20 settembre 2026: QUARTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 63,19b-64,10; Eb 9,1-12; Gv 6,24-35
Partiamo dal primo testo, che fa parte del cosiddetto Terzo Isaia, un anonimo profeta che ha annunciato la parola di Dio dopo l’esilio babilonese.
L’esperienza drammatica della distruzione di Gerusalemme, avvenuta alcuni anni prima, è rimasta nel ricordo dei deportati a Babilonia come una enorme umiliazione, non priva anche di sorprese. Nel luglio del 587 a.C. i Babilonesi avevano demolito le mura della Città santa, incendiato i palazzi, le case del re e il tempio; gli Edomiti, pur imparentati con gli Ebrei, ma nemici tra loro, avevano collaborato con i Babilonesi per la distruzione del Tempio e della città santa. Il Salmo 137 ne fa menzione e invita il Signore a non dimenticare: «Ricòrdati, Signore, dei figli di Edom, che, nel giorno di Gerusalemme, dicevano: “Spogliatela, spogliatela fino alle sue fondamenta!”». E ci sono parole cosiddette imprecatorie che ancora oggi è oltremodo difficile accettare: «Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra». Qui troviamo la cosiddetta legge del taglione, ma portata all’estremo. È un’invocazione di giustizia retributiva e di rivalsa estrema tipica dei lamenti in tempo di guerra, dove si augura ai nemici lo stesso terrore e distruzione che loro avevano inferto a Gerusalemme.
Un esegeta commenta: «Vien da chiederci come Gesù abbia cantato questo Salmo in qualche sinagoga del suo tempo… Probabilmente chiudeva la sua bocca. Non così i suoi connazionali: come forse Giovanni Battista, che invocava fuoco e scure alle radici degli alberi cattivi, e come, almeno per un po’ di tempo, gli stessi discepoli di Gesù: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e consumi le città dei Samaritani che non ti hanno ricevuto?”. Gesù li rimproverò» (Luca 9,51-55).
Certo anche Gesù a volte era severo, ma non vendicativo nemmeno nei limiti della legge del taglione: «Amate anche i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia, benedite chi vi maledice, pregate per chi vi fa del male» (Luca 6,27-30; Matteo 5,43-45). Già nell’Antico Testamento ci furono inviti a moderare la legge del taglione, ma Gesù va ben oltre.
Vorrei aggiungere che, pur essendo un cristiano per di più un ministro di Cristo, umanamente parlando chi non è tentato di augurare il male a coloro che fanno del male? E quando un tiranno muore come non gioirne? Forse gli stessi genitori di Gesù, Maria e Giuseppe, gioirono quando seppero della morte di Erode il Grande. Certo, non riverserò mai il mio odio sui figli innocenti, tanto più se sono piccoli, ma ci sono stati alcuni teologi che approvavano la morte violenta dei tiranni. Sappiamo che Dietrich Bonhoeffer, teologo pastore luterano tedesco, partecipò alla cospirazione contro Adolf Hitler.
Torniamo al testo del discepolo anonimo di Isaia. Gli Ebrei deportati a Babilonia, ora tornati a casa dopo l’editto di Ciro il Grande del 538 a.C, un re pagano, chiamato l’uomo della provvidenza divina, non soltanto maledicevano i loro nemici e gli alleati come gli Edomiti, loro consanguinei, ma soprattutto cercavano le ragioni di quella sciagura, sapendo di essere un popolo santo, amato da Dio e liberato dalla schiavitù alcuni secoli prima attraverso Mosé.
Cercavano le ragioni: questo è il vero punto. Occorre riflettere e cercare dove si è sbagliato, per evitare di sbagliare di nuovo per non ricadere negli stessi sbagli, e nelle stesse conseguenze drammatiche.
Quella del popolo ebraico è una storia del tutto particolare, nel senso che è circolare: storia di tradimenti, di castighi, di pentimenti per poi tornare daccapo. Ecco perché la Bibbia dice che il popolo ebraico era un popolo di dura cervice. Era? Non lo è ancora?
Soffermiamoci sul testo di oggi. È una stupenda preghiera, una delle più belle della Scrittura, in cui Dio è chiamato Padre e Redentore. Mi riesce difficile commentarla, bisognerebbe leggerla e rileggerla nel cuore.
Inizia con una invocazione che tutti conosciamo, perché viene ripetuta anche nei canti in Avvento in attesa della venuta di Gesù salvatore.
«Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Per scendere bisogna che i cieli si aprano, e ad aprirli sono anche le nostre ripetute invocazioni di fede. Non bastano le parole o i canti, ma le fede che si esprime anche con parole e con i canti. Anche la musica o è mistica o è solo un insieme di note che si intrecciano secondo i capricci dei compositori. Ho sempre presente la scena dell’antico profeta Elia che prende in giro i numerosi sacerdoti di Baal che invocavano il loro dio facendosi anche incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue, ma inutilmente perché il loro dio era sordo e muto.
Sì, i cieli si squarciano quando Dio decide, anche senza le nostre prolisse invocazioni, di scendere sulla terra. Ma la sua discesa dovrà trovare cuori aperti.
Gli esegeti sono d’accordo nel ritenere che si tratta di una preghiera liturgico-penitenziale, ricca di riflessione e splendida nella sua poesia. La cosa interessante è che non si tratta di una preghiera di un singolo, ma è collettiva, dunque di un popolo che ha alle spalle lo splendore di una salvezza ottenuta dalla misericordia e dalla libertà di un Dio che lo ha sostenuto quando era povero e disarmato, e nelle sue traversie storiche lo ha guidato.
Gli esuli, che stanno tentando di restaurare il nuovo rapporto di popolo con Dio, continuano ad avere davanti agli occhi una Gerusalemme distrutta, la discordia nel popolo tornato e quello trovato sul posto. Non c’è pace nella lacerazione e nella diffidenza reciproca.
Interessante quando il profeta, o il popolo prega: «Tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Tu, Signore, sei nostro Padre, da sempre ti chiami nostro Redentore».
“Solo tu sei il nostro Padre”, perché non ci sono più padri a cui rivolgersi. “Abramo non ci riconosce e Israele (Giacobbe) non si ricorda di noi” (v 16). Solo Dio è Padre. E questa è la prima volta che si applica a Dio questo attributo nella Scrittura.
Gli Ebrei erano restii a chiamare Dio Padre come, spesso, i popoli pagani chiamavano i loro dèi. Un tale linguaggio avrebbe facilmente equivocato su ipotetici matrimoni con “le figlie degli uomini”, come la mitologia pagana, invece, ricordava facilmente. I progenitori del popolo, Abramo e Giacobbe, giacciono nella “sheol” (gli inferi: il luogo dei morti) e non sono in grado di soccorrere i vivi. Il vero aiuto può venire solo da Dio il Vivente che si è mostrato Padre quando ha liberato il popolo dall’Egitto.
Pensate ai duri scontri tra Gesù e quegli ebrei che si vantavano di avere come unico padre Abramo, “noi siamo figli di Abramo”. Gesù ha sempre rivendicato di essere Figlio del Padre celeste. Qui non vorrei aprire una lunga parentesi. Ancora oggi c’è chi si sente figlio del fondatore del Movimento ecclesiale a cui appartiene, o peggio sono i guru che pretendono di essere chiamati padri e di chiamare “figli miei” i loro adepti. Qui siamo in una totale distorsione del Cristianesimo.
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