
da www.settimananews.it
Dove va la Chiesa cattolica?
18 novembre 2025
di: Luigi Maffezzoli
Lo scalpore che ha suscitato l’intervento di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, con le sue lodi sperticate, tra le ovazioni dei presenti, per l’impegno di Comunione e Liberazione in politica in netto contrasto con la «scelta religiosa» dell’Azione cattolica, ha subito riportato a questioni che sembravano archiviate definitivamente.
Azione cattolica e Cielle
Personalmente ho pensato a un rigurgito della vecchia guardia di Cielle. Un rigurgito, cioè, da parte di chi ha steso un testo di quel tenore (non certamente farina del sacco di Meloni) perché, dopo oltre sessant’anni, non ha ancor oggi digerito l’allora estromissione di Gioventù Studentesca (GS) dall’Azione cattolica, estromissione voluta dall’arcivescovo di Milano Giovanni Colombo in accordo con Paolo VI.
Don Giussani, come si sa, non aveva nessuna intenzione di fondare un nuovo movimento nella Chiesa. Il suo obiettivo era piuttosto quello di impossessarsi dell’Azione cattolica, riformandola dal suo interno: un’AC da lui giudicata troppo ingessata, frenata dalla sua pesante struttura organizzativa, incapace di offrire ai giovani una proposta forte di incontro con la persona di Gesù.
Giussani era talmente convinto di questo che arrivò fino al punto di chiedere alla Conferenza episcopale italiana di allora che GS non fosse considerata un’esperienza «accanto all’Azione cattolica» ma, come ebbe modo di spiegare ai suoi, un’esperienza «dell’Azione cattolica, come siamo sempre stati».
Il suo disegno – per fortuna – non andò in porto, e fu costretto a dar vita ad un movimento a sua immagine e somiglianza. I giovani ciellini di allora, a lui più vicini (rimasti laici oppure diventati preti, vescovi o cardinali) rimasero però ancorati a quell’idea, mai digerita appunto, e dopo una vita intera rigurgitano ciò che ancora è rimasto loro sullo stomaco.
È più che evidente che quel pezzo del discorso di Meloni lo abbia scritto un reduce di quella esperienza, oggi ghost writer del governo in carica, dopo esserlo stato di altri governi di centrodestra. E bene ha fatto Rosy Bindi che su Avvenire ha rimesso il campanile al centro del villaggio, seguita da altri interventi che si sono successivamente succeduti come quello – ineccepibile – di Marco Vergottini su SettimanaNews, che ha richiamato le differenze sostanziali e pastorali tra AC e CL.
Devo però confessare che leggere queste cose oggi mi fa uno strano effetto. Mi riportano a un tempo (per noi entusiasmante) che non c’è più. A un passato che crediamo esista ancora, intatto come allora, ma che in realtà è solo nella vita di chi l’ha vissuto, e che ha ormai superato ampiamente i sessanta, settanta, ottant’anni.
La realtà della Chiesa, oggi, è un’altra. Così come lo sono i problemi che la dividono. Davvero crediamo ancora (come il reduce ciellino autore del testo letto da Meloni) che esista una contrapposizione tra AC e CL così come l’abbiamo vissuta mezzo secolo (e più…) fa?
Chi partecipa alla vita del movimento o a quella associativa in parrocchia e nelle diocesi, non sa nulla delle dispute teologiche o pastorali di allora, così come non ci sono molte occasioni di incontro (o di scontro) tra gli appartenenti alle due organizzazioni.
Le generazioni postconciliari, poi, a partire dai papaboys di Giovanni Paolo II (pure loro ormai maturi e attempati…), neppure sanno cosa siano la scelta religiosa o l’impegno politico dei cattolici. Forse neppure sanno cos’è il Concilio Vaticano II così come lo abbiamo letto, studiato, approfondito, conosciuto, difeso e annunciato noi boomers cattolici. Per loro è solo storia della Chiesa (come lo fu per noi il Vaticano I) e non documento vivo, punto di riferimento imprescindibile per la pastorale e la liturgia, per la presenza nella società e per il dialogo ecumenico.
Crisi della Chiesa e il vecchio che avanza
La realtà della Chiesa di oggi è diversa: sociologicamente, politicamente, ecclesialmente.
Sociologicamente assistiamo – come ovunque in questa epoca – ad un ritorno al privato, ad un individualismo vissuto come chiusura a nuove esperienze comunitarie di impegno e di accoglienza. Restano attive (molto attive, per fortuna) quelle iniziative sorte negli anni Settanta da preti di strada e da vescovi intraprendenti. Ma nuove opere che rispondano ai bisogni di povertà e di emarginazione ne nascono raramente.
