La democrazia, il divario tra ricchi e poveri, la sinodalità, Elon Musk: cosa ha detto il Papa nella sua prima intervista

Papa Leone XIV parla con Elise Ann Allen di Crux il 30 luglio scorso (Crediti: Crux Photo)

da www.famigliacristiana.it

La democrazia,

il divario tra ricchi e poveri,

la sinodalità, Elon Musk:

cosa ha detto il Papa nella sua prima intervista

14/09/2025 Pubblicati da “Crux” ed “El Comercio” alcuni estratti dell’intervista, la prima da Pontefice, concessa da Leone XIV alla giornalista Elise Ann Allen: «I CEO oggi guadagnano 600 volte di più rispetto al reddito medio dei lavoratori. Il ruolo di Papa è nuovo per me. Sto imparando molto. Mi sento stimolato, non sopraffatto. La sinodalità antidoto alla polarizzazione. Se guardiamo a molti Paesi del mondo di oggi, la democrazia non è necessariamente una soluzione perfetta per tutto»
di Antonio Sanfrancesco
Il ruolo del Papa, i numerosi impegni del ministero, la dimensione pubblica anche di una telefonata, la pace, quella invocata sin dalla prima apparizione dalla Loggia delle Benedizioni, che è «l’unica risposta» in questo mondo segnato da conflitti e «inutili uccisioni«, e l’appello al dialogo, la sinodalità, “antidoto” alle polarizzazioni, il crescente divario tra ricchi e poveri, la doppia “identità” statunitense e peruviana e il tifo durante la Coppa del Mondo. Sono gli argomenti di alcuni estratti, anticipati da El Comercio e da Crux dell’intervista di papa Leone XIV alla giornalista di Crux, Elise Ann Allen, la prima concessa da Pontefice.
Il colloquio – registrato nei mesi scorsi in parte a Castel Gandolfo e in parte nella sua residenza nel Palazzo del Sant’Uffizio, in Vaticano – correda il volume biografico León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI (Leone XIV: cittadino del mondo, missionario del XXI secolo) che sarà pubblicato in spagnolo da Penguin Perú il prossimo 18 settembre. Seguiranno poi le edizioni in lingua inglese e portoghese.
Ecco cosa ha detto il Pontefice in questa intervista.

L’IDENTITÀ LATINOAMERICANA

«Sono ovviamente americano e mi sento molto americano, ma amo anche molto il Perù, il popolo peruviano, che è parte di me. Ho trascorso metà della mia vita ministeriale in Perù, quindi la prospettiva latinoamericana è molto importante per me. Credo che questo traspaia anche dal mio apprezzamento per la vita della Chiesa latinoamericana, che ritengo sia stato significativo sia nel mio rapporto con Papa Francesco, sia nella mia comprensione di alcune delle visioni che Papa Francesco aveva per la Chiesa, sia nel modo in cui possiamo continuare a portarle avanti in termini di una vera visione profetica per la Chiesa di oggi e di domani».

IL TIFO TRA STATI UNITI E PERÙ AL CAMPIONATO MONDIALE

«Probabilmente tiferò il Perù, solo per motivi affettivi. Sono anche un grande fan dell’Italia… Tutti sanno che tifo per i White Sox, ma come papa tifo per tutte le squadre. Anche a casa, sono cresciuto tifando per i White Sox, ma mia madre tifava per i Cubs, quindi non potevi essere uno di quei tifosi che escludono l’altra squadra. Abbiamo imparato, anche nello sport, ad avere un atteggiamento aperto, dialogico, amichevole e non competitivo su cose del genere, perché altrimenti non avremmo avuto la cena!»

