
da la Repubblica
19 MARZO 2026
Sadiq Khan: “Usa ormai inaffidabili,
l’unica salvezza è tornare in Europa,
e senza un altro referendum”
dal nostro corrispondente Antonello Guerrera
Intervista esclusiva al sindaco di Londra: tra dazi, guerra all’Iran e crisi energetica mondiale, ecco perché il Regno Unito deve superare la Brexit. “Starmer rientri subito nel mercato unico europeo: abbiamo perso il 10% di Pil. E alle prossime elezioni, il Labour deve promettere di ritornare in Ue, senza se e senza ma. Altrimenti, saremo schiacciati”
Il destino del Regno Unito e di Londra è nell’Unione europea», dice il sindaco laburista Sadiq Khan in questa intervista esclusiva a Repubblica, nel suo ufficio a East London, a dieci anni dal referendum della Brexit. «È un destino inevitabile e sempre più necessario, in un mondo incredibilmente instabile e con Donald Trump al potere in America. L’Europa è la nostra unica sicurezza. Per questo chiedo al primo ministro Keir Starmer e al nostro partito Labour di andare alle prossime elezioni con la promessa di rientrare in Ue, senza passare per un secondo referendum».
Addirittura, sindaco? Sinora Starmer e il suo governo hanno sempre escluso con forza questa ipotesi, e al massimo si sono spinti a un riallineamento con la Ue.
«Invece non c’è scelta. Vedo i danni della Brexit giorno dopo giorno, a livello economico, sociale e culturale. Ieri abbiamo pubblicato le ultime ricerche del think tank Niesr e di Goldman Sachs, per cui oggi l’economia britannica sarebbe cresciuta del 10 per cento senza la Brexit. Quindi, va bene riavvicinarsi all’Ue come vuole Starmer, ma ci sono altri tre passi cruciali da fare: rientrare nell’unione doganale e nel mercato unico europeo entro questo mandato, e infine alle prossime elezioni (entro il 2029, ndr) fare campagna chiara per rientrare in Ue direttamente, senza un secondo referendum. È inevitabile. Inutile autocondannarsi a ulteriori anni di dolore e privazioni».
Senza un secondo referendum? Ma il Paese non tornerà a lacerarsi?
«Siamo già profondamente divisi e spaccati, a causa della Brexit. Invece, così, il Regno tornerà a essere più unito. E poi alla gente interessa soprattutto il costo della vita, che scenderà sensibilmente una volta rientrati in Ue e nei suoi meccanismi commerciali. Non a caso, quando ci siamo uniti alla Comunità Economica Europea negli anni Settanta, eravamo il malato d’Europa. Da allora abbiamo iniziato a essere un grande Paese. Oggi invece, fuori dall’Ue, siamo una potenza media. Non possiamo permetterci di non essere in Europa».
A maggior ragione in un mondo sempre più “imperiale”, dagli Stati Uniti alla Cina?
«Esatto. Non facciamo parte di nessun grande blocco. Rischiamo di essere stritolati. Come possiamo sopravvivere da soli, mentre Trump impone i dazi a tutti, amici e nemici, e fa la guerra all’Iran con Israele, innescando una crisi energetica mondiale? Non possiamo fidarci di questi Stati Uniti. Inoltre, Putin martoria l’Ucraina e chissà quale altro Paese attaccherà. Nella Ue, invece, avremmo più crescita, più investimenti e più produttività. Del resto, gli europei restano i nostri migliori partner, anche commerciali, e anche noi britannici ci sentiremmo più al sicuro in questo momento incredibilmente instabile a livello globale. E ho ancora il cuore spezzato a causa della Brexit».
Ancora oggi?