Anche il tempo dello stato nascente o dell’«effervescenza collettiva» – come la definiva Durkheim –, che diede vita alla stagione dei nuovi movimenti, è finito. Basta guardare ad alcune iniziative del mondo cattolico promosse nelle parrocchie o nelle piazze per notare come la partecipazione, quando c’è, è anagraficamente riconducibile al secolo scorso.
La realtà della Chiesa è diversa anche politicamente. Un gran numero di cattolici (vescovi e cardinali compresi…) rimangono affascinati e ammirati da politiche identitarie, che brandiscono rosari e statue della Madonna, che prendono a modello autocrati capi di Stato, che sventolano bandiere e invocano Gesù Cristo per dare battaglia (fisicamente, non solo metaforicamente) a stranieri, musulmani, gay, lesbiche, woke, abortisti… Basta guardare alla Francia o all’Italia, per domandarsi da quale elettorato traggano sostegno leader e partiti che raccolgono oggi maggioranze di destra.
Ma la realtà della Chiesa di oggi è diversa anche – e soprattutto – ecclesialmente. Stiamo assistendo al vecchio che avanza. Come un fiume carsico, infatti, il movimento tradizionalista che si pensava incanalato tra gli argini della corrente lefebvriana, è riemerso con particolare risalto in molte realtà ecclesiali, soprattutto in Francia, Svizzera, Stati Uniti, Spagna, Germania e Italia, come anche evidenziato, proprio su SettimanaNews, dal politologo austriaco Thomas Schmidinger.
Parroci che celebrano la messa con le spalle rivolte ai fedeli. Preti che impongono nelle loro parrocchie riti in latino. Ragazze che assistono col velo in testa e giovani che si inginocchiano con le mani giunte per ricevere la Comunione in bocca. Ma soprattutto – e questo dovrebbe far riflettere – chiese che si riempiono di giovani con queste caratteristiche mentre tutte le altre restano vuote. Scene ormai ricorrenti, che i più anziani non vedevano da sessant’anni e che si ripresentano con sempre maggiore frequenza anche nelle nostre parrocchie.
In occasione dell’ultima Pasqua, la Francia ha assistito a un record di battesimi: 10.384 adulti (il 45% in più rispetto all’anno prima e il 60% in più in dieci anni) e oltre 7.400 adolescenti tra gli 11 e i 17 anni. Fenomeni simili sono stati osservati nella Svizzera francese dove si conferma l’aumento del numero di catecumeni. In diverse località, la partecipazione a celebrazioni particolari è aumentata in modo significativo. Un incontro per cresimandi, tenutosi recentemente a Ginevra, città di Calvino, ha registrato un’affluenza record.
Il comun denominatore di queste manifestazioni, che qualcuno potrebbe considerare confortante, è che questo riavvicinamento ad una rinnovata pratica religiosa è legata a un movimento tradizionalista che avanza, soprattutto nei grandi centri urbani.
Cosa sta, dunque, accadendo nella Chiesa cattolica? Sembrerebbe un nostalgico ritorno al passato, se protagoniste fossero persone anziane che non hanno mai accettato le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II. Invece ci si accorge che, a ripescare antiche liturgie, addobbi impolverati riposti nei depositi parrocchiali, comportamenti che si pensavano abbandonati, sono preti di fresca ordinazione e giovanissimi fedeli. È una nuova generazione di cattolici che avanza guardando a un passato che non hanno mai vissuto e quindi che per loro è novità. Non è quindi un ritorno al passato ma un «ritorno al futuro».
È un fenomeno non organizzato in strutture definite, ma piuttosto spontaneo e informale. Un fenomeno che, però, si va diffondendo in modo crescente. Non tanto per il numero di persone che vi aderisce (nelle realtà locali sono ancora pur sempre una minoranza, anche se in aumento) quanto per diffusione sul territorio. Sono fedeli che – pur non frequentando le messe tridentine – si comportano nelle nostre chiese secondo norme liturgiche ormai in disuso o addirittura abolite. Comportamenti spontanei, alimentati da sempre più numerosi preti (giovani preti, appunto) che reintroducono gesti, culti, pratiche, suppellettili, vesti e ornamenti sacri che l’ultimo Concilio aveva raccomandato di eliminare.
A tutto ciò va aggiunto, cosa impensabile fino a pochi anni fa, che in ogni diocesi ci sono luoghi di culto dove viene autorizzata la celebrazione della messa vetus ordo e che diventano punto di riferimento e di ritrovo sistematico.
Altri riti tridentini avvengono, senza autorizzazione, in località dove, da un giorno all’altro, fedeli comuni si ritrovano ad assistere a incomprensibili liturgie in latino, creando in loro non poche perplessità. E a un cardinale di Santa Romana Chiesa viene autorizzata la celebrazione della messa preconciliare in San Pietro, cuore della cristianità.
Oltre il folclore, il rischio di dividere
Ora, non è di per sé molto importante se qualche nostalgico celebra in privato messe preconciliari rimpiangendo ciò che magari non ha mai vissuto perché nato molto anni dopo il Concilio. Sono gusti personali, così come può essere semplicemente liquidato come folclore religioso il riproporre in chiesa riti, vesti, inni e paramenti scomparsi da oltre mezzo secolo.
Ciò che invece comincia a preoccupare è quando tutto ciò viene imposto a un’intera comunità parrocchiale da un singolo prete, creando sorpresa, sconcerto, divisione, abbandono e dispersione. È una visione di Chiesa che preoccupa perché rompe la comunione e incrina l’unità della Chiesa stessa, in nome di una tradizione male interpretata. Per dirla con Gustav Mahler, «fedeltà alla tradizione è custodia del fuoco, non adorazione delle ceneri». Di fronte a questi rigurgiti del movimento tradizionalista sembra si sia arrivati invece ad adorare ciò che è morto, piuttosto che tener vivo ciò che è risorto.
Un mondo in transizione
Questi fenomeni indicano una tendenza ma, nello stesso tempo, sono indice di una Chiesa che non ha ancora chiaro davanti a sé il cammino da intraprendere. È un periodo di transizione verso un modello di Chiesa, ma soprattutto di cristianità, che non è più e nello stesso tempo non è ancora.
Ritornano alla mente riflessioni del passato che oggi sembrano profetiche. A cominciare dal celebre testo del giovane teologo Joseph Ratzinger che, nel 1969, scriveva:
«Dalla crisi attuale emergerà la Chiesa di domani – una Chiesa che avrà molto perso. Sarà di una taglia ridotta e dovrà ripartire da zero. Non sarà più in grado di riempire tutti gli edifici costruiti durante il suo periodo prospero. Con la riduzione del numero dei fedeli, perderà numerosi privilegi. Contrariamente al periodo anteriore, la Chiesa sarà percepita come una società di persone volontarie, che s’integrano liberamente e per scelta. In quanto piccola società, sarà condotta a fare molto più spesso appello all’iniziativa dei suoi membri». ¹
Ma ancor più spiazzante è quanto scriveva Emmanuel Mounier nel 1946 di fronte ad una società del dopoguerra intrisa di un cristianesimo onnipresente e onnipotente («i giorni dell’onnipotenza» li avrebbe descritti Mario V. Rossi…), che già mostrava in Francia i segni della sua contraddizione, che è la natura stessa, la natura paradossale del Regno: disarmato e trionfante, inafferrabile e radicato.
Le parole di Mounier sembrano descrivere in modo impressionante la fotografia della realtà odierna:
«Il cristianesimo non è minacciato di eresia: non appassiona più abbastanza perché ciò possa avvenire. È minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione. Questi segni non ingannano: la morte si avvicina. Non già la morte del cristianesimo, ma la morte della cristianità occidentale, feudale e borghese. Una cristianità nuova nascerà domani, o dopodomani, da nuovi strati sociali e da nuovi innesti extraeuropei. Ma bisogna che noi non la soffochiamo con il cadavere dell’altra». ²
Che la salvezza della Chiesa possa davvero venire non già da un nostalgico ritorno al passato (o al futuro…) ma piuttosto dai poveri, dagli emarginati, dai migranti che hanno “invaso” le nostre terre? Bisogna però non soffocarla con la cristianità raccontata da Meloni.
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[1] J. Ratzinger, Fede e futuro, Queriniana, Brescia 1971, pp. 114-115.
[2] E. Mounier, Agonia del cristianesimo? (1946), in Cristianità nella Storia, Ecumenica Editrice, 1979, p. 30.