IL RUOLO DI PAPA

«Ho ancora molta strada da fare per imparare. Una parte importante di questo percorso mi sembra di averla già affrontata senza troppe difficoltà, ovvero quella pastorale. Anche se sono sorpreso dalla risposta, da quanto continui ad essere grande, dal coinvolgimento di persone di tutte le età… Apprezzo tutti, chiunque essi siano, qualunque cosa portino con sé, e li ascolto. L’aspetto totalmente nuovo di questo lavoro è l’essere catapultato al livello di leader mondiale. È molto pubblico, la gente conosce le conversazioni telefoniche o gli incontri che ho avuto con i capi di Stato di diversi governi, paesi di tutto il mondo, in un momento in cui la voce della Chiesa ha un ruolo significativo da svolgere. Sto imparando molto su come la Santa Sede abbia avuto un ruolo nel mondo diplomatico per molti anni… Queste cose sono tutte nuove per me in senso pratico. Ho seguito l’attualità per molti, molti anni. Ho sempre cercato di tenermi aggiornato sulle notizie, ma il ruolo di papa è certamente nuovo per me. Sto imparando molto e mi sento molto stimolato, ma non sopraffatto. In questo caso ho dovuto tuffarmi molto rapidamente nella parte più profonda della piscina. Essere papa, successore di Pietro, chiamato a confermare gli altri nella loro fede, che è la parte più importante, è anche qualcosa che può avvenire solo per grazia di Dio, non c’è altra spiegazione.
Lo Spirito Santo è l’unico modo per spiegare come sono stato eletto a questo ufficio, a questo ministero. Per la mia fede, per ciò che ho vissuto, per la mia comprensione di Gesù Cristo e del Vangelo, ho detto sì, sono qui. Spero di poter confermare gli altri nella loro fede, perché questo è il ruolo fondamentale che ha il successore di Pietro».

IL POSSIBILE RUOLO DI MEDIAZIONE DEL VATICANO NEL CONFLITTO TRA RUSSIA E UCRAINA

«Farei una distinzione tra la voce della Santa Sede nel sostenere la pace e il ruolo di mediatore, che penso sia molto diverso e non così realistico come il primo. Penso che le persone abbiano ascoltato i diversi appelli che ho lanciato per far sentire la mia voce, la voce dei cristiani e delle persone di buona volontà, dicendo che la pace è l’unica risposta. Dopo anni di inutili uccisioni da entrambe le parti – in quel particolare conflitto, ma anche in altri conflitti – penso che le persone debbano in qualche modo essere risvegliate per dire che c’è un altro modo per risolvere la questione. Pensare al Vaticano come a un mediatore, anche nelle poche occasioni in cui abbiamo offerto di ospitare incontri di negoziazione tra Ucraina e Russia, sia in Vaticano che in altre proprietà della Chiesa, sono ben consapevole delle implicazioni che ciò comporta.
La Santa Sede, dall’inizio della guerra, ha compiuto grandi sforzi per mantenere una posizione che, per quanto difficile possa essere, non sia schierata né da una parte né dall’altra, ma veramente neutrale. Alcune cose che ho detto sono state interpretate in un modo o nell’altro, e va bene così, ma penso che la parte realistica di tutto ciò non sia primaria in questo momento. Credo che diversi attori debbano esercitare una pressione sufficiente affinché le parti in guerra dicano: basta, cerchiamo un altro modo per risolvere le nostre divergenze. Continuiamo a sperare. Credo fermamente che non possiamo mai rinunciare alla speranza. Ho grandi speranze nella natura umana. C’è il lato negativo, ci sono attori cattivi, ci sono le tentazioni.
Da qualsiasi parte e in qualsiasi posizione, si possono trovare motivazioni buone e motivazioni meno buone. Eppure, continuare a incoraggiare le persone a guardare ai valori più alti, ai valori reali, fa la differenza. Si può avere speranza e continuare a spingere e dire alle persone: facciamolo in modo diverso».

I PONTI DA COSTRUIRE A LIVELLO ECCLESIASTICO, POLITICO, SOCIALE E CULTURALE

«Innanzitutto, il modo per costruire ponti è principalmente attraverso il dialogo. Una delle cose che sono riuscito a fare in questi primi due mesi è stata almeno avviare un dialogo, incontrando i leader mondiali delle organizzazioni multinazionali. In teoria, le Nazioni Unite dovrebbero essere il luogo in cui vengono affrontate molte di queste questioni. Purtroppo, sembra essere generalmente riconosciuto che le Nazioni Unite, almeno in questo momento, abbiano perso la loro capacità di riunire le persone su questioni multilaterali.
Molti sostengono che sia necessario ricorrere al dialogo bilaterale per cercare di risolvere le questioni, poiché esistono ostacoli a diversi livelli che impediscono il proseguimento delle attività multilaterali.
Dobbiamo continuare a ricordare a noi stessi il potenziale che l’umanità ha per superare la violenza e l’odio che ci stanno dividendo sempre di più. Viviamo in un’epoca in cui la polarizzazione sembra essere una delle parole del giorno, ma questo non aiuta nessuno. O se aiuta qualcuno, sono pochissimi, mentre tutti gli altri soffrono. Quindi, credo sia importante continuare a sollevare queste questioni».

