
da la Repubblica
19 NOVEMBRE 2025
Quel confine superato
di Annalisa Cuzzocrea
Fratelli d’Italia attacca il Colle con un preteso complotto contro Meloni. Mattarella reagisce con durezza
Per capire cosa sta succedendo davvero, tra la presidenza del Consiglio e la presidenza della Repubblica, è necessario rimettere in fila i fatti. Lunedì il capo dello Stato ha riunito il Consiglio supremo di difesa riportando il nostro Paese sui binari delle democrazie occidentali: con la riconferma degli aiuti all’Ucraina, con la difesa dei principi dello Stato di diritto, con l’allarme sulla disinformazione armata dalla propaganda russa, con la richiesta di un processo di pace in Medio Oriente che veda finalmente in Israele e Palestina due popoli e due Stati.
Poche ore dopo una riunione così importante, che seguiva giorni di sbandamenti soprattutto del vicepremier Matteo Salvini e del suo partito, La Verità titolava in prima pagina sul “piano del Colle per fermare Meloni”, raccontando che un consigliere di Sergio Mattarella starebbe tramando in favore del centrosinistra. E attribuendo le sue presunte dichiarazioni — con un incomprensibile salto logico — direttamente al capo dello Stato.
Subito, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami, fedelissimo di Meloni, plenipotenziario del suo partito in Emilia-Romagna, non esattamente un passante, riprendeva quelle illazioni chiedendone immediata smentita. E cioè, per dirla con le parole inedite vergate appena mezz’ora dopo dal Quirinale, dava “credito a un ennesimo attacco alla presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo”. Il problema, per il Colle, non sono le aggressioni di un quotidiano come La Verità cui è — lo rivela la parola “ennesimo” — abituato. Il problema è che un rappresentante istituzionale del partito di maggioranza relativa prenda a pretesto un editoriale costruito su una tesi ridicola per scagliarlo contro la più alta carica dello Stato. E che mentre tutto questo accade, si debba anche assistere allo spettacolo di arti varie del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari che ormai esperto di realtà alternative vuole farci credere che le parole di Bignami riguardassero solo il consigliere del Quirinale Francesco Garofani; che non fossero un’offesa al capo dello Stato e che Meloni non ne fosse stata informata.
Se anche dovessimo decidere di accettare questa sequela di periodi ipotetici dell’irrealtà, restano — testardi — i fatti: Bignami ha ripreso e enfatizzato una tesi secondo cui il Quirinale starebbe tentando un golpe contro Meloni. Bignami è il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia. L’attacco del partito della premier al Colle non è un sospetto, è reale. Il tentativo di attribuire al presidente una parzialità politica sulla base dei consiglieri che lavorano con lui — Garofani era già stato criticato da destra quando era stato scelto per gli affari inerenti al Consiglio supremo di Difesa — è una violazione del rispetto istituzionale che si deve alle scelte del Quirinale. Con la sua reazione immediata, Mattarella si rifiuta — molto semplicemente — di essere preso in giro. Mette le carte sul tavolo e svela un gioco fin qui bugiardo.
L’osservazione di quelle carte scoperte impone alcune domande. Perché la maggioranza di governo — dopo aver preso di mira la magistratura ordinaria e contabile, la Consulta, l’autorità anticorruzione, perfino l’Istat e la Banca d’Italia ree, Giancarlo Giorgetti dixit, di “averci massacrato” — ha messo nel mirino la presidenza della Repubblica? È evidente che ci sono divisioni anche dentro Fratelli d’Italia e che — a esempio — la posizione del ministro della Difesa Crosetto è molto più in linea col Colle che con i sovranisti modello Trump, ma al netto di queste differenze, da che parte sta la premier?
È una domanda ormai consueta: Meloni sta con l’Ucraina fino in fondo o è pronta a cedere alla visione identica di Salvini e Orbán ? Sta con l’Unione europea o con chi — come Trump — vuole distruggerla? Crede nello Stato di diritto che si fonda sulla divisione dei poteri e quindi sulla necessità di rispettare i contropoteri, o vuole disfarsi del giudizio del Colle come di quello della magistratura quando non le dà ragione? Non sono domande retoriche. Meriterebbero risposte. La premier avrebbe potuto darle ieri nel comizio di Padova, ma ha continuato a magnificare un partito coeso e un Paese in ripresa che non c’è. Lasciando ancora una volta i fatti fuori dal suo racconto.