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da www.settimananews.it
Le due anime del cattolicesimo italiano
nel secondo Novecento
14 settembre 2025
di: Marco Vergottini
Questa breve nota vuol essere un primo approccio su una vexata quaestio della Chiesa italiana immediatamente precedente e successiva al Concilio Vaticano II. Si tratta di un sintetico avvio storico-teologico per suscitare un dibattito non irenico, ma che vada al centro della «cosa» in questione. È una presa di posizione franca e ardita; ma, a giudizio di chi scrive, oggi più che mai serve «sterrare le radici», per poi ripiantarle più in alto, dove c’è luce, dove meglio respirano. Senza un cimento impegnativo si rischia di confondere la fedeltà con l’abitudine, la memoria con la nostalgia. E allora la radice, anziché nutrire, soffoca. Tutto è scritto con la convinzione di essere obiettivi e non (troppo) partigiani. Salvo meliori iudicio.
Antefatto
L’intervento finale della presidente del Consiglio al Meeting di Rimini 2025 ha suscitato non poche controversie, in particolare per la conclusione che, con linguaggio a dir poco drastico e inusuale, ha deciso di «prender parte» alle storiche discussioni interne al laicato cattolico italiano. Rivolgendosi al popolo dei presenti, Meloni ha così sostenuto:
«Non vi siete rinchiusi nelle sacrestie nelle quali avrebbero voluto confinarvi, ma vi siete sempre “sporcati le mani”. Declinando nella realtà quella “scelta religiosa” alla quale mezzo secolo fa altri volevano ridurre il mondo cattolico italiano, e che san Giovanni Paolo II ha ribaltato, quando ha descritto la coerenza, nella distinzione degli ambiti, tra fede, cultura e impegno politico».
Naturalmente ha sorpreso non poco che Meloni si lanciasse su un terreno che non è a lei esattamente consueto e congeniale. Qualche osservatore ha poi sostenuto che tale «chiusa» non possa certamente essere «farina del suo sacco» o dei suoi spin-doctors di Fratelli d’Italia… Più ancora, è stato lamentato che si è trattata di una indebita e grave ingerenza fatta dal capo del Governo italiano su questioni ecclesiastiche che non le competono in ragione di un sacrosanto principio di laicità, reclamato dal Concordato oltre che da un sano «buon senso» delle distinzioni di ruolo e di funzione fra Stato e Chiesa. Come reagirebbe la maggioranza politica attualmente al potere se organi autorevoli dell’Episcopato italiano entrassero nel merito dell’organizzazione interna dei partiti?
Risalendo all’indietro…
Nel panorama del cattolicesimo italiano del secondo Novecento, pochi rapporti sono stati tanto intensi, problematici e rivelatori quanto quello tra l’Azione Cattolica Italiana (AC) e Comunione e Liberazione (CL). Due realtà ecclesiali profondamente diffuse e radicate, ma segnate da una tensione costante che nasce da differenze strutturali e visioni divergenti: sulla Chiesa, sulla fede, sulla modalità di intendere e mettere in atto l’impegno nel mondo. Non si tratta di una semplice rivalità associativa, ma dello specchio di due diverse «ecclesiologie vissute», due modi di pensare e testimoniare l’unico rapporto con Gesù Cristo, l’indiscutibile centralità della Parola di Dio e la necessità di esercitare la responsabilità dei cattolici nel mondo contemporaneo.
Diversità di origine e di forma
L’AC nasce già nel XIX secolo nel solco dell’insegnamento dei pontefici e, comunque, sotto la guida diretta dell’episcopato locale. È l’associazione ufficiale dei laici che collaborano con la gerarchia per la missione della Chiesa. È un’esperienza di formazione e impegno diffusa capillarmente sul territorio, contrassegnata – a partire dallo Statuto del 1969 – da una struttura democratica, dalla fedeltà alla Chiesa locale e da una forte attenzione alla corresponsabilità ecclesiale.
CL, fondata da don Luigi Giussani, si presenta con questa sigla per la prima volta nel 1969. Costituisce uno sviluppo di Gioventù Studentesca, nata da una costola dell’AC, ma dal 1954, a Milano, sotto la guida di questo sacerdote va via via modificando il profilo originario, configurandosi come esperienza comunitaria, con incipienti tratti carismatici, modellata su linee ecclesiologiche e pedagogiche avanzate del suo leader. Tutti elementi che troveranno conferma e sviluppo teorico-pratico nel passaggio a CL. Il movimento non nasce «per mandato», ma «per attrazione»: è la proposta di un incontro che cambia la vita, di una «presenza» cristiana che si manifesta attraverso legami personali, testimonianza visibile e giudizio culturale.
Ecclesiologie a confronto
Queste differenze si riflettono in due concezioni ecclesiologiche tra loro differenti. L’AC ha interiorizzato profondamente la visione conciliare della Chiesa come popolo di Dio in cammino, struttura sinodale, comunità plurale. Il suo stile è dialogico, inclusivo, rispettoso dei segni dei tempi e dei cammini di ciascuno. Il laico di AC è chiamato ad assumere un ruolo attivo nella Chiesa locale, in comunione con il vescovo, senza sostituirsi al clero né ad altre presenze.
CL, diversamente, si fonda su un carisma fortemente identitario. A detta del movimento, la Chiesa è da riconoscere, anzitutto, come il luogo dell’incontro con una Presenza viva – il «Cristo» – che si comunica attraverso la comunità. Da qui una visione totalizzante, che tende a privilegiare l’esperienza interna al movimento rispetto al cammino ecclesiale più largo. La tensione tra appartenenza carismatica e comunione ecclesiale si è fatta, in alcuni momenti storici, particolarmente evidente.
Il rapporto con Gesù Cristo
Al cuore di ogni differenza v’è la diversa sensibilità nel vivere l’unica e assoluta relazione con Gesù Cristo.
L’AC propone un cammino formativo lungo, sobrio, scandito dalla meditazione della Parola, dalla vita sacramentale e dalla riflessione personale e comunitaria. Cristo lo si incontra nel sacramento dell’eucaristia, nella Parola condivisa, nella vita della Chiesa, nella carità operosa. Non ci sono «folgorazioni», ma lenti processi di maturazione della coscienza credente.
CL pone l’accento sull’incontro come evento fondante e fondativo: «un fatto che accade», un volto, una parola, una comunità che svela il senso della vita. La categoria chiave è quella dell’«avvenimento cristiano», dove Cristo è riconosciuto nella concretezza della «compagnia». La fede per CL è certezza esistenziale, esperienza totalizzante che cambia il modo di vedere tutto. Questo approccio finirebbe per sfociare – secondo taluni osservatori – in un possibile soggettivismo religioso e in una chiusura identitaria.
La Parola di Dio: scuola e vita
Anche il rapporto con la Parola di Dio manifesta differenze di accento. L’AC ha fatto della centralità della Parola una delle sue direttrici fondamentali, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II. La lectio divina, l’approfondimento biblico, la liturgia vissuta sono strumenti ordinari per una fede pensata e interiorizzata. La Parola diventa così criterio di giudizio, luce per il discernimento, fondamento della coscienza.
CL, pur valorizzando anch’essa la Parola, ne offre una lettura marcatamente esistenziale e immediata, legata all’esperienza personale dell’incontro. La Scrittura è vista come conferma e radice dell’esperienza vissuta, non tanto come criterio da assimilare criticamente. È la vita a dare senso alla Parola, più che la Parola a illuminare la vita: una prospettiva affascinante, ma non priva di rischi interpretativi.
Il servizio al mondo: mediazione o presenza?
Infine, la grande differenza si gioca sul modo di concepire l’impegno testimoniale nel mondo.
Per l’AC, il servizio al mondo passa attraverso la formazione alla responsabilità personale e civile. Il laico cristiano è chiamato a «essere nel mondo senza essere del mondo», con uno stile sobrio, dialogico, spesso silenzioso ma profondo. L’impegno è vissuto nella comunità civile e politica, nelle istituzioni, nella cultura, secondo criteri di laicità e discernimento, ma ciascuno assume personalmente la propria responsabilità nell’agire nel mondo, senza coinvolgere l’intera associazione, tantomeno la Chiesa. Questa caratteristica è andata connotandosi come «scelta religiosa», che comportava la fine del collateralismo con il partito dei cattolici e quindi l’assunzione del criterio di laicità dello Stato, dei partiti e della politica. Soprattutto, il faro era costituito dalla recezione della prospettiva di Gaudium et spes 76: «La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico».
CL, invece, ha sempre puntato sulla «presenza»: nelle scuole, nell’università, nelle imprese, nelle cooperative, nei mass media. Il cristiano per CL è chiamato a testimoniare un’appartenenza visibile, forte, provocatoria, alternativa. L’identità cristiana si manifesta pubblicamente, attraverso opere e giudizi, anche a costo di apparire controcorrente. Questo ha dato nel passato frutti notevoli, ma ha anche alimentato critiche di autoreferenzialità e protagonismo ecclesiale. In concreto, CL ha finito compattamente per sostenere partiti e/o candidati politici che garantissero le scelte del movimento stesso: una specie di «do ut des», partendo dalla consapevolezza che il movimento aveva una sua linea politica derivante dal «fatto cristiano». In questo senso, qualche osservatore ha annotato che «si tratta di un atteggiamento preconciliare “alla Gedda”, al fine di incidere più efficacemente sulla società italiana».
Sinteticamente, il nodo cruciale è quello di come recepire l’eredità del concilio Vaticano II sul rapporto della Chiesa con il mondo moderno, onde mettere fine alla stagione dell’intransigente rifiuto della modernità, intesa come ricettacolo di errori e deviazioni.
I sostenitori della scelta religiosa si convinsero della necessità di prendere sul serio il soggettivismo moderno e le derive di una secolarizzazione sempre più invasiva, così da ritenere che la vera sfida di una «nuova evangelizzazione» consistesse nell’interpellare le coscienze in termini sempre più personali, rimarcando la netta distinzione tra l’integrità del messaggio evangelico (da annunciare a tutti) e le forme dell’aggregazione politica degli stessi credenti.
L’altra via si proponeva di affrontare la questione della modernità, immaginando di rafforzare nel clima delle libertà moderne un «soggetto popolare» cristiano, una realtà sociale organizzata (con riflessi anche politici), con l’obiettivo di salvaguardare un riferimento alla tradizione e di sostenere un confronto-scontro con altre ideologie e sensibilità non ispirate al cristianesimo. Di conseguenza, la priorità è stata assegnata alla visibilità della presenza sociale dei cattolici, sfociando nella disponibilità non tanto a dialogare, ma ad allearsi tatticamente con realtà politiche di matrice liberale e conservatrice, purché non pregiudizialmente ostili alla identità cristiana.
Due approcci differenti
Nel modello del c.d. discernimento (mediazione) l’impegno del mondo è individuale, nascosto, plurale; viceversa, nel c.d. modello deduttivo (presenza) la «compagnia» che deriva dall’incontro con Cristo è socialmente univoca, compatta, diretta e visibile. Le icone evangeliche – da salvaguardare entrambe – sarebbero quella della città sul monte e quella del lievito e del sale nella pasta.
CL si potrebbe dire con linguaggio teologico professa una cristologia «alessandrina» al limite dell’assorbimento dell’umano nel divino (per praticare poi un un umano che scivola in una logica di presa/gestione del potere e di affarismo). L’assorbimento dell’umano nel divino lo immunizza da ogni verifica critica, esponendo a far passare questa «forma umana» (opere della compagnia) semplicemente come cristiana (compagnia delle opere).
Il rischio in cui potrebbe ricadere una posizione di verso opposto potrebbe essere quella di una «cristologia antiochena», al limite del discioglimento del divino nell’umano, col rischio di perdere in identità e rilevanza, senza verifica autocritica della «forma umana» (plurale e frammentata), quasi nel timore di ogni forma associata nello scenario pubblico. Per altro, a un tale esito non sono certa approdati personaggi quali Vittorio Bachelet e Giuseppe Lazzati, che hanno vissuto e pagato con un diverso prezzo la fedeltà alla «città dell’uomo». Nondimeno da tale esito occorre guardarsi, perché l’appello a una testimonianza soltanto individuale potrebbe approdare all’incapacità di ricercare reti capaci di creare consenso e alleanze comuni a difesa dei valori professati.
Il caso AC e CL è riconducibile al dualismo istituzione-carisma?
Nel tentativo di spiegare le differenze tra AC e CL, alcuni osservatori hanno ricondotto queste due realtà ecclesiali a una presunta opposizione tra istituzione e carisma: da un lato, l’AC sembra a tutta prima incarnare il modello della «istituzione», connotandosi come espressione «ufficiale» della Chiesa gerarchica, regolata e radicata nel sistema ecclesiastico; dall’altro CL si configurerebbe come realtà «carismatica», nata dal basso, animata da una spinta profetica e creativa.