LA POLARIZZAZIONE

«Una cosa è sicuramente sollevare la questione della polarizzazione e parlarne. Penso che sia molto importante avviare una riflessione più profonda, cercando di capire: perché il mondo è così polarizzato? Cosa sta succedendo? Penso che ci siano molti elementi che hanno portato a questo. Non pretendo di avere tutte le risposte, ma vedo certamente la realtà in alcuni dei risultati.
La crisi del 2020 e la pandemia hanno sicuramente avuto un effetto su tutto questo, ma penso che sia iniziato molto prima… Forse in alcuni luoghi la perdita di un senso più elevato di ciò che è la vita umana avrebbe qualcosa a che fare con questo, che ha influenzato le persone a molti livelli. Il valore della vita umana, della famiglia e il valore della società. Se perdiamo il senso di questi valori, cosa conta più?».

IL DIVARIO CRESCENTE TRA RICCHI E POVERI

«Uno dei fattori che ritengo molto significativo è il divario sempre più ampio tra i livelli di reddito della classe lavoratrice e il denaro che ricevono i più ricchi. Ad esempio, i CEO che 60 anni fa potevano guadagnare da quattro a sei volte di più rispetto ai lavoratori, secondo gli ultimi dati che ho visto, oggi guadagnano 600 volte di più rispetto al reddito medio dei lavoratori. Ieri è stata diffusa la notizia che Elon Musk diventerà il primo trilionario al mondo. Cosa significa e cosa comporta? Se questo è l’unico valore che conta ancora, allora siamo in guai seri…».

LA SINODALITÀ

«La sinodalità è un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere. Parlando della Chiesa oggi, ciò significa che ogni singolo membro della Chiesa ha una voce e un ruolo da svolgere attraverso la preghiera, la riflessione… attraverso un processo.
Ci sono molti modi in cui ciò può avvenire, ma sempre attraverso il dialogo e il rispetto reciproco. Riunire le persone e comprendere quella relazione, quell’interazione, creare opportunità di incontro, è una dimensione importante del modo in cui viviamo la nostra vita come Chiesa. Alcuni si sono sentiti minacciati da questo. A volte i vescovi o i sacerdoti potrebbero pensare che “la sinodalità porterà via la mia autorità”. Non è questo il significato della sinodalità, e forse questa idea di autorità è un po’ sfocata, errata. Penso che la sinodalità sia un modo per descrivere come possiamo unirci ed essere una comunità e cercare la comunione come chiesa, in modo che sia una chiesa il cui obiettivo principale non sia una gerarchia istituzionale, ma piuttosto un senso di “noi insieme”, “la nostra chiesa”. Ogni persona con la propria vocazione, sacerdoti, laici, vescovi, missionari, famiglie. Ognuno con una vocazione specifica che gli è stata data ha un ruolo da svolgere e qualcosa da contribuire, e insieme cerchiamo il modo di crescere e camminare insieme come chiesa. È un atteggiamento che, secondo me, può insegnare molto al mondo di oggi. Poco fa parlavamo di polarizzazione.
Credo che questo sia una sorta di antidoto. Credo che sia un modo per affrontare alcune delle sfide più grandi che abbiamo nel mondo di oggi. Se ascoltiamo il Vangelo, se riflettiamo insieme su di esso e se ci sforziamo di camminare insieme, ascoltandoci l’un l’altro, cercando di scoprire ciò che Dio ci sta dicendo oggi, abbiamo molto da guadagnare».

LA DEMOCRAZIA

«Spero vivamente che il processo sinodale iniziato molto prima dell’ultimo sinodo, almeno in America Latina – ho parlato della mia esperienza lì. Alcune Chiese latinoamericane hanno davvero contribuito alla Chiesa universale – penso che ci sia una grande speranza se riusciremo a continuare a costruire sull’esperienza degli ultimi due anni e a trovare modi per essere Chiesa insieme.
Non per cercare di trasformare la Chiesa in una sorta di governo democratico, perché se guardiamo a molti paesi del mondo oggi, la democrazia non è necessariamente una soluzione perfetta per tutto.
Ma rispettando, comprendendo la vita della Chiesa per quello che è e dicendo: “Dobbiamo farlo insieme”. Penso che questo offra una grande opportunità alla Chiesa e le dia la possibilità di impegnarsi con il resto del mondo. Fin dai tempi del Concilio Vaticano II, penso che questo sia stato significativo, e c’è ancora molto da fare».
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da www.famigliacristiana.it

«Genocidio a Gaza?

