
Beh, Roberto Maroni l’ho sempre definito un essere insignificante, fatuo, debosciato, senza palle, ma soprattutto senza idee, politicamente buono a nulla, da rimandare in qualche band a suonare la batteria. Veramente mi fa pena. Se sono già un po’ triste, mi manda in crisi catalettica!
I leghisti non cambiano mai: dalla testa dura, rozzi, culturalmente inclassificabili, ragionano con la pancia, con la bocca sempre nel trogolo. Fanno di ogni erba secca un fascio: tutto va bene, purché si porti a casa qualcosa, più erba da mettere a seccare, pronta per il pasto quotidiano. E quindi la loro mente è atrofizzata, irrecuperabile, vuota. Non credo che in tutta la loro vita abbiano letto un libro di pensiero.
Pensate alla Regione Lombardia: governata da questa gente da quattro soldi, ma che ha sempre trovato compari di merenda con la cravatta azzurra o gialla, sempre pronti a farsi capanna, a portare a casa benefici e privilegi magari per ingrassare gli orti di Movimenti mai sazi di spaziare oltre il lecito o almeno quei limiti di sacra decenza imposti anche da una pseudo-religione acchiappa-tutto.
E così di male in peggio, da manager incalliti nei vizi di una ingordigia mai soddisfatta a servitorelli a cui basta qualche compensazione oltre la busta paga oltre il dovuto, non si finisce mai di fare di una terra ricca di tradizioni secolari un campo di battaglia, dove si distruggono anche le cattedrali pur di seminare e raccogliere, gustando via via anche solo l’odore di una vendetta ai danni del Bene comune.
Roberto Maroni, rimani pure attaccato alla sedia, ma prima o poi dovrai fare i conti con quella Storia che non perdona! Che tu possa sentire il bruciore di un misero potere che andrà in fumo!
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da L’Unità
Stefano Cagelli
20 ottobre 2015
Maroni si arrocca,
la Lega ripone le ramazze in cantina
Bocciata la mozione di sfiducia dopo il terremoto Mantovani. La Lega che doveva fare pulizia è rimasta prigioniera degli scandali e dei furbetti
“Faremo pulizia”. Così tuonava tre anni fa Roberto Maroni, allora neo segretario della Lega Nord, dopo gli scandali che colpirono in contemporanea il Carroccio, decapitando la dinastia Bossi e il suo cerchio magico, e la Regione Lombardia, portando al collasso della giunta Formigoni. I barbari sognanti di Bobo e di un giovane Matteo Salvini si lanciarono in una campagna forsennata contro il malaffare dei Belsito e delle Rosi Mauro. Tirarono fuori le leggendarie ramazze, simbolo del ritorno alle origini di una Lega dura e pura che non scende a patti con i furbetti.
Un’immagine che si rivelò un’ottima trovata pubblicitaria, ma che cominciò fin da subito a fare a pugni con i fatti. Maroