Orme di dinosauri di 210 milioni di anni fa nel Parco dello Stelvio. Il paleontologo: «La realtà ha superato la fantasia»

Le orme dei dinosauri scoperte nel Parco dello Stelvio e, a destra, il paleontologo Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia naturale
da Il Corriere della Sera
Orme di dinosauri di 210 milioni di anni fa
nel Parco dello Stelvio.
Il paleontologo: «La realtà ha superato la fantasia»
di Francesca Bonazzoli
Lo scorso settembre il fotografo naturalista Elio Della Ferrera ha trovato delle impronte su una parete rocciosa nella Valle di Fraele, fra Bormio e Livigno. «Una scoperta sensazionale» anche per il paleontologo del Museo di Storia naturale, Dal Sasso
Una passeggiata di migliaia di dinosauri, adulti e cuccioli, lunga 5 chilometri e avvenuta 210 milioni di anni fa fra Bormio e Livigno, nella Valle di Fraele, nel Parco nazionale dello Stelvio. La scoperta è sensazionale. Persino Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia naturale di Milano, paleontologo di fama internazionale proprio grazie alle ricerche sui dinosauri pubblicate su Nature, non ha nascosto l’emozione: «Questa volta la realtà supera la fantasia anche per me che faccio ricerca da trent’anni».
Quando il 14 settembre sono apparse sul suo cellulare le prime immagini scattate dal fotografo naturalista Elio Della Ferrera, ha capito subito che si trattava di impronte di dinosauri?
«Sì perché dalle dimensioni e dalle forme era abbastanza chiaro. In alcune si vedevano anche almeno quattro dita e gli artigli: non potevano essere semplici erosioni della roccia. C’era poi una sequenza che indicava bene la traiettoria di una camminata».

Agenti del Nucleo Operativo Carabinieri “Parco dello Stelvio”, esaminano le Cime di Plator con il cannocchiale.
Valle di Fraele, Parco dello Stelvio, Valdidentro, Provincia di Sondrio, Lombardia, Italia.
Però il luogo di rinvenimento era sconosciuto: lì non era mai stato trovato nulla.
«Le tracce erano in verticale, su quote molte elevate in alta montagna, difficili da esplorare, ad altezze che variano da 2.400 a 2.800 metri».
Perché sono in verticale?
«Trenta, quaranta milioni di anni dopo che gli animali hanno camminato su quel terreno che all’epoca era fangoso, le rocce rimaste sepolte sotto il mare sono state sollevate dallo scontro fra la placca euroasiatica e quella africana che ha formato le Alpi».

Che cosa ci dicono le impronte: dove andavano i dinosauri?
«Non si sa. Il movimento è per lo più da sinistra verso destra, forse si spostavano in cerca di cibo lungo i piani di marea ai bordi del grande Oceano Tetide in un clima tropicale. Cercavano cibo vegetale e marciavano a passo lento, tranquillo e cadenzato. Le orme sono così numerose e una di fianco all’altra che fanno pensare a movimenti di branchi, un comportamento nuovo. Poi ci sono anche superfici “dinoturbate” cioè con almeno cinque strati diversi di orme: ci fanno capire che gli animali sono andati e tornati in quel sito durante qualche migliaio o forse milioni di anni. Potrebbero persino esserci orme di nuove specie».
Si aspetta che arriveranno studiosi da tutto il mondo?
«La prima cosa sarebbe formare un gruppo tra musei e università italiani e far diventare il sito un laboratorio a cielo aperto. È tutto da immaginare e possiamo lavorare solo da giugno a ottobre, quando non c’è la neve».
Questa è la sua ennesima clamorosa scoperta: si considera fortunato?
«C’è un po’ di fiuto e un po’ di fortuna. Comunque adesso avrò da studiare fino alla pensione anche se nel museo abbiamo sempre tantissime cose da fare e c’è sempre meno tempo per la ricerca».
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