La Santa Sede per ora non si pronuncia.

Su donne e Lgbtq

la dottrina della Chiesa non cambia»

18/09/2025 Nel volume “León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI” con il testo integrale dell’intervista concessa da Leone XIV alla giornalista di Crux, Elise Ann Allen: «Negli Stati Uniti stanno accadendo alcune cose che destano preoccupazione», dice il Papa, «la Chiesa continua ad essere aperta a tutti ma il matrimonio è tra uomo e donna. Quella degli abusi del clero è una crisi irrisolta»
di Antonio Sanfrancesco
La questione di Gaza e il genocidio denunciato da più parti, anche all’interno della Chiesa. La dottrina cristiana sulle persone Lgbtq. I rapporti con la Cina. Gli abusi del clero. La politica migratoria degli Stati Uniti, la situazione finanziaria della Santa Sede, l’IA, le fake news.
Sono tanti i temi affrontati da papa Leone XVI nella sua prima intervista, che risale alla fine di luglio scorso, alla giornalista di Crux, Elise Ann Allen, contenuta nel volume, in spagnolo, León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI, in libreria dal 18 settembre per Penguin Perù, e della quale erano stati anticipati alcuni stralci il 14 settembre scorso, nel giorno del 70° compleanno di Prevost.
Ecco cosa ha detto il Papa.

Gaza e il genocidio

«La parola genocidio viene usata sempre più spesso. Ufficialmente, la Santa Sede non ritiene che si possa fare alcuna dichiarazione in merito in questo momento. Esiste una definizione molto tecnica di cosa potrebbe essere il genocidio, ma sempre più persone sollevano la questione, tra cui due gruppi per i diritti umani in Israele che hanno rilasciato questa dichiarazione». L’intervista è stata rilasciata da Leone XIV alla fine di luglio. In queste settimane si sono susseguiti gli appelli, duri e decisi, per chiedere la fine della guerra nella Striscia e di tutelare il popolo palestinese. L’ultimo nell’udienza generale del 17 settembre in cui Leone ha espresso la sua «profonda vicinanza al popolo palestinese a Gaza, che continua a vivere nella paura e a sopravvivere in condizioni inaccettabili, costretto con la forza a spostarsi ancora una volta dalle proprie terre».

Gaza e le pressioni su Israele

«Sulla situazione a Gaza, Israele non risponde neanche agli appelli degli Stati Uniti», dice il Papa, «anche con una certa pressione, non so quanto grande sia stata dietro le quinte, ma anche dagli Stati Uniti, che sono ovviamente la terza parte più importante che può esercitare pressioni su Israele. Nonostante alcune dichiarazioni molto chiare del governo degli Stati Uniti, recentemente del presidente Trump, non c’è stata una risposta chiara in termini di ricerca di modi efficaci per alleviare le sofferenze della popolazione, degli innocenti di Gaza e questo è ovviamente motivo di grande preoccupazione». Papa Leone parla di un futuro «molto difficile», «soprattutto per i bambini», che soffrono non solo la povertà ma «addirittura anche la fame» e non basterà dare loro solo del cibo. «Avranno bisogno di molto aiuto, assistenza medica e aiuti umanitari, per ribaltare davvero la situazione, e al momento sembra ancora molto, molto grave».

