Omelie 2014 di don Giorgio: Seconda domenica dopo l’Epifania

19 gennaio 2014: Seconda dopo l’Epifania
Nm 20,2.6-13; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11
Tra i brani proposti dalla liturgia di questa seconda domenica dopo l’Epifania sarei tentato di soffermarmi sul miracolo di Cana che, in ogni caso, meriterebbe un’attenzione che va al di là di ciò che è richiesto da un’omelia, che non è solo esegesi, o spiegazione di un brano della Bibbia. L’omelia comporta anche saper leggere la Parola di Dio attualizzandola nel tempo presente. Il miracolo di Cana non va visto solo come un fatto strepitoso: Gesù che trasforma in modo miracoloso l’acqua in vino. Lo stesso evangelista Giovanni ci dice, alla fine del racconto, che si tratta del primo “segno” compiuto da Gesù, all’inizio del suo ministero pubblico. Se non comprendiamo il termine “segno”, che Giovanni usa diverse volte nel suo Vangelo, non possiamo comprendere neppure l’episodio di Cana. Quando Giovanni dice che i gesti o le opere di Gesù sono “segni”, intende dire che non vanno letti solo come cronaca; anzi il gesto in sé non ci dovrebbe interessare. “Segno” significa che ciò che Gesù ha fatto indica qualcosa di profondo, che va al di là del fatto in sé. “Segno” vuol dire che in quel fatto compiuto da Gesù dobbiamo saper cogliere un significato che, in altre parole, è la Buona Novella, o Vangelo. È errato leggere i Vangeli come se fossero la storia di un certo Gesù che è nato, ha detto e ha fatto, ha patito ed è morto, e dopo è risorto. I Vangeli, casomai, sono narrazioni teologiche. Vanno, dunque, letti in questa prospettiva. In altre parole, quando leggo una pagina del Vangelo, dovrei sempre chiedermi: che cosa intende dirmi il Signore? Tutto il Vangelo è da leggere come un “segno”, come qualcosa che contiene una verità così profonda da richiedere l’“intelligenza” della fede che, appunto perché “intelligente” (da “intus” e “legere”), scende nel profondo per cogliere la verità di Dio.
Detto questo, nei tre brani di questa domenica troviamo alcune parole che meritano una certa attenzione: nel primo e nel terzo brano si parla di acqua, nel secondo si parla di gemiti, di sofferenza, di dolori del parto. Partiamo dal primo brano.
Gli ebrei, in cammino verso la terra promessa, dovevano attraversare il deserto. Un giorno è mancata l’acqua, e subito si sono lamentati con Mosè, e indirettamente con il Signore. Sarei tentato di soffermarmi su questo atteggiamento tipico del popolo eletto, che borbottava sempre, senza capire che il Signore lo stava mettendo alla prova. Non è forse anche il tipico atteggiamento di noi tutti, soprattutto quando ci troviamo in un momento di forte crisi economica, come quella attuale? Non sto negando la validità di certe proteste, ma l’insofferenza per qualsiasi cosa che non va è un po’ tipica di noi italiani, che non ci accontentiamo mai. E ce la prendiamo con tutti, tranne che con noi stessi.
Il deserto e l’acqua. Ne ho già parlato nell’omelia di domenica scorsa. Non vorrei ripetermi, anche se l’acqua offre diversi spunti di riflessione. Ad esempio, anche per esprimere il mondo interiore o il mondo divino alludiamo all’acqua. Diciamo: sete d’infinito, sete di Dio, aridità dello spirito. C’è un bellissimo Salmo, il 63, che inizia così: «O Dio, tu sei il mio Dio. dall’aurora ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arrida, assetata, senz’acqua». In un altro Salmo, il 42, l’orante ebreo prega: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente».
Stupende sono le parole di un anonimo autore giudaico del I sec. a.C.: «Venite voi tutti che avete sete, prendete la bevanda che disseta. Riposate presso la sorgente del Signore, bella e pura, essa placa l’anima. Le sue acque sono più soavi del miele perché sgorgano dalle labbra del Signore. Beati coloro che hanno bevuto e hanno placato la loro sete!». Già dire sorgente è dire acqua. La sorgente della vita! Acqua e vita!
E chi non conosce l’episodio della donna samaritana? C’è un pozzo ancora vivo, c’è una donna straniera che è venuta dalla città ad attingere acqua, e c’è Gesù che ha sete. L’acqua diventa “segno” della stessa grazia di Dio. Acqua e la stessa vita divina!
C’è un altro episodio interessante. Lo troviamo nel Vangelo di Giovanni, capitolo 7. Siamo all’ultimo giorno della festa delle Capanne. Secondo l’usanza, una processione parte dalla vasca di Siloe, dopo che il sommo sacerdote vi ha attinto acqua in un bicchiere d’oro, per versarla oltre le mura di Gerusalemme come simbolo dell’abbondanza d’Israele. A questo punto, con il canto di Isaia 12,3-6, accompagnato dal suono delle trombe, esplode l’entusiasmo della folla. Ed è in questo preciso momento che Gesù, ritto in piedi, pronuncia ad alta voce un solenne oracolo, al modo dei profeti: «”Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui».
E che dire infine del grido di Gesù sulla croce: “Ho sete!”? Un richiamo alla sua sete di Umanità!
