Le strutture sono strumenti, non ideali o miti eterni

palazzina ars

di don Giorgio De Capitani
Ho seguito con interesse il vivace scambio di lettere tra Dario Colombo e un certo Silvio Pellico, lo pseudonimo di un cittadino della Valletta (così si presume, vista la sua vasta conoscenza della zona). Il tema: l’abbattimento della palazzina, che fino a qualche giorno fa si trovava di fianco al campo di calcio, gestito dall’Ars Rovagnate.
Da una parte c’è un nostalgico non tanto dei tempi di don Piero (nella sua ultima lettera specifica che era un ragazzo di don Alfonso), quanto dello “spirito” del prete diventato poi un mito; e dall’altra parte, una voce abbastanza critica, che rivela però di sapere tante cose, che fanno riflettere.
Da una parte, uno che sembra quasi confondere lo “spirito” con le strutture, come se le opere murarie dovessero resistere al tempo; dall’altra, uno che vorrebbe che le strutture oramai logore di don Piero si mettessero da parte, per lasciare il posto ad una nuova pastorale. Come dire: Bravo don Piero, ai tuoi tempi sei stato antesignano in tante cose, ora però i tempi sono diversi, ammireremo sempre il tuo spirito e ne terremo conto, ma le cose sono cose, le strutture sono strutture, non c’è più tempo per le nostalgie, per i ricordi, bisogna guardare avanti…
È arrivato il momento propizio per cambiare marcia. Rovagnatesi, non pensate che si sia perso troppo tempo e che occorra mettere mano ad una nuova ristrutturazione della comunità parrocchiale, anche nelle sue strutture materiali?
Silvio Pellico parlava della ex casa don Piero, quasi un rudere che sta per crollare. Mi ricordo ciò che voleva farne don Eugenio, poi il progetto venne bocciato dalla curia. Per fortuna, aggiungo io. Che farne ora? Le proposte potrebbero essere tante, ma forse bisognerebbe pensare o all’abbattimento della casa o a una sua messa in vendita (il ricavato potrebbe essere utile per altre iniziative).
Silvio Pellico parlava anche della Casa Alpina a Santa Caterina. Ciò che ha scritto sulla sua gestione nel passato non sono solo supposizioni o per sentito dire. Purtroppo, è la realtà. Oggi la Casa non è più idonea pastoralmente parlando. Anche qui l’unica soluzione sarebbe la vendita.
Silvio Pellico non ha parlato dell’attuale scuola materna, gestita da un’associazione di ispirazione cattolica. Già ai tempi di don Eugenio, quando le cose andavano bene perché gli iscritti erano numerosi, sostenevo che andava chiusa, per lasciare al Comune la possibilità di aprirne una pubblica. Perché chiedevo la sua chiusura? Non solo per i costi maggiori in confronto a quelli delle scuole pubbliche, ma per un principio costituzionale: un’unica scuola confessionale in un paese non permette ai cittadini di scegliere. Ciò è anticostituzionale! E se sostengo questo principio, è perché, anni fa, nel 1983, quando ero parroco di Balbiano e Colturano (due piccoli paesi vicino a Melegnano), l’ho pagata cara sostenendo le stesse cose: c’era un Asilo parrocchiale, con un forte passivo, in un paese in prevalenza comunista. Ho fatto di tutto per darlo al Comune, ma la Curia si è opposta, tanto che me ne sono andato. (Colmo dei colmi: pochi giorni dopo la mia partenza, l’Asilo fu dato al Comune!).
Torniamo all’oggi. La gente, soprattutto per la crisi economica ancora in atto, fa due conti, e ragiona: perché devo mandare mio figlio/a all’Asilo di Rovagnate, quando a Perego costa di meno? Come al solito, i principi vengono messi da parte, quando ci sono di mezzo i costi economici. La gente se ne frega sinceramente della Costituzione, pensa a far quadrare i bilanci familiari. E allora è pronta al grande salto: dalla scuola privata alla scuola pubblica! Il problema comunque rimane: arrivare sempre fuori tempo, quando l’emergenza ti spinge a lasciare tutto ciò che prima era quasi intoccabile. Ma se si avesse pensato già anni fa al passaggio, oggi saremmo qui con l’acqua alla gola? Ma sono convinto che si aspetterà fino all’ultimo: la chiusura mentale è veramente paradossale!
Un particolare: tornando a don Piero, nessuno ha mai riflettuto sul fatto che al mitico prete è stata intitolata la Scuola media “statale”, e non l’Asilo “parrocchiale”? So già la risposta, ma intendo dire che forse a don Piero non dava fastidio che il suo nome venisse posto su una struttura pubblica. O no?
Caro signor Dario, capisco le tue emozioni davanti al crollo di una palazzina, che è stata la sede di ragazzi e di giovani animati da grande entusiasmo sportivo, e non solo sportivo. Capisco che qualcuno a Rovagnate arriccerà il naso per quanto è stato scritto sull’ex casa don Piero, sulla casa Alpina, sull’Asilo parrocchiale. Ma perché aspettare che tutto crolli?
E poi, lo dico con tutta sincerità, senza voler far polemica e tanto meno per invidia, lo spirito di don Piero continua solo se sapremo capire i segni dei nuovi tempi. Se il mito diventa esaltazione fine a se stessa, tanto più che oramai è solo un chiodo fisso di pochi anziani (i giovani non sanno nemmeno chi è!), questo non dà onore nemmeno a don Piero.
Caro signor Dario, sai qual è la mia amarezza? A parte l’attaccamento per me enfatico nei riguardi di don Piero da parte di alcuni, sempre più pochi, la mia rabbia sta nel constatare che la parrocchia di Rovagnate, con il passare del tempo dopo don Piero, si è via via sempre più chiusa, pastoralmente parlando. In questi ultimi anni mi chiedevo: a che cosa è servito don Piero? Sì, gestivano le sue strutture, ma in che modo? Lo spirito rivoluzionario di don Piero dov’era? Ma chi ha colto la sua profezia? Chi? Non parlo naturalmente dei preti che in questi anni si sono avvicendati, ma parlo della popolazione di Rovagnate. Cavoli! Non ho mai colto un frutto di don Piero. Mi chiedevo: è vero che il seme, come dice il Vangelo, deve prima marcire, ma fino a quando durerà il marcimento?
Silvio Pellico accennava “al prete di Monte”. Ma vi rendete conto ciò che quel prete di Monte ha patito anche a causa di una chiusura mentale e pastorale delle parrocchie vicine? Chi ha contestato le signore di Monte, in quella domenica in cui avevano deciso di alzare la loro proposta per il mio allontanamento? Alcuni parrocchiani di Rovagnate! Lo spirito di don Piero era forse in loro? 
  
