Omelia di don Giorgio: Terza domenica dopo Pentecoste 2012
17 giugno 2012: Terza dopo Pentecoste
Gen 2,18-25; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12
Quest’oggi i preti nelle loro omelie avranno una ghiotta occasione per denunciare tutto ciò che mette a rischio l’unità e l’indissolubilità del matrimonio, combattendo quella piaga sociale che va sotto il nome di divorzio. Proprio per evitare di cadere anch’io in questo rischio di ridurre la portata delle parole di Cristo alla solita questione: divorzio sì divorzio no, vorrei allargare il discorso.
Parto da alcune considerazioni, aperte e stimolanti, di don Paolo Curtaz. «La Parola di Dio oggi ci pone di fronte ad un tema caldo e faticoso, che mette in difficoltà me che rifletto e voi che ascoltate. Parliamo del fallimento dell´amore di coppia, il più doloroso e sanguinante, il più drammatico e diffuso, tema appesantito dalla posizione ufficiale della Chiesa nei confronti delle persone divorziate e risposate o conviventi, posizione che pochi, anche fra i discepoli, capiscono e che i fratelli e le sorelle che portano sulla propria pelle le stigmate del fallimento coniugale sperimentano come una immensa ingiustizia e un giudizio sulla loro vita, versando sale sulle loro ferite. Invoco lo Spirito e balbetto qualcosa, allora, lasciando che sia la Parola a parlare».
Ai tempi di Gesù il divorzio era un fatto consolidato, attribuito a Mosè e quindi intoccabile, come del resto intoccabile era ogni norma fatta risalire al grande legislatore e condottiero. Ma, come ogni norma di un certo peso socio-religioso, anche la legge mosaica sul divorzio era soggetta a diverse interpretazioni, riconducibili al duplice criterio, ancora oggi vigente, della ristrettezza o del maggior liberismo. E questo lo sappiamo dal Talmud. Tra parentesi: il Talmud (che significa: insegnamento, studio, discussione) è uno dei testi sacri dell’ebraismo, che nella sua importanza viene solo dopo la Bibbia, anche se gli ebrei considerano il Talmud e la Torah strettamente collegati. Il Talmud contiene i commenti, gli studi e le interpretazioni della Parola di Dio, che inizialmente erano tramandati oralmente, e che sono stati messi per iscritto solo dopo la Distruzione del Secondo Tempio (quello fatto ampliare da Erode il Grande e distrutto nell’anno 70 d. C. dall’esercito romano agli ordini dell’imperatore Tito). Il Talmud è diviso in due parti: la Mishnah (che vuol dire: ripetizione: raccoglie le discussioni dei maestri più illustri) e la Gemara (che vuol dire: completamento; fornisce un commento analitico della Mishnah).
Dalla Mishna (Ghittin, IX, 10) sappiamo che il dottore della legge Shammai, interpretava la legge mosaica nel senso più stretto, e concedeva il divorzio solo in caso di adulterio. Il dottore della legge Hillel, più liberale, concedeva il divorzio per qualsiasi motivo, perfino se la moglie bruciava la pietanza. Il dottore della legge Rabbi Aqiba, vissuto decenni dopo Shammai ed Hillel, era ancora più liberale, e concedeva il divorzio in ogni caso, perfino se incontrava una donna più bella della moglie.
I farisei, ponendo la domanda: è lecito ad un marito ripudiare la propria moglie? volevano sapere da Gesù da che parte stava: dalla parte più restrittiva della legge di Mosè o dalla parte più liberale? Subito un’osservazione: avete notato come quei farisei hanno formulato la domanda, cioè rivelando l’accentuazione maschilista? È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?
Come accade ancora oggi nella cultura islamica, il divorzio era a favore dei maschi: solo l´uomo, stancatosi della moglie, poteva rimandarla a casa con un libello di ripudio. Forse Gesù è il primo a dire che anche la donna che lascia suo marito per un altro commette adulterio, affermando così sottilmente che se l'uomo vuole questo diritto, è giusto che l'abbia anche la donna.