«Nel 2019 avevamo 840 mila cittadini europei a Londra, tra italiani, rumeni, polacchi, francesi… Oggi sono soltanto 700 mila. L’economia di Londra vale 30 miliardi in meno, a causa dell’uscita dall’Unione europea, e intanto nella capitale abbiamo perso 230 mila posti di lavoro. Ne siamo usciti peggio a livello economico, ma anche sociale e culturale. Il nostro destino, invece, è intrecciato con l’Europa. Sono sicuro che, come Labour, rivinceremmo le elezioni se facessimo la promessa di ritornare nella Ue».
È anche un’ancora di salvataggio per Keir Starmer, accusato di non avere visione?
«Io credo che il primo ministro ce l’abbia, invece, soprattutto in politica estera. È un pragmatico e anche per questo sta lavorando alacremente per riavvicinare il Regno Unito all’Europa, non solo dal punto di vista commerciale ma anche riattivando programmi fondamentali per le nuove generazioni come l’Erasmus e la mobilità giovanile. Ma non basta. Bisogna fare molto di più. Anche tutti gli amici europei con cui parlo sono ancora tristi perché li abbiamo abbandonati».
Ma è sicuro che l’Europa sia pronta a riabbracciare il Regno Unito? L’Ue è sempre molto esigente e molti ricordano ancora le “beghe” dei britannici, quando erano membri e non accettavano certe regole europee.
«Ma restando fuori dall’Ue siamo costretti ad accettare le regole degli altri in ogni caso, perché siamo molto più deboli. Insieme, invece, saremo più forti, anche a livello di difesa, intelligence e lotta all’immigrazione illegale».
Regno Unito ed Europa sembrano più uniti anche in politica estera e hanno detto no a Trump che li esortava a unirsi agli attacchi all’Iran. Troppo tardi, forse?
«Noi britannici abbiamo imparato le lezioni dell’Iraq e di quella catastrofica guerra nel 2003. Starmer ha fatto benissimo a rifiutarsi di partecipare ai raid di Usa e Israele, soprattutto perché Trump e Netanyahu non sembrano avere una via d’uscita da questo pantano. La special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti significa anche saper dire di no ai propri alleati, senza provare imbarazzo e senza diventare uno stato americano aggiunto».
Approva anche le politiche di Starmer sull’immigrazione, criticate dalla sinistra del partito per “scimmiottare la destra di Farage”?
«L’immigrazione deve avere tre pilastri: controllo, compassione e contributo da parte dei migranti. Ma credo che questo governo sia andato troppo oltre, per esempio nel revocare diritti ai migranti regolari e allungare da cinque a dieci anni il requisito di permanenza nel Regno per ottenere la residenza a vita. Così, che incentivo possono avere a integrarsi e a contribuire al Paese? È la strada sbagliata, non solo dal punto di vista dell’integrazione, ma anche per l’economia, in un Regno con la natalità sempre più bassa».
Anche per questo migranti e minoranze etniche, un tempo fedeli al Labour, ora stanno passando in massa alla sinistra radicale dei Verdi?
«Sì. Noi della sinistra progressista non dovremmo mai rinunciare ai nostri principi, che sono il progresso, la sicurezza economica, ma anche la giustizia sociale. Invece, credendo di recuperare voti, oramai anche il partito conservatore, una volta rispettabile, si sta omologando a retoriche razziste e xenofobe che prima appartenevano solo all’estrema destra e a personaggi come Tommy Robinson. Da musulmano londinese che celebra ogni festività con ebrei, cristiani e induisti, sono triste, deluso e arrabbiato. Anche i tories sono diventati una brutta copia di Donald Trump. È una vergogna e una macchia per questo Paese».
Ma Farage è in testa ai sondaggi. Se arriverà lui a Downing Street, sarà la fine della Gran Bretagna?
«No, come non finirà l’America dopo Donald Trump. Credo che la maggioranza dei britannici non cederà alla retorica xenofoba, agli arresti in base al colore della pelle, o a una polizia antistranieri stile Ice in America. Nessun partito è perfetto. Ma spero proprio che i britannici, magari per punire il Labour, non scelgano il caos distruttivo di Farage».
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