Certo, non è vero che tutta Rovagnate è stata contraria alle mie idee: le Messe erano frequentate anche da fedeli di Rovagnate. Ma non ho visto un’apertura tale da incidere sulla stessa Comunità pastorale. Si continua con le solite iniziative, con le solite proposte, con il solito schema, con la solita visuale di fede, senza un benché minimo tentativo di apertura al sociale, all’umano, al nuovo che avanza. I Consigli pastorali sono piatti, incolori, inodori. Tutto procede con il solito ritmo del fare qualcosa, cercando di riempire qualche buco, di proporre sì qualcosa di diverso: ma di quale genere?
Caro signor Dario, le strutture sono importanti, anche perché possono essere un segno dello spirito di chi le ha costruite, ma basta poco: qualche opportunista sfruttatore, e lo spirito ne soffre, e allora che fare? Liberiamo lo spirito dalla struttura, e lasciamolo andare. Chissà, magari tornerà a far sentire la sua voce nelle nuove strutture, purché queste siano al servizio del Vangelo autentico o, se si tratta di servizi pubblici, di un autentico Umanesimo.
NOTABENE.
Quando Silvio Pellico parla di un linguaggio un po’ troppo ermetico di don Piero, che si rivelava non solo nelle sue omelie, ma anche nei suoi scritti, ho pensato subito al libro “Nostalgia del paradiso”, di cui ho scritto la Prefazione. So per certo che chi ha raccolto i pensieri di don Piero per farne poi un libro, ha avuto enormi difficoltà: come renderli accessibili al pubblico, diciamo alla gente comune? Sono sincero: anch’io, leggendo il libro, ho fatto fatica a coglierne sempre il senso e la profondità. Forse, se dovessi riscrivere il libro, anzitutto leggerei con attenzione la fonte da cui sono stati tratti i pensieri, e poi li renderei più comunicativi, anche con il rischio di tradire il pensiero di don Piero.
Ultima annotazione. Don Piero, per chi non lo sapesse, per rimanere a Rovagnate ha avuto anche l’incarico di vicario della parrocchia di Perego. Ma forse quelli di Perego lo hanno visto solo con il lanternino. Rovagnate l’ha fagocitato, anche troppo, se è vero che, come racconta qualche testimone, è stato più volte consigliato male, usato male, interpretato male. Per fortuna, aveva un parroco che si chiamava don Gaspare che, nonostante fosse su posizioni più antiche, lo ha sempre protetto come un padre.
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Riporto lo scambio delle lettere tra Dario Colombo e Silvio Pellico, su Merateonline.
da Merateonline
7 agosto 2014
Rovagnate
Ieri sera, al ritorno dal lavoro, all’altezza del n. 36 di via Statale a Rovagnate ho rivolto lo sguardo, come faccio sempre, allo Stadio Idealità dell’A.R.S. ed ho avuto un tuffo al cuore vedendo, anzi NON vedendo la “palazzina del Campo”: al suo posto un cumulo di macerie.
M’è venuto un magone e non ho trattenuto la lacrima…
Lì, su quel “campo” e in quei locali, e, prima ancora, nella realizzazione di quest’Opera, è nato lo Spirito e il Modo d’Essere e di Fare della Rovagnate che dagli anni ‘50 ad oggi ha espresso il meglio nella disponibilità, gratuità, servizio agli altri, gusto del bello, che animava il gruppo di giovani e meno giovani, guidati da un Prete lungimirante e coraggioso come era don Piero Pointinger.
Per la verità in po’ di quel “sacro Fuoco” sembra essersi assopito all’interno della comunità rovagnatese… la speranza che la nuova struttura “del Campo” serva a risvegliare il fuoco che, speriamo, cova ancora sotto la cenere.
con nostalgia
Dario Colombo
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da Merateonline

