Omelie 2014 di don Giorgio: Seconda domenica di Quaresima

16 marzo 2014: Seconda Domenica di Quaresima
Es 20,2-24; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42
Parlando dell’episodio dell’adultera, penultima domenica dopo l’Epifania, avevo insistito sul fatto che la preoccupazione della Chiesa è stata, fin dalle sue origini, ed è tuttora, rivolta alla dottrina di tipo moralistico. Una prova l’abbiamo anche in questa domenica, con la prima lettura, che riporta la pagina dei dieci comandamenti. Questo richiamo potrebbe anche andare, se i dieci comandamenti non fossero stati ridotti a un codice penale.
Già il brano della seconda lettura allarga il discorso: si prega Dio Padre, perché, per mezzo di Gesù, ci doni «uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui, illumini gli occhi» del nostro cuore per farci «comprendere a quale speranza» ci ha chiamati. È di questa luce che abbiamo bisogno per comprendere anche il brano del Vangelo di oggi. Un brano che va oltre la vita privata della donna samaritana. Se può interessare il fatto che quella donna dai cinque mariti era fuori regola canonica, è proprio per far capire l’importanza del messaggio di Gesù che va oltre la morale: Gesù non teme di dialogare con nessuno, anzi rivela le verità più profonde alle persone ritenute le più indegne secondo la religione. Questo è quanto voleva farci intendere Gesù, e invece la Chiesa subito si è preoccupata di rileggere l’incontro di Gesù con la samaritana, proponendoci come prima lettura i dieci comandamenti, riletti in senso moralistico.
Cari cristiani, qui ci troviamo di fronte a uno tra gli episodi più belli e più rivoluzionari del Vangelo. Solo Giovanni ce l’ha tramandato, e l’ha riletto in senso teologico, insieme alla sua comunità che si distingueva dalle altre perché puntava alla profezia evangelica più che ad una Chiesa gerarchica, già fondata sul dogmatismo dottrinario e moralistico.
Possiamo dire che ci troviamo di fronte ad una pagina di alta teologia. E Gesù, ecco la cosa paradossale, rivela un raggio del volto di Dio ad una donna, ad una donna straniera, per di più eretica, per di più fuori legge dal punto di vista morale. Mettete insieme tutti questi aspetti, e poi giudicate voi. Certo, non si finisce mai di scandalizzarsi, neppure oggi. Vorrei vedere se papa Francesco dovesse chiamare in vaticano un gruppo di prostitute, e tenesse loro una grande lezione di teologia, trascurando cardinali, vescovi e teologi. Così ha fatto Gesù: ha spedito in paese, con la scusa di prendere del cibo, i suoi discepoli, ed è rimasto solo con una donna. Già questo era uno scandalo: difatti, i discepoli, al ritorno, sono rimasti sconcertati.
Voglio concentrare la vostra attenzione su alcuni aspetti del brano evangelico che ritengo essenziali. Sono due: il rapporto acqua e grazia, il rapporto verità divina e culto-religione.
Tutto l’incontro si volge attorno ad un pozzo: non possiamo dimenticare questo elemento che non è solo coreografico o pittorico. Dire pozzo è dire acqua. Gesù ha sete, e chiede dell’acqua alla donna samaritana. Padre Alberto Maggi, un biblista un po’ particolare (particolare perché nelle sue esegesi bibliche esce dai canoni tradizionali) sottolinea una cosa che ritengo interessante. Scrive a proposito del pozzo: «Mentre la donna parla di pozzo, che significa un luogo dove c’è l’acqua, ma l’acqua non è viva e, soprattutto, esige lo sforzo dell’uomo, in questo caso della donna, per attingerla… Gesù parla di sorgente. Nella sorgente l’acqua è viva, l’acqua zampilla, e soprattutto non richiede nessuno sforzo da parte di chi ha sete».
Sta in questa differenza il significato della legge e il significato della grazia di Dio. Il pozzo rappresenta la legge, che è dunque qualcosa di statico, di immobile, di stagnante. Bisogna prendere con un secchiello l’acqua, che di per sé non viene a galla spontaneamente. L’acqua della sorgente sgorga spontaneamente. Ti invita a prenderla, ti si offre, ti viene quasi incontro.
La differenza vera tra la legge e la grazia è la gratuità. La stessa parola grazia significa dono. Dire grazia e dire gratuità è la stessa cosa. La legge è tutt’altra cosa. La legge è un comando, fatto passare per volontà di Dio, ma in realtà è un ordine che proviene dal potere umano. La legge e la grazia di per sé non possono stare insieme. Ogni religione, non solo quella cattolica, impone delle leggi, delle norme, anche se parla di doni che provengono da Dio. Siamo su piani totalmente diversi. La legge, come dicevo, sa di qualcosa di già stabilito, di già fisso, di immobile, di intoccabile. Sì, ogni tanto si cerca di dare un vestito nuovo alla legge, ma il cuore è sempre il medesimo. Sotto il vestito c’è sempre uno scheletro: c’è una struttura, qualcosa che blocca, che chiude. La grazia è tutt’altro: è la stessa gratuità divina che rinnova, che non ama paletti o schemi. La grazia ti mette in rapporto con Dio, saltando ogni mediazione.
Qualcuno potrà anche chiedersi perché Gesù abbia legato simbolicamente l’acqua alla grazia: all’acqua sorgiva, e non a quella del pozzo. Ogni pozzo ha un suo proprietario, la la sorgente non dovrebbe avere proprietari. E se li ha, costoro non sono che ladri che si appropriano di qualcosa che non è loro. L’acqua di per sé è gratuità, è dono diretto del cielo, e nessuno potrebbe dire: è mia, solo mia! Oppure, è mia perché ho i soldi per pagarla! Se Gesù ha legato simbolicamente l’acqua della sorgente alla grazia, un motivo deve pur esserci. Tra l’acqua e la grazia c’è qualcosa di più, molto di più di un rapporto puramente simbolico. Dire acqua è dire gratuità, dire grazia è dire gratuità. Su piani diversi, certamente. Ma l’acqua è l’elemento fisico che, più di ogni altro in natura, richiama la grazia, l’essere divino. Forse l’ho già detto, ma vorrei ripeterlo: noi occidentali dovremmo studiare di più le spiritualità orientali, specialmente quelle induiste, dove la sorgente è vista come l’origine del divino in noi. Questo lo dico non perché l’induismo sia superiore al cristianesimo. Lo dico perché noi cristiani, a contatto con le altre spiritualità, dovremmo stimolare quei valori che sono l’essenza anche del cristianesimo, ma che, per tante ragioni, tra cui un rigidità strutturale mortificante, sono stati come repressi.
Se per un indù tornare alle sorgenti è tutto, per noi cristiani che cosa rappresenta? Forse tornare alle origini del divino? A me sembra che ci siamo così allontanati da non sentire più la sete dell’acqua sorgiva.
Ma nel brano di oggi, c’è dell’altro. Gesù alla samaritana fa una rivelazione davvero sconcertante, che, proprio perché sconcertante, non ha mai avuto quella attenzione che meritava. Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… Ma viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito è verità”.
Vorrei farvi subito notare la parola “ora”, e l’aggettivo “questa”: “viene l’ora, ed è questa”. Quanti secoli sono passati da quell’affermazione di Gesù? Venti e più secoli. Ma l’ora sembra ancora lontana.
Gesù dice: “né su questo monte (il monte Garizim su cui i samaritani avevano costruito il loro tempio, in contrapposizione a quello di Gerusalemme) né a Gerusalemme adorerete il Padre”. Gesù risolve così, in modo radicale, la intricatissima discussione tra samaritani ed ebrei. Il tempio non serve più. Il Padre si adora altrove, non in templi di muratura. Perché? Ecco la verità sconvolgente: “I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Perché? Perché “Dio è spirito”.
Mi chiedo come noi cristiani, lungo i secoli, abbiamo potuto cadere nelle stesse lotte e divisioni tra samaritani ed ebrei. Mi chiedo come abbiamo potuto ridurre dio ad un idolo, a cui dedicare chiese, basiliche, cattedrali, ma, ecco il vero peccato, senza la presenza del Divino. È chiaro che Dio abita anche nelle nostre chiese. Ma come ci abita? Abbiamo ridotto Dio a qualcosa, attraverso riti pomposi, tanto da dimenticare che Dio è puro spirito, che non ha bisogno di essere incensato, ma onorato in noi stessi. Il vero tempio, l’ha detto anche san Paolo, siamo noi. E qui dovremmo tornare ancora alle spiritualità orientali o a quella mistica cristiana che, spesso combattuta nel passato dalla Chiesa gerarchica, e oggi ignorata dal popolo pragmatistico, ha scavato nell’intimo dell’essere, per scoprire la presenza del Divino.
No, non fraintendete. Non vorrei invitarvi ad una religiosità puramente intimistica. Non è così. Perché, secondo i grandi mistici, più scopri Dio dentro di te, più ti senti coinvolto nel mondo. I mistici non erano di per sé eremiti o monaci chiusi tra le quattro mura di conventi, ma anche gente impegnata nel sociale e nelle opere caritative.
Il “supplemento d’anima” di cui ha bisogno l’uomo moderno non consiste nel pregare di più o pensare di più alla propria anima, ma ridare al mondo quella spiritualità profonda che è venuta meno. Spiritualità non equivale a religiosità. Se Dio è spirito, anche noi lo siamo. Noi “siamo”. L’essere è spirito. Purtroppo c’è uno squilibrio tra l’essere e l’avere. E siamo diventati dei mostri. Anche la Chiesa idolatrica ha perso la propria anima.

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