una prova continua, quotidiana. All’inizio della storia (Gen 3) il serpente tenta Adamo ed Eva. Il serpente viene visto come simbolo del male che cerca di far cadere i nostri progenitori. Gli studiosi ci dicono che l’autore sacro ha preso il serpente come simbolo del male perché il serpente presso gli antichi era ritenuto un animale viscido, strisciante, astuto, pronto a inoculare il suo veleno. Anche il termine ebraico “serpente” contiene un significato interessante: secondo qualche studioso vuol dire “colui che conduce verso il potenziale”, letteralmente verso “energia pronta ad esplodere”. Il serpente dunque non indicherebbe il male in sé, ma una barriera, uno steccato, un passaggio necessario, che dobbiamo compiere per evolvere, per liberare tutta l’energia e le potenzialità che sono dentro di noi. Capite: il serpente, diciamo satana o il diavolo, svolge una funzione necessaria nella nostra vita. Senza di lui non potremmo crescere, sviluppare le nostre energie, non potremmo essere liberi. E pensare invece che, ancora oggi, vediamo il demonio dappertutto, indemoniati dappertutto. La nostra preoccupazione è quella di ricorrere agli esorcisti, o al sacramento delle confessioni.
Satana è presentato solo come il male da eliminare: il nemico che insidia continuamente la nostra libertà. Certo, il male è male, ma il male nelle sue tentazioni può diventare l’occasione perché ci svegliamo dal nostro torpore. In questo senso dobbiamo prendere l’espressione: Dio sa trarre dal male anche il bene.
Vedere il diavolo dappertutto ci torna anche comodo: è più semplice scaricare sul diavolo che affrontare i problemi. Perché se è colpa del diavolo, che ci posso fare io? Niente! Ma se invece ciò che accade è un ostacolo-barriera da superare, allora sono chiamato a compiere un passaggio, a portare alla luce qualcosa che era nascosto. Allora non è più il diavolo ma Dio stesso che mi chiama a compiere questo passaggio. Confondiamo troppo spesso Dio con il demonio. Le tentazioni sono servite, eccome, a Cristo per prendere maggiormente coscienza della sua missione. Guai se non ci fosse stato il diavolo a tentare Cristo! Cristo non sarebbe Cristo, l’opera di Cristo sarebbe finita nel nulla.
C’è di più. In ebraico il verbo “tentare” vuol dire “tendere insidie, spiare, cacciare o anche sedurre, avvincere”. Ma il verbo ebraico può suggerire tre idee: l’idea del fianco o del lato opposto, l’idea del braccio divino e l’idea di un gancio da pesca, di un arpione. In sintesi, c’è l’idea di un dio che aggancia il fianco o il lato opposto di una persona. La tentazione allora non sarebbe il male ma il “tuo lato opposto”, quello che non vuoi vedere, che preferisci allontanare definendolo “male” solo perché pescarlo cambierebbe la tua immagine di te. Ogni uomo ha un lato che egli non vuol vedere, che si nasconde. Questa è la grande tentazione: lasciare un lato di sé nascosto. La tentazione ti costringe a vederlo e a prendertene cura.
Concludo con queste parole che ho trovato in un commento al vangelo di oggi: «Quando Gesù esce dall’esperienza delle tentazioni, non lo ferma più nessuno. Il “dono” delle tentazioni è una forza irresistibile, perché Gesù lascia cadere ogni aspettativa della gente e segue imperterrito la sua strada e missione. Per questo bisogna entrare nel deserto, bisogna essere tentati, bisogna affrontare i propri demoni. Ogni entrata nell’ombra, anche se all’inizio ci fa paura, ha un dono da portare alla luce… I grandi regali non ce li danno gli altri per il compleanno ma ce li facciamo noi quando abbiamo il coraggio di entrare nel deserto, nel buio, e nella nostra ombra. I tesori sono nascosti; le perle sono nel fondo del mare e dentro le ostriche, le cose più belle di noi sono nascoste dentro di noi. La pienezza non è data dall’aver tante cose ma dal saper “tirare fuori” i doni, i regali, le ricchezze che sono già dentro di noi ma che moriranno con noi se non avremo il coraggio di andarle a prendere. Per questo lo Spirito spinge Gesù nel deserto: deve “scovare, pescare” questo lato nascosto di sé. Se Dio ci chiede qualcosa è proprio quello di entrare nella tentazione per vedere chi siamo realmente».

 

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