8 agosto 2014

In risposta a Dario Colombo
Ho letto la lettera che Dario Colombo ha scritto a Merateonline sulla demolizione della “Palazzina del Campo” dello Stadio Idealità di Rovagnate, fatta costruire ai tempi di don Piero, su ispirazione dello stesso prete, diventato poi un mito (poco importa se poi ad accendere tale mito siano stati magari gli stessi che, quando era vivo, lo avevano contestato).
Comprendo la reazione emotiva di fronte alla demolizione. Ma non credo che lo “spirito” si estingua con la demolizione di un fabbricato che non sta più in piedi. Lo stesso si dica della eventuale vendita dell’ex casa don Piero o della casa Alpina di Santa Caterina.
I tempi passano, caro signor Dario, e bisogna adattarsi, senza naturalmente perdere di vista i valori insegnati da don Piero. Sono questi che contano, e non le costruzioni materiali. Se oggi fosse qui don Piero, farebbe lo stesso. Si adatterebbe ai tempi nuovi. Non bisogna vivere di nostalgia, anche perché “i giovani di don Piero”, ora anziani, stanno scomparendo, e le nuove generazioni hanno bisogno di educatori che sappiano capire i “segni dei tempi”.
Purtroppo, a Rovagnate e nelle zone limitrofe, attualmente i preti fanno quello che possono, senza “cacciarsela” più di tanto: sopravvivono, senza inventare qualcosa di nuovo, adattando la parrocchia alle loro esigenze e alle poche risorse che ci sono. E così non si decolla, si vegeta, con il rischio reale che tutto “vada a puttane”. Fede e valori.
Silvio Pellico
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da Merateonline

10 agosto 2014

Gentil sig. “Silvio Pellico”,
in risposta alla sua risposta avrei due argomenti da chiarire.
Il primo, non troppo importante, riguarda il suo identificativo, se questo è il suo vero nome va bene, se invece, come credo, non lo è, penso abbia scelto uno pseudonimo di copertura poco adatto perché il vero Sig. Silvio Pellico le sue idee non le ha nascoste dietro paraventi di nomi falsi, ma ha pagato duramente ogni suo pensiero e azione.
Riguardo all’argomento della mia lettera voglio specificare che non ho scritto di essere contro l’abbattimento della palazzina, ho solo espresso un mio personale stato d’animo trovandomi inaspettatamente davanti il mucchio di detriti.
La mia amarezza è data dal fatto che questa situazione poteva essere gestita in altro modo, rendendo partecipi dell’avvenimento i protagonisti dei primi anni di vita dell’ARS Rovagnate.
Ho mandato anche un’altra lettera alla redazione (che non ho visto pubblicata) riferita al video dell’abbattimento, o meglio alla parte sonora del video, che mi è sembrata poco consona alla severità del momento, dopotutto sessant’anni di ricordi, fatiche, speranze, sentimenti finivano, volenti o nolenti, sotto quei calcinacci!
Sono certamente d’accordo che i tempi cambiano e le esigenze di sicurezza, praticità, igiene, modernità e quant’altro devo essere soddisfatte usando però, forse, un po’ più di tatto.
Per quanto riguarda don Piero non mi azzarderei a dire cosa avrebbe o non avrebbe fatto oggi perché una mente così aperta e così “avanti” è difficilmente prevedibile.
L’argomento, poco noto e poco discusso, della vendita di case, montane o paesane, indica forse che la “mascherina” non sia del tutto estranea ai “giochi di potere” della Valletta…
dario colombo, alias Melchiorre Gioia
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da Merateonline