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da la Repuibblica
19 NOVEMBRE 2025
Foto nazi, gaffe e guai:
la scalata al partito di Bignami all’ombra di Giorgia
di Filippo Ceccarelli

Il capogruppo FdI ha sempre un lasciapassare: far parte della generazione dei 50enni cresciuti con le sorelle Meloni nella destra
ROMA – Di Giorgia Meloni si sente dire spesso che è brava, scaltra, anche coraggiosa e che in Europa, sta facendo assai meglio di quel che si temeva. Ma poi regolarmente si leva al cielo la squalifica delle squalifiche, la delusione delle delusioni che ogni possibile virtù oscura e cancella: ah, ma quelli di cui si circonda!
Galeazzo Bignami, il capogruppo dai capelli ricci, è appunto uno di costoro. Senza fare di tutt’erba un fascio — eh eh — si tratta di cinquantenni più o meno coetanei della premier e di Arianna Meloni, facenti capo a una cosiddetta “generazione Atreju”; e come tali dotati, per volontà delle suddette sorelle, non solo di uno speciale lasciapassare che gli apre le impervie strade del potere, ma anche di un ancora più utile salvacondotto che in diversi casi, forse troppi (Lollo, Donzelli, Delmastro, Fidanza, Montaruli) li ha preservati dalle gaffe, dai guai e dagli inevitabili intoppi della carriera politica.
Tale appartenenza, seppur comprensibile sul piano dei rapporti umani, supera decisamente i normali vincoli di partito, collocandosi in una dimensione che l’odierna scienza politica, almeno quella senza troppi peli sulla lingua, qualifica di ordine neo-tribale — e non si tratta solo di essere invitati o meno al recente party per il compleanno di Arianna in un locale, peraltro non lontano dalla mitica sezione di Colle Oppio, dal nome a suo modo destinale: “The Sanctuary”.
A differenza di tutti gli altri ex giovanotti di derivazione fantasy-atrejuana il bolognese Galeazzi, figlio d’arte missino e precoce dirigente in Emilia, sconta agli occhi del grande pubblico un peccato di gioventù lontano ma irresistibilmente tragicomico. Perché circa vent’anni orsono, come l’odierno presidente del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia fu costretto a raccontare durante la campagna elettorale del 2016, alcuni suoi amici o forse meglio camerati, comunque molto cattivi, lo acchiapparono, gli misero un cappuccio sulla testa, lo infilarono dentro una macchina e una volta in campagna, a Brento, frazione di Bologna, prima tappa della Via degli Dei, lo fecero mascherare da nazista, con tanto di croce uncinata all’avambraccio. Dopo di che, non paghi, lo fotografarono: per ricordo, ahilui.
Anche dopo tanti anni, la cosa più singolare per chi non è dell’ambiente è che si trattava di un addio al celibato, molto probabilmente dello stesso Bignami, nazi-cosplay riluttante e in seguito proditoriamente inguaiato da qualche euforico delatore ottico — a riprova dei misteri di questa nostra Italia dove la vigilia delle nozze non è accompagnata solo da sregolatezze alcoliche, drogherecce e sessuali, ma anche storico-dittatoriali.
Da allora non c’è passo che egli compia senza che non gli venga rinfacciata quella foto; e siccome siamo nell’era del pop, il che vuol dire che bombardati dalle informazioni tutti scordano tutto, sarà bene ricordare che nel 2023 Fedez la strappò coram populo in pieno festival di Sanremo.
Dopo di che, fino a qualche mese fa la notorietà di Bignami, che di persona sarà senz’altro meglio dei suoi travestimenti, ma che la migliore sociologia (De Rita) potrebbe qualificare nel novero dei “gerarchi”, è rimasta limitata a livello locale, senza altri gustosi racconti. Se proprio occorre reperire qualche nota insolita e/o illuminante sul personaggio tocca accontentarsi del fatto che l’ultimo giorno della campagna elettorale del 2022, anzi durante il silenzio prima del voto, si fece promotore della visita di Meloni a un mercato ortofrutticolo e in quella sede le suggerì di prendere in mano due meloni, rendendoli protagonisti di un furbo e ammiccante siparietto, chissà quanto efficace.
Vai anche a sapere adesso, al di là del teatrino e del polverone, la precisa dinamica e gli scopi dell’attacco di Bignami al Quirinale. Ridotto all’essenziale, col massimo rispetto, però anche facendo conto dell’esperienza, il dilemma figurato è: kamikaze autonomo o sicario per conto di quale mandante? Di solito, quando si tratta di dare un pestone non al primo che passa, ma a persona di fiducia del presidente della Repubblica, le gerarchie e le catene di comando che legano Palazzo Chigi ai capigruppo sconsigliano iniziative autonome e reazioni a caldo. Non di rado, quando il misfatto è ormai compiuto, si dà la colpa a un equivoco o a un quiproquo. L’errore è già un’altra cosa, mentre la colpa ha serie conseguenze.
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