Tuttavia, questa lettura dicotomica si rivela assai riduttiva, se non addirittura fuorviante, alla luce della lezione (già precedente all’ultimo Concilio) del grande teologo Karl Rahner. Questi ha mostrato con lucidità che «istituzione» e «carisma» non sono due poli opposti o alternativi, ma due dimensioni inscindibili della vita della Chiesa. Non esiste istituzione ecclesiale che non sia fondata e vivificata da un carisma originario; allo stesso tempo, ogni carisma autentico, se vuole durare e servire il corpo ecclesiale, deve assumere forme istituzionali, norme, relazioni stabili. In altre parole, non c’è carisma senza istituzione, né istituzione senza carisma. Rahner insegna che la Chiesa è sempre insieme istituzione e mistero, struttura e grazia, norma e profezia. Solo tenendo insieme queste dimensioni si cammina nella verità.
Applicando questa visione al caso di AC e CL, si comprende come entrambe le realtà partecipino di entrambe le dimensioni, seppure in modalità differenti.
L’AC, spesso considerata solo «istituzionale», possiede in realtà una chiara soggettività e un forte carisma: quello del credente che vive la propria fede dentro la Chiesa locale, in corresponsabilità con il vescovo, con uno stile sobrio, formativo e comunitario. È un carisma ecclesiale di lunga durata, che ha originato generazioni di cristiani consapevoli e impegnati, spesso in modo silenzioso ma profondo. La sua istituzionalità non è mera burocrazia, ma forma visibile di una vocazione.
CL è nata come realtà carismatica, ma progressivamente (e inevitabilmente) non ha potuto non assumere una fisionomia istituzionale: con proprie strutture, regole, responsabilità, riconoscimento canonico. Il suo carisma – l’annuncio di Cristo presente «qui e ora» nella compagnia dei credenti – si è dovuto incarnare in modalità operative, relazioni interne, rapporti con la gerarchia. Anche CL ha pertanto un volto istituzionale e un inflessibile controllo sociale del movimento sui suoi adepti.
La contrapposizione rigida tra «istituzione e carisma», riferita a un macro-modello sociologico (weberiano), non aiuta pertanto a comprendere la ricchezza e la complessità delle forme associative ecclesiali. Piuttosto che accentuare le differenze in modo ideologico, è più utile cogliere come AC e CL siano due risposte a una stessa chiamata: vivere e testimoniare Cristo nel tempo presente.
Nel tempo della sinodalità e della corresponsabilità, la vera sfida non è contrapporre carismi e istituzioni, ma riconoscere in ogni esperienza cristiana autentica il soffio dello Spirito e il bisogno di incarnazione storica. La Chiesa è sempre insieme istituzione e mistero, struttura e grazia, norma e profezia. E solo tenendo insieme queste dimensioni si può cercare di camminare nella verità.
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da AVVENIRE
30 agosto 2025
A Meloni dico di non coltivare
il seme della divisione fra i cattolici
di Rosy Bindi
La riflessione dopo le parole della premier a Rimini e il senso dello «sporcarsi le mani»
Gentile direttore, ho ascoltato con molta attenzione l’intervento della presidente Giorgia Meloni al Meeting di Comunione e Liberazione. Devo ammettere che ha saputo toccare le corde giuste della platea di Rimini, da sempre animata da spirito governativo e orientata verso il centro destra. La famiglia, la parità scolastica, il reddito di cittadinanza contrapposto al diritto al lavoro, la difesa della vita, la sussidiarietà, i valori dell’Occidente, le guerre. Magari ci potremmo chiedere perché abbia taciuto sulle fatiche delle famiglie italiane, sul lavoro mal pagato, sulla sanità pubblica in affanno, sui morti nel Mediterraneo, sull’aumento della povertà, sulle crisi industriali, sui doveri delle politiche pubbliche verso il volontariato… Vorrei tuttavia soffermarmi su un passaggio della fase finale dell’intervento che mi ha particolarmente colpita, come iscritta dai primi anni ‘50 all’Azione Cattolica Italiana: «Voi, che siete rimasti fedeli al carisma del vostro fondatore, non avete mai disprezzato la politica. Anzi. Non vi siete rinchiusi nelle sacrestie nelle quali avrebbero voluto confinarvi, ma vi siete sempre “sporcati le mani”. Declinando nella realtà quella “scelta religiosa” alla quale mezzo secolo fa altri volevano ridurre il mondo cattolico italiano, e che San Giovanni Paolo II ha ribaltato, quando ha descritto la coerenza, nella distinzione degli ambiti, tra fede, cultura e impegno politico». Per prima cosa mi sono chiesta come e quando Giorgia Meloni abbia potuto maturare tanta competenza sulle questioni del movimento