11 agosto 2014

Seconda risposta a Dario Colombo
Leggendo la risposta del signor Dario Colombo mi è venuto un misto di angoscia e di ribellione, al pensiero di quanto si possa congetturare su un nome volutamente scelto (non a caso), per mille ragioni che la redazione conosce. Se Lei sapesse chi sta dietro allo pseudo-nome, forse distruggerebbe subito la sua lettera, o la farebbe sparire tra le ceneri. Nella Valletta non c’è forse uno che l’abbia pagata cara quanto il sottoscritto, che abbia combattuto quanto lui i poteri forti, che abbia fatto di tutto per risvegliare le coscienze assopite, e che, conoscendo di persona don Piero, abbia cercato di cogliere il suo pensiero, nella sua essenzialità: leggere oggi i suoi scritti e capirli è roba da amanti dell’ermetismo, e non credo che i “suoi” giovani li abbiano letti e capiti fino in fondo, al di là di quanto il prete tanto venerato oggi, e poco apprezzato allora, ha fatto in opere murarie. E poi, signor Dario, il mio precedente intervento è stato corretto e non offensivo.
Cavoli! Lei, si contraddice quando scrive che non è contro l’abbattimento della palazzina, e poi di nuovo si mette a piangerci sopra, come se la palazzina in quanto tale racchiudesse chissà quale segreto o mistero o profezia o un nuovo vangelo! Non saprei quali emozioni avrebbe suscitato il video, che Merateonline non ha pubblicato: “la parte sonora del video” “mi è sembrata poco consona alla severità del momento”. Che cosa dovevamo ascoltare: le sghignazzate degli spiritelli cattivi? E poi, Lei desiderava che venissero resi partecipi dell’avvenimento i protagonisti dei primi anni di vita dell’ARS Rovagnate. A chi toccava? Al Comune o agli attuali dirigenti? Da tempo si sapeva che la palazzina doveva essere abbattuta, o no? E perché ora farne una tragedia?
Il problema è un altro, signor Dario. Voi, vecchi amici di don Piero, vi siete fermati ai puri ricordi e alla nostalgia di qualcosa che fu. Piangete sulle rovine di edifici materiali e non avete fatto nulla o quasi perché lo spirito di don Piero continuasse a rivivere. In questi ultimi anni in particolare, è capitato di tutto nella Valletta tra le varie parrocchie. Abbiamo tutti assistito al degrado pastorale. E, a iniziare da quelli di Rovagnate, non c’è forse stato una specie di denigrazione continua, anche subdola, nei confronti del prete di Monte, che aveva cercato – mettiamola così – di continuare lo spirito di don Piero? Certo, sotto altre angolature, secondo i tempi moderni. Come si può continuare a tenersi strette le strutture oramai vecchie e decadenti di don Pietro, e nello stesso tempo boicottare una nuova pastorale, che va al di là delle strutture materiali, per incidere maggiormente nella coscienza delle persone?
Ma, cavoli!, non vogliamo proprio capire che oggi è un altro mondo, che bisogna perciò andare avanti, guardando oltre il passato, quel passato che non sta certo nelle strutture fisiche, ma casomai nella profezia di chi, anni fa, aveva anticipato i tempi, sorprendendo i rovagnatesi stessi, tanto che di don Piero hanno colto più il corpo che l’anima.
Se quando lui parlava nessuno lo capiva, quale è stata la sua profezia? Racchiusa in quelle tre o quattro iniziative che ha proposto, e che, con l’andar del tempo, sono state tradite nel peggiore dei modi?
Certo, don Piero non è morto, ma voi avete fatto di tutto per farlo morire, e lo fate di nuovo morire piangendo su dei ruderi che non stanno più in piedi. Non è forse un rudere l’ex casa don Piero? Non è forse inagibile o per lo meno inadatta alle nuove esigenze pastorali la Casa Alpina, finita nelle mani, tempo fa, anche di chi l’ha sfruttata per i propri comodi? D’altronde, l’ingenuità di don Pietro era già stata manipolata, quando era in vita. Non sarebbe ora di aprire il coperchio del mito? Scopriremmo che le intenzioni dei soliti capoccia erano tutt’altro che cristalline.
E qui finisco la polemica, ma non senza prima elevare un po’ lo sguardo, con un certo ottimismo. Credo che le cose cambieranno anche nella Valletta. Credo che la futura fusione dei due Comuni di Rovagnate e Perego porterà un nuovo progresso. Credo che si arriverà, col sacrificio di tanti, anche e soprattutto di quei preti che ci hanno lasciato l’anima, oltre che la vita, a togliere la gente dal proprio guscio o dal proprio orticello, anche per il bene di quei giovani di oggi, che del passato sanno poco e che purtroppo del presente vivono solo per quel tanto che torna loro comodo. Che ascoltino almeno i profeti di oggi! A che serve costruire poi monumenti in loro onore?
Silvio Pellico 
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da Merateonline
11 agosto 2014
Ancora sull’abbattimento all’ars
Dal link inserito nel vostro articolo ho visto il filmato della’abbattimento della palazzina dell’Ars Rovagnate e un paio di cose mi hanno colpito. Primo, l’audio. Il commento in sottofondo suona un po’ “leggerino” e per quanti hanno dato l’anima per realizzare quell’opera potrebbe apparire quasi offensivo: “cadi, vai … È la casa non c’ė più (con risolini)…meno male…olė ” sono commenti non adatti ad un avvenimento che cancella in pochi attimi sessanta anni di storia. Secondo. Si sarebbe dovuto abbattere la palazzina con la presenza dei protagonisti di quei lontani giorni e filmare TUTTO l’avvenimento, senza commenti, per conservarlo nella memoria dei rovagnatesi. con tristezza
Dario C.
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da Merateonline

16 agosto 2014

a Silvio Pellico -seconda alla seconda-
sig. Silvio Pellico,
ho avuto modo di leggere la sua seconda risposta , ma non ho avuto modo di rispondere prima per via di problemi di connessione, ora sembra funzionare, spero.
Non ho interesse o problemi di alcun genere per il suo anonimato, infatti ho anche detto nella prima risposta, che non era un fattore importante; sta di fatto però che infastidisce leggere critiche o proposte, magari anche interessanti, non sapendo da che parte arrivano, potrebbe anche essere che pubblicamente esponga tesi completamente diverse, o ti trovi a polemizzare con una persona che incontri quotidianamente e sei perciò in svantaggio dialettico.
Comunque tornando al tema, (tra l’altro non mi sembra di aver affermato o fatto intendere di essere stato offeso nella sua prima risposta), non mi sembra difficile da capire, ripeto, il mio intervento riguardava una mia sensazione, non c’è nessuna contraddizione nell’avere un certo stato d’animo rispetto ad un evento che si sa da tempo che deve avvenire e quando accade ti coglie comunque impreparato. Capita anche riguardo alle persone care con malattie incurabili: sai che la fine è in arrivo, ma quando arriva l’ora sei sempre impreparato.
La mia polemica, per l’ultima volta, era riservata al modo in cui è stata gestito l’abbattimento della palazzina, anche se ho avuto, in questi giorni, la conferma che l’ARS ha mandato comunicazioni alle persone interessate e ha affisso locandine in paese, anche se personalmente non ne ho viste, e questo mi rende un po’ meno arrabbiato.
Non capisco poi perché ha tirato in ballo il comune, cosa cavolo centra il Comune in questa faccenda…
Nel mio primo intervento facevo anche riferimento ad un appannamento dello Spirito di don Piero che corrisponde a un momento non brillante della comunità Rovagnatese e anch’io spero che la vicina consultazione popolare per l’unificazione dei comuni di Perego e Rovagnate serva a far rivivere tutte le qualità e possibilità del nostro territorio e della sua gente.
Certo che i tempi cambiano, ma la storia umana funziona sempre nella stessa maniera: lo spirito crea e propone idee che vengono realizzate materialmente, senza la spinta, la comprensione e la condivisione delle idee di don Piero tutto il lavoro fatto in quegli anni e oltre, e non solo opere murarie, non sarebbe stato possibile.
Il resto delle accuse, un po’ pesanti, rivolte agli amici di don Piero (a proposito, io, solo per età, non posso essere del gruppo, sono uno dei ragazzi di don Alfonso) presenti nella sua seconda risposta, le lascio alla sua responsabilità….
Per chiudere, non capisco la sua frase Se Lei sapesse chi sta dietro allo pseudo-nome, forse distruggerebbe subito la sua lettera, o la farebbe sparire tra le ceneri. perché mai? Quello che ho scritto, siccome non offende nessuno, è valido per Silvio Pellico come per qualsiasi altra persona conosciuta o no.
cordiali saluti e buone vacanze
dario colombo (senza alias)
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da Merateonline
18 agosto 2014
Al signor Dario Colombo (senza alias)
Non voglio continuare la polemica. Certe problematiche andrebbero trattate in un contesto più ampio. Comunque, se vogliamo veramente il progresso dei nostri paesi, bisognerebbe sfasciarsi un po’ la testa e pensare seriamente ad un nuova pastorale d’insieme, oltre ad una nuova coraggiosa politica unitaria. Credo che sarà un’impresa difficile in queste zone, dove si fatica ad andare oltre la cultura del pragmatismo festaiolo.
Silvio Pellico