Ma va sottolineato una cosa importante: anche qui Gesù non cade nel tranello di mettersi a discutere sul se e sul ma, ma preferisce toccare il cuore del problema; in ogni questione che gli veniva posa, egli andava sempre alla radice, difficilmente reagiva alla provocazione. Dopo aver spiegato perché Mosè ha dato questa concessione (“per la durezza del vostro cuore”), Gesù ricorda il progetto originario di Dio, l'amore fedele tra un uomo e una donna, ad immagine dell'amore Trinitario.
Commenta Paolo Curtaz: «La risposta di Gesù è una rasoiata (come un colpo di rasoio): voi fate così, ma Dio non la pensa così, Dio crede nell’amore come unico, crede nella possibilità di vivere insieme ad una persona per tutta la vita. Senza sopportarsi, senza sentirsi in gabbia, senza massacrarsi: l´obiettivo della vita di coppia non è vivere insieme per sempre, ma amarsi per sempre! Silenzio imbarazzato, sguardi sorridenti e complici: “Ma che, scherziamo?”. Gli apostoli, preso da parte Gesù, insistono: “Non parlavi sul serio, vero?”. Matteo, nel brano parallelo, giunge ad annotare la sconsolata affermazione dei dodici: “Allora è meglio non sposarsi!” (19,10)… Che forza! Gesù dice che è possibile amarsi per tutta la vita, che Dio l´ha pensata così l’avventura del matrimonio, che davvero la fedeltà ad un sogno non è utopia adolescenziale ma benedizione di Dio!».
Il biblista gesuita Padre Silvano Fausti aggiunge: «L’orizzonte che Gesù apre al matrimonio è interessante ed è molto bello e molto chiaro. Questo evidentemente apre problemi pastorali rilevanti: come educare le persone a questa capacità di amare in una società che certo non educa, e non ha mai educato a questo, ma oggi ancora meno? Il secondo problema – anche se una persona è educata ad amare – è che i condizionamenti oggi sono tali che non possono non pesare sulla coppia. Come trovare il modo per far sì che questi condizionamenti siano evitati così che un matrimonio abbia le condizioni minime per resistere?… Rimane aperto il problema di tanti matrimoni falliti. Sappiamo quanti sono, e che per motivi imponderabili non sono riusciti. Nella nostra epoca la cosa è molto comprensibile, perché è stata un’epoca di grandi trasformazioni. Che fare? Bisogna stare attenti a non escludere. A uno che ha già avuto la sfortuna di vedere fallito il proprio il matrimonio, cosa vuoi fare, vuoi anche ucciderlo e dirgli: non sei cristiano?».
Ancora più esplicito è don Paolo Curtaz: «Fra voi, amici lettori, alcuni avrebbero desiderato tanto fare questa esperienza e non ci sono riusciti: non erano pronti, hanno compiuto un gesto a cuor leggero, hanno trovato una persona migliore del proprio coniuge… Molti vivono sulla propria pelle il dramma di una separazione che porta sempre con sé molto dolore. Come possiamo fare? Dobbiamo capire, cercare, intuire. Da una parte abbiamo la Parola del Signore Gesù, cristallina e forte. Dall’altra la prima regola del cristianesimo: l´accoglienza e l´amore. Questo incrocio difficile porta con sé alcune conseguenze.

“A uno che ha già avuto la sfortuna di vedere fallito il proprio matrimonio ( o di essersi accorto di aver commesso un errore , o di aver mal riposto la fiducia , o di essere stato ingannato e sfruttato , o di averlo fatto solo per senso di responsabilità nei confronti del nascituro ecc. ecc. -aggiunta personale- ), cosa vuoi fare, vuoi anche ucciderlo e dirgli: non sei cristiano!”.
Ecco : proprio ” ucciso ” ,in senso morale, mi son sempre sentito !
Dal momento che chi vi legge da fuori “rito ambrosiano” tante volte, quasi sempre,ha il Vangelo diverso, suggerisco di pubblicare la lettura oggetto della omelia in un angolino antecedente o successivo al testo stesso dell’omelia. Grazie
Ci sono comunque le citazioni delle letture.