Omelie 2026 di don Giorgio: SECONDA DOPO L’EPIFANIA

18 gennaio 2026: SECONDA DOPO L’EPIFANIA
Nm 20,2.6-13; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11
Vorrei soffermarmi stavolta sul secondo brano della Messa, che fa parte dell’ottavo capitolo della Lettera che l’apostolo Paolo ha scritto ai cristiani di Roma. Premetto subito che non è del tutto facile comprendere i testi di san Paolo, il quale talora usa un linguaggio giuridico, tipicamente semitico, attingendo anche al mondo forense (pensate alla parola “giustificazione”). Tuttavia, ci sono brani più comprensibili, che meriterebbero una particolare attenzione.
Paolo ha scritto numerose lettere, tra cui quella indirizzata ai cristiani di Roma, con lo scopo di preparare la sua visita nella capitale dell’Impero. Una comunità di credenti, dunque, che non era sorta dalla attività missionaria dell’Apostolo o dei suoi discepoli.
In questa lettera egli presenta se stesso, per difendersi dalle calunnie e dai dubbi sul suo apostolato che erano arrivati a Roma; inoltre, Paolo chiarisce, in una forma organica, il contenuto del Vangelo che annunzia dappertutto, ossia, la lieta notizia che Dio Padre, grazie alla morte e risurrezione di Gesù e al dono dello Spirito Santo, ha usato misericordia a tutta l’umanità. Gesù, morto e risorto, è il primo della nuova umanità dei salvati per grazia, senza esclusione di razza, cultura, religione, sesso.
Il tema principale della lettera ai Romani risponde, infatti, alla domanda fondamentale che toccava il mondo giudaico e pagano: «Qual è la giusta posizione davanti a Dio per meritarci la salvezza?». Per il mondo giudaico era l’osservanza della Legge, e si voleva che l’osservassero anche i cristiani che provenivano dal paganesimo. Paolo risponde che la posizione giusta, gradita a Dio, è la relazione di fede. Il rapporto del credente con Dio non si basa sulle opere cosiddette “giuste” e sulla loro quantità, ma su quello che Dio in Cristo ha fatto per il credente. Tema fondamentale della Lettera ai Romani è la “giustificazione” per fede, nel senso che siamo resi giusti, cioè assolti da Dio per la sua grazia, non per l’impegno morale umano. Solo per amore Dio regala Se stesso a chi l’accoglie con fede.
Ed ecco la domanda: la legge che mi impone di non fare una certa cosa per evitare di peccare a che cosa serve allora? Serve solo casomai a farmi capire che esiste il male in noi, ma in realtà non ci aiuta a evitarlo.
In altre parole, Paolo dice che la legge – parlava di quella mosaica ma il discorso andrebbe allargato a qualsiasi legge – mi fa capire che esiste il male da evitare, ma non va oltre. E in me, dice l’apostolo, allora cosa succede? Sento che devo obbedire alla legge, ma il male mi trascina verso di lui, per cui faccio ciò il male anche se non lo vorrei fare.
A questo punto Paolo fa entrare in scena la legge dello Spirito. È solo lo Spirito di Dio che ci dà la forza di superare quel male verso cui siamo attratti. L’uomo non si libera dal peccato con l’ausilio della legge, strada illusoria, ma solo con la fede in Cristo e il dono dello Spirito.
Il concetto di legge può essere ampio: può significare qualsiasi elemento a cui l’uomo, incapace di affidarsi unicamente a Cristo, si appoggia in cerca di salvezza. Questa tentazione di fare da sé, non è solo del pagano o del miscredente o dell’ateo, ma anche del credente. La severa osservanza dei comandamenti e delle prescrizioni ne può essere una manifestazione. È sempre un movimento dal basso verso l’alto: l’uomo che vuole salire a Dio. La salvezza è invece un movimento dall’alto al basso: la grazia.
La grazia non è semplicemente un aiuto della potenza e della bontà divina che giunge, per così dire, dall’esterno rendendo l’uomo finalmente capace di osservare una legge altrimenti impossibile. La grazia salta la legge, fa a meno della legge, che è di per sé impotente per natura. La grazia è lo Spirito di Dio che rinnova l’essere dell’uomo, capovolgendo la direzione del suo dinamismo e dei suoi desideri: non più la ricerca di sé (la carne), ma l’affidarsi a Dio (la fede); non più l’egoismo, ma l’amore di Dio che ci invade come il Bene assoluto.
Torna sempre ciò che i grandi Mistici medievali chiamavano il distacco: è fondamentale perché la grazia occupi il nostro essere quando però si è liberato per aver eliminato l’egoismo, o “amor sui”, amore di sé, come dicevano i Mistici, quell’amore di appropriazione per cui tutto è proprietà dell’ego, che più si appropria di cose più toglie alla Grazia la possibilità di occupare il nostro spirito.
Ed ecco la domanda: si tratta soltanto di libertà dalla legge? No, Paolo parla di un cambiamento radicale del nostro rapporto con Dio. Scrive: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da figli adottivi per il quale gridiamo: Abbà, Padre». Dunque, non più schiavi, ma figli. E si è figli solo nello Spirito Santo, l’unico a garantirci la libertà da qualsiasi condizionamento. Ogni struttura – la stessa società civile volere o no è una struttura, così ogni forma di religiosità (pensate ai Movimenti ecclesiali) – crea un legame che ci rende schiavi della stessa struttura che magari si presenta come una possibilità di salvezza, ma tutti dovrebbero vedere i rischi in cui cadono coloro che vi aderiscono.
Infine, Paolo ci parla di tre “gemiti”, e il richiamo del gemito è accompagnato dal ricordo delle doglie del parto. Tutto il brano ha, infatti, un respiro di speranza, di vita e di rigenerazione, non certo di morte. Paolo, per indicare il verbo “gemere”, usa il verbo greco “stenàzo”. Nella tragedia greca il verbo esprime lo stato d’animo di chi soccombe alla sventura e non vede alcuna via d’uscita dal proprio destino. Si tratta di un gemito reale, comprensibile, ma sterile e inutile. Non è questo il significato nel testo di Paolo.
Il verbo “stenazo” (gemere) scandisce l’intero brano di Paolo ed è riferito a tutti e tre i protagonisti: l’intera creazione (“Tutta la creazione geme e soffre”). Essa è stata creata splendida dalla potenza di Dio, ma rivela il dramma dell’essere stata deturpata, sporcata e corrosa dalla nostra noncuranza e dal nostro sfruttamento, sottomessa alla corruzione dell’inquinamento e della guerra. Poi, c’è il gemito degli stessi cristiani, che pure possiedono le primizie dello Spirito (“gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli”). Infine, perfino lo Spirito geme (“intercede con insistenza per noi con gemiti indicibili”).
Notiamo una cosa. Sia la creazione che i cristiani “attendono”. Che significa questa attesa? Tutte le creature, compresi i credenti, sperimentano una incompiutezza, ovvero di avere limiti, di essere precari, ma questo, nella visione cristiana, si trasforma in un anelito che va oltre la situazione presente. L’incompiutezza che da molti è letta come limite invalicabile e, alla fine, come un non-senso, diventa per il credente il segno della propria grandezza, che è di essere fatti per Dio. I credenti gemono non perché li incalzi una minaccia, ma perché ancora non sono in possesso di ciò che attendono e sono impazienti di raggiungerlo già in questa vita. Non è un bene materiale o qualche soddisfazione spirituale del tutto personale: il cristiano geme perché sta partorendo una rinascita del tutto divina.

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