cattolico italiano (al quale non mi risulta abbia mai appartenuto) e della Chiesa italiana post-conciliare, entrando a gamba tesa nel merito di un confronto che è stato anche molto lacerante per l’associazionismo cattolico. L’uso di una espressione come «scelta religiosa», il «cambio di passo» di Giovanni Paolo II, il riferimento al «celebre discorso di don Giussani ad Assago 1987» lasciano intendere che non sia il frutto di un corso accelerato, ma di un aiuto molto generoso e ben informato, magari con la testa rivolta al passato. Sul banco degli imputati rischia così di finire l’Azione Cattolica italiana, storica associazione del laicato del nostro Paese che, nella scia del Concilio Vaticano II, rinnovò il suo Statuto nel 1969. Il Presidente in quella stagione di rinnovamento era Vittorio Bachelet, professore universitario barbaramente giustiziato dalle Brigate Rosse quando era vice presidente del Csm, e quella svolta fu ispirata e approvata da Paolo VI, oggi Santo. L’AC, dando vita alla “scelta religiosa”, intese abbandonare la stagione del “collateralismo” con la politica attiva, con la Democrazia Cristiana (dicono ancora qualcosa i Comitati Civici di Luigi Gedda?) per affermare nell’associazione il primato della Parola e dell’Eucarestia, della formazione, del servizio alla Chiesa, dell’evangelizzazione e promozione umana. In tempi storici di grande cambiamento non fece una scelta intimistica, non si rifugiò nelle sacrestie, ma con la Chiesa del Concilio volle riscoprire la centralità del Vangelo, da cui tutto il resto prende significato. Come diceva Bachelet: quando l’aratro della storia scava a fondo è necessario gettare seme buono. Quel seme è il Vangelo dal quale tutto il resto prende significato, anche l’impegno culturale, sociale, politico. Per l’AC, il servizio al mondo passa attraverso la formazione alla responsabilità personale e civile. Il laico cristiano è chiamato a «essere nel mondo senza essere del mondo», con uno stile sobrio, dialogico, mai di giudizio, spesso silenzioso, sempre con uno spirito di servizio, non di dominio. Per servire il bene comune, non il proprio tornaconto o l’interesse del proprio gruppo di appartenenza. L’impegno è vissuto nella comunità civile e politica, nelle istituzioni, nella cultura, secondo criteri di laicità e discernimento. L’impegno politico è assunto dal singolo che si assume la responsabilità delle sue scelte senza chiamare in causa l’Associazione e soprattutto la Chiesa, che devono restare libere di annunciare il Vangelo a tutti, anche a chi fa scelte politiche diverse. È vero, l’AC non ha dato vita a opere visibili, non gestisce strutture economiche, la sua presenza associativa è nella chiesa locale, ma i suoi aderenti sono ovunque, in ogni ambiente di vita, di lavoro, di volontariato, di impegno culturale. In questi anni non si contano gli amministratori locali che si sono formati in Azione cattolica, alcuni di loro sono consiglieri e assessori regionali, altri hanno rappresentato il Paese in Parlamento e lo hanno servito con incarichi di governo. Mi sembra di ricordare che un Presidente della Repubblica portasse il distintivo dell’AC anche quando riceveva capi di Stato e non solo Giovanni Paolo II al Quirinale. Quel Papa Santo venuto da lontano, al quale andrebbe riconosciuta la fedeltà al Concilio Vaticano II e il cui magistero non andrebbe contrapposto a quello dei suoi predecessori e dei suoi successori.
Vorrei suggerire alla Presidente Meloni di fare davvero un corso accelerato sulla storia del Movimento cattolico italiano e di portare rispetto per il pluralismo che lo caratterizza e soprattutto di non coltivare il seme della divisione emettendo giudizi sommari sull’una o sull’altra delle sue componenti per prendere un applauso più lungo. Mi permetto anche di chiedere alla platea di Rimini se, applaudendo Giorgia Meloni sui passaggi riservati alle riforme costituzionali, fosse pienamente consapevole del contributo che i cattolici hanno offerto, prima alla Resistenza e dopo alla stesura della nostra Costituzione, sia sui principi fondamentali che sull’impianto istituzionale, a partire dalla centralità del Parlamento, l’autonomia della magistratura e l’unità della Repubblica. Il cardinale Martini definì quello di Bachelet un martirio laico, perché non fu ucciso mentre proclamava la fede, ma quando serviva i valori di democrazia, di libertà, di pace. Quando serviva la Costituzione. Forse questo è il modo giusto di sporcarsi le mani. Espressione da usare sempre con prudenza, quando si parla di politica.
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