3 Commenti

  1. Ispettore Derrick ha detto:

    Leggendo le mail e l’introduzione sembra proprio che don Giorgio e Silvio Pellico siano la stessa persona! Cavoli!
    Stephan Derrick

  2. GIANNI ha detto:

    Ho letto attentamente i vari interventi.
    All’inizio capendoci poco, lo ammetto, ed equivocando, tanto che pensavo che don Piero fosse don Gelmini…poi ho capito, continuando a leggere, che non si trattava di lui.
    Personalmente, ho una qualche idea su chi sia Silvio Pellico, dati anche certi temi e certe espressioni lingitiche, ma non lo dico per rispettare l’alias.
    Cosa penso io?
    Intanto, va premesso che naturalmente certe vicende sono più comprensibili per chi del posto e, in particolare, per chi conosceva don Piero.
    Direi, comunque, che ci sono almeno due temi di fondo, in cui si articola la dialettica tra Pellico e Colombo.
    Intanto la nostalgia per le cose.
    Devo francamente ammettere che anch’io ho sempre nutrito una certa nostalgia per oggetti personali e ricordi.
    Infatti preferisco sempre perdere soldi che oggetti.
    Questo ovviamente non significa che negli oggetti riviva una situazione, un’ideologia, o altro, se non a livello simbolico.
    Al tempo stesso è chiaro che, se si tratta di edifici, tranne quelli che hanno valore artistico, storico o architettonico, se devono comunque essere distrutti o ristrutturati, ripeto..tranne per gli edifici con particolare valore, la cosa va fatta.
    Ma il vero punto essenziale è il secondo, cioè cosa ha lasciato questo don Piero?
    Ripeto, non lo conosco, ma immagino che, mutatis mutandis, avesse un po’ la stessa concezione di don Giorgio.
    Ora, devo richiamare, a costo di ripetermi,quello che ho sempre detto su questo tema.
    Una confessione è una serie di principi in materia di fede e di morale.
    Fin tanto che si intende innovare qualcosa che non contrasta con i medesimi, la cosa è sicuramente encomiabile, ad esempio su tutti i temi non dogmatici, o su un richiamo al primato dello spirituale sul materiale.
    Viceversa, voler cambiare a tutti i costi i principi della dottrina, a mio avviso,non è tentativo di modernizzazione, ma voler denominare con nome improprio quello che quella confessione non è.
    Credo sia più intellettualmente onesto voler riconoscere che si tratta di altro.
    Ovviamente, non so se quanto dianzi si adegui anche alle posizioni, alle opinioni, di questo don Piero, ma naturalmente, non conoscendole…….

    • Don Giorgio ha detto:

      Si tratta di don Piero Pointinger, che è stato coadiutore (aiutante del Parroco) a Rovagnate e a Perego dal 1948. Nel 1962 si è ammalato, nel tentativo di migliorane le condizioni è stato operato due volte alla testa, nel 1966 ha perso l’uso della parola e il 7 giugno 1967 è morto a Rovagnate.