La democrazia sonnambula

Donald Trump visto in prospettiva normale

dal Corriere della Sera

La democrazia sonnambula

di Beppe Severgnini| 14 agosto 2025
I primi sette mesi di Trump: l’elenco dei suoi eccessi è lunghissimo: una sola delle violazioni viste in questi mesi sarebbe costata il posto ai suoi predecessori
La democrazia americana funzionava con regole severe. Almeno formalmente, il presidente non doveva mentire, non poteva usare il potere a scopo personale, non doveva favorire i famigliari, non si arricchiva durante il mandato. Donald Trump fa tutte queste cose, e molte altre. Come reagiscono gli americani? Guardano. Come se non capissero.
Guardano con entusiasmo i sostenitori, convinti che questo Presidente sia il vendicatore di chissà quali soprusi. Guardano con rassegnazione gli avversari, incapaci di contrastare la tempesta di narcisismo aggressivo scatenata dalla Casa Bianca. Guardano con indifferenza tutti gli altri, quasi non percepissero la gravità di quanto accade.
Guardano con sbalordimento gli amici dell’America, da lontano. Tra i più disincantati, noi italiani: conosciamo il modello. Donald Trump si comporta come uno dei Signori che dominavano l’Italia tra XIII e XVI secolo: concentra in sé tutti i poteri, sostiene di rappresentare ogni virtù, pretende servilismo e adulazione. Ma sono passati secoli, da allora. E se la Signoria è l’unica forma autoctona di governo in Italia (le altre le abbiamo importate), la democrazia è stata — fino a oggi — il marchio di fabbrica degli Stati Uniti d’America. Una nota, un sapore, un profumo; talvolta una cipria, buona a nascondere imperfezioni e cicatrici. Pochi mesi, e sembra cambiato tutto.
Donald Trump, assunto il secondo mandato, appare incontrollabile. L’elenco dei suoi eccessi è lunghissimo: una sola delle violazioni viste in questi mesi sarebbe costata il posto ai suoi predecessori. Lo spionaggio elettorale di Richard Nixon, oggi, verrebbe liquidato con un’alzata collettiva di spalle. La mancata promessa che costò la rielezione a George Bush Sr — disse che non avrebbe aumentato le imposte, poi lo fece — passerebbe inosservata. Per non parlare dell’autoindulgenza sessuale di Bill Clinton: oggi il protagonista se ne vanterebbe su Tik Tok. L’elenco delle forzature trumpiane è impressionante, e andrebbe aggiornato ogni poche ore.
Tre giorni fa il New Yorker si è chiesto, bruscamente: «Quanti soldi si mette in tasca Donald Trump con la presidenza?». Fra criptovalute, affari immobiliari, affari con gli Stati del Golfo, regali (il jumbo jet dell’Emiro del Qatar!), commercio di prodotti Maga, patteggiamenti di società timorose di ritorsioni (Meta, Amazon, Disney, Paramount) e altro ancora, si stima che, da questo secondo mandato, Trump trarrà profitti per 3,4 miliardi di dollari. I dettagli, tuttavia, non li conosceremo mai. Perché, come ricorda Massimo Gaggi sul Corriere, «l’imprenditore entrato in politica per portare trasparenza, ha sempre rifiutato di pubblicare la dichiarazione dei redditi, come invece hanno fatto tutti i suoi predecessori».
Nessuno riesce a controllare Trump: fa quello che vuole, quando vuole, come vuole, dove vuole. La decisione di assumere il controllo di Washington Dc è inquietante, la motivazione — troppa violenza — pretestuosa: trent’anni fa il numero di omicidi in città era doppio, rispetto ad oggi. La scelta di farcire l’amministrazione di fedelissimi senza competenze specifiche — ventitré vengono da Fox News! — dimostra qual è la priorità: niente critiche, niente obiezioni, solo obbedienza. Ci sono giornate in cui la cronaca politica americana sembra uscire da un serie televisiva. Ma nessuno degli spregiudicati sceneggiatori di House of Cards poteva immaginare ciò che è poi accaduto.
Oggi tutto sembra possibile, niente sorprende. Quanti elettori capiscono che la democrazia Usa è a rischio? Una minoranza, neppure così grande. Gli altri, come sonnambuli, camminano verso l’ignoto. Il Grande Partito dell’Indifferenza è vicino alla maggioranza assoluta. Quando l’avrà conquistata, basteranno pochi personaggi, abili e motivati, per portare gli Stati Uniti verso nuove forme di governo. Quali, non sappiamo. E, forse, non vogliamo neppure saperlo.

 

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