Un natale senza la Nascita

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Un natale senza la Nascita

Sembra che, ad ogni anno che passa da quel Giorno di quell’Anno in cui Gesù, figlio di una giovane donna di Nazaret, ha aperto gli occhi, adagiato in una comune mangiatoia dei dintorni di Betlemme, quella Nascita perda via via qualcosa del suo Mistero per rivestirsi di qualcosa di troppo mai troppo, come se la nudità di un esserino che inizia a prendere visibilmente una forma umana possa creare qualche disagio a quel falso pudore che si compiace, per proteggersi, di fasce decorative.
Ma quel Bimbo, sempre più lontano, resta sullo sfondo, come un richiamo convenzionale: una sorta di giustificazione psicologica del nostro “far natale” nel modo più grottesco, tra laicità invasiva e religiosità rituale.
Il “santo natale” è solo il suono/parola di qualche canzonetta che accompagna fedeli e non fedeli agli acquisti/regali più frenetici, o alle tradizionali ricorrenze di cene e spettacoli che si consumano nella brevità di uno stare insieme, che sembra un abbozzo di sorriso già spento sul nascere.
Una droga il natale? Forse peggio.
Un susseguirsi di forti emozioni che si collegano tra loro, ma unite solo dalla futilità di un breve raggio di sole? Qualcosa di simile.
Una specie di orgasmo che si prolunga fino alla vigilia natalizia? L’immagine, un po’ eccessiva per le pie donnette, potrebbe rendere bene l’idea.
Come, allora, difenderci da tutto un contesto di condizionamenti, tali da coprire in una dissacrazione irruente anche quelle timide esigenze interiori che vorrebbero parlare di quel Mistero che è rimasto “altro”? Chiariamo. Dire che il Mistero della Nascita sia “altro” dal natale cosificato sarebbe già l’inizio di un cammino di conversione. Il problema è che il natale laico più dissacrante ha coinvolto anche l’Altro divino, fagocitandolo così tanto da scioglierlo nella consumazione più vorace.
I Mistici userebbero un altro linguaggio, ma nessuno oramai ci fa più caso, visto che anche la Chiesa si barcamena tra un falso misticismo di sapore ritualmente religioso e un più o meno tacito assenso alle mostruosità paganeggianti.
Come credenti non ne usciremo, se non con un taglio radicale, che però ci fa paura per il dolore che subiremo.
Oramai sembra impossibile anche a Dio restituirci il Natale di quel Giorno di quell’Anno in cui Egli ha deciso di nascere Uomo sulla terra. Ma è proprio di questa Nascita terrena che abbiamo un vero bisogno?
E qui la Mistica può osare quel passaggio dall’esteriorità all’interiorità che ha messo in crisi la religione, la quale, per difendersi, non ha trovato di meglio che condannare i Mistici come negatori dell’evidenza storica.
Il Cristo storico non mi interessa se non relativamente: relativamente al Cristo della fede o al Cristo mistico.
La Nascita storica di Gesù mi interessa, ma solo relativamente: relativamente alla Nascita del Divino nel mio essere interiore.
Ma non abbiamo ancora capito che anche del Cristo storico è rimasto una oscena pseudo nascita tra i bagordi di una società, pancia e solo pancia.
17 dicembre 2016
EDITORIALI DI DON GIORGIO 1
EDITORIALI DI DON GIORGIO 2

1 Commento

  1. Luigi ha detto:

    “Nella contemplazione del mistero natalizio, come del resto in tutti i misteri della fede, il nostro spirito deve essere ansioso non di raggiungere dei commossi stati d’animo, ma quelle conoscenze offerte a noi per liberare l’atto religioso da ogni accondiscendenza pietistica e devozionale e giungere al compimento, con dignità, del nostro culto liturgico e sacrificale. Il quale non sarà più un’azione in mezzo ad altre attività, ma sarà l’azione che ricompone ogni espressione di vita nella realtà del sacro.” G. Vannucci. Da quando sono riuscito a liberarmi dalle devozioni e dai pietismi ho cominciato a contemplare il mistero del Natale. C’è un inno di D. Turoldo che se a Roma allora lo avessero capito, lo avrebbero “bruciato vivo”. E’ l’inno alla Madre di Dio: “La tua prima parola, Maria, ti chiediamo di accogliere in cuore: come sia possibile ancora concepire pur noi il suo Verbo. …” Per sua fortuna a Roma allora non capivano i poeti.

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