Anche nel brano del Vangelo di oggi l’acqua fa da protagonista. Cristo trasformando l’acqua in vino, non toglie di per sé il valore all’acqua, anzi ci fa capire che c’è un nesso profondo tra l’acqua e ciò che simbolicamente rappresenta il vino, ovvero la gioia, la sapienza, l’amore. Forse oggi bisognerebbe trasformare il vino in acqua, dal momento che fra poco il vino costerà meno dell’acqua, che ce la stanno rubando e rivendendo a caro prezzo. Ma c’è un’altra cosa da dire: nessuno si permette di sciupare il vino, e perché ci permettiamo di sciupare l’acqua?
Passando al secondo brano, San Paolo nella lettera ai cristiani di Roma parla, a proposito della creazione, di gemiti e di sofferenze. Il creato è visto come una donna incinta che geme e soffre le doglie del parto «fino ad oggi» (v. 22). Nella creazione che soffre ci siamo anche noi, e c’è lo Spirito. Commenta Gianfranco Ravasi: «Attraverso l’immagine del gemito che esce dalle labbra di una donna partoriente, san Paolo compone una specie di parabola della redenzione: essa non coinvolge solo l’umanità ma tutto il creato. Tre sono i gemiti che s’intrecciano. C’è innanzitutto quello della natura intera che «a capo eretto attende da lontano la rivelazione dei figli di Dio» (8,19): “tutta la creazione geme e soffre fin da ora le doglie del parto” (8,22). C’è, poi, il gemito dell’uomo che anela alla salvezza piena: “La creazione non è sola ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente attendendo da lontano l’adozione a figli di Dio” (8,23). C’è, infine, lo stesso gemito dello Spirito divino che vuole condurre a pienezza la redenzione: “Lo Spirito stesso viene in aiuto alla nostra debolezza… intercedendo per noi con gemiti ineffabili” (8,26). Questi tre gemiti sono il segno di una tensione viva che è in tutto l’essere, proteso verso la salvezza piena, desideroso di essere rigenerato così da essere “nuova creatura”».
Pierre Teilhard de Chardin (morto nel 1955), filosofo, teologo e scienziato francese, noto come il gesuita “proibito”, ammonito dal sant’Ufficio per le sue idee avanzate, nel suo famoso “Inno all’universo” cantava sulla scia dell’Apostolo Paolo: «Immèrgiti nella materia, figlio della terra, bàgnati nelle sue falde ardenti perché essa è la sorgente e la giovinezza della tua vita e anche in lei risuona il gemito dello Spirito». Avete notato che si parla di materia, di noi figli della terra, di terra, di acqua, di vita, di spirito: tutte realtà in stretto rapporto tra loro!
E sempre di Teilhard de Chardin, voglio citare un breve brano dai suoi scritti: «Il mondo si sta costruendo. È questa la verità fondamentale che bisogna, dapprima, intendere, ed intendere così bene da renderla una forma abituale e come naturale del nostro pensiero. A prima vista, gli esseri ed il loro destino rischiano di apparirci come distribuiti a caso, o per lo meno arbitrariamente, sulla Terra. Quasi quasi, penseremmo che ciascuno di noi sarebbe potuto nascere indifferentemente o più presto o più tardi, o qua o là, più felice o meno fortunato, come se l’Universo, dal principio alla fine della sua storia, costituisse, nel Tempo e nello Spazio, una specie di ampia aiuola i cui fiori fossero interscambiabili a piacere del giardiniere. Tale idea non sembra giusta. Più si riflette, con l’ausilio di quanto c’insegnano, ognuna nella sua sfera, scienza, filosofia e religione, e più ci si avvede che il Mondo dev’essere paragonato non già ad un fascio di elementi artificialmente giustapposti ma piuttosto ad un qualche sistema organizzato, animato da un ampio moto di sviluppo che gli è specifico. Nel corso dei secoli, si rivela un piano d’insieme che sembra davvero in via di realizzarsi attorno a noi. Nell’universo v’è un’impresa in corso, un risultato in posta, che non sapremmo paragonare meglio che ad una gestazione, ad una nascita: la nascita della realtà spirituale costituita dalle anime e dal quanto di materia che trascinano con sé. Laboriosamente, attraverso e mediante l’attività umana, la nuova Terra si raccoglie, si decanta, e si epura. No, non siamo paragonabili agli elementi di un mazzo, bensì alle foglie ed ai fiori d’un grande albero, sul quale ogni cosa appare al suo momento ed al suo posto, su misura ed a richiesta della Totalità».
Sarei tentato di soffermarmi su queste parole. Ma non c’è più tempo. Vorrei tuttavia invitarvi a riflettere sul significato della parola “gestazione” in riferimento al creato. Quanti aborti l’uomo compie nei confronti del creato! Nonostante ciò, il creato è come una donna sempre partoriente. Si rinnova, ogni giorno. È il miracolo della vita che continua. L’uomo potrà anche scomparire dalla faccia della terra, ma non potrà mai arrestare la gestazione dell’universo. Anche l’universo ha la sua anima. Se imparassimo ad ascoltare i suoi geniti, i suoi battiti, i suoi sospiri. Come quelli, appunto, di una donna che non cessa di partorire.

 

 

 

 

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