La politica degli Stati Uniti e il rapporto con Trump

«Il fatto che io sia americano significa, tra le altre cose, che la gente non può dire, come hanno fatto con Francesco, “lui non capisce gli Stati Uniti, semplicemente non vede cosa sta succedendo”. Non ho alcuna intenzione di immischiarmi nella politica di parte». E sul rapporto con Trump afferma «che sarebbe molto più appropriato che la leadership della Chiesa negli Stati Uniti si impegnasse con lui». Certo è che se ci fossero argomenti specifici «non avrei alcun problema a farlo». Lo stesso Trump di recente ha detto di non avere intenzione di incontrare il Papa, mentre, ha aggiunto, «suo fratello è un bravo ragazzo». Un riferimento al fratello maggiore Louis, ricevuto nello Studio Ovale pochi giorni dopo il Conclave. «Uno dei miei fratelli lo ha incontrato ed è stato molto aperto sulle sue opinioni politiche», ha detto il Papa. Di Louis parla pure in un altro passaggio dell’intervista, quando, descrivendo il rapporto coi familiari (oltre al primo, anche il secondo fratello John), chiosa: «Siamo ancora molto vicini, anche se uno è politicamente molto lontano». La politica sui migranti negli Usa «Negli Stati Uniti stanno accadendo alcune cose che destano preoccupazione. In una delle ultime conversazioni che ho avuto con il vicepresidente degli Stati Uniti – non ho avuto conversazioni dirette con il Presidente né l’ho incontrato – ho parlato della dignità umana e di quanto sia importante per tutte le persone, ovunque si nasca, e spero che si trovino modi per rispettare gli esseri umani e il modo in cui li trattiamo nelle politiche e nelle scelte che facciamo. Una cosa che Francesco ha fatto verso la fine del suo pontificato e che ritengo molto significativa, è stata la lettera che ha scritto sulla questione del trattamento degli immigrati. Sono stato molto contento di vedere come i vescovi americani abbiano recepito questa idea, e alcuni di loro sono stati abbastanza coraggiosi da seguirla. Penso che questo approccio, in generale, sia migliore, ovvero che mi impegni principalmente con i vescovi. Gli Stati Uniti sono un attore potente a livello mondiale, dobbiamo riconoscerlo, e a volte le decisioni vengono prese più in base all’economia che alla dignità umana».

Le persone Lgbtq

«La Chiesa continua ad essere aperta a “tutti, tutti, tutti”, come detto da papa Francesco, ma trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa, in termini di ciò che insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio, cambierà. Ho già parlato di matrimonio, come ha fatto papa Francesco quando era Papa, di una famiglia composta da un uomo e una donna in un impegno solenne, benedetti nel sacramento del matrimonio. Ma anche solo dirlo, capisco che alcuni lo prenderanno male».

La crisi degli abusi del clero

Il Papa parla degli abusi come «una vera crisi» della Chiesa che «deve continuare ad affrontare perché non è stata risolta. Ci vorrà ancora tempo perché le vittime devono essere trattate con grande rispetto e con la consapevolezza che coloro che hanno subito ferite molto profonde a causa degli abusi, a volte le portano con sé per tutta la vita. Sarebbe ingenuo, da parte mia o di chiunque altro, pensare che, nonostante abbiamo concesso loro una sorta di risarcimento finanziario, o che abbiamo affrontato la causa e il sacerdote è stato licenziato, quelle ferite siano destinate a scomparire da sole. Allo stesso tempo, uno dei fattori che complica la situazione, e su cui le persone stanno iniziando a parlare sempre di più, è che anche gli accusati hanno dei diritti, e molti di loro credono che tali diritti non siano stati rispettati. Le statistiche mostrano che ben oltre il 90% delle persone che si fanno avanti e muovono accuse sono autentiche vittime. Dicono la verità. Non si inventano nulla. Ma ci sono stati anche casi comprovati di qualche tipo di falsa accusa. Ci sono stati sacerdoti la cui vita è stata distrutta a causa di ciò. La legge esiste per proteggere i diritti di tutti» ma «per avere, per quanto possibile, un sistema giudiziario affidabile che rispetti i diritti di tutti, ci vuole tempo».

Il ruolo delle donne

Il diaconato per le donne era stata una questione sollevata da alcuni partecipanti all’ultimo Sinodo in Vaticano. «Al momento non ho intenzione di cambiare l’insegnamento della Chiesa sull’argomento», spiega Leone, «credo che ci siano alcune domande precedenti che devono essere poste. Ci sono parti del mondo che non hanno mai veramente promosso il diaconato permanente, e questo di per sé è diventato una domanda: perché dovremmo parlare di ordinare donne al diaconato se il diaconato stesso non è ancora adeguatamente compreso, sviluppato e promosso all’interno della Chiesa?».
Le riforme nella Curia
Papa Leone preannuncia «decisioni» nella Curia romana come quella di «smantellare o trasformare il modo isolato in cui opera ogni Dicastero». Una sorta di «mentalità a compartimenti stagni» per cui, talvolta, sono mancati dialogo e comunicazione. E questo è stato a volte di «grande limitazione e danno per il governo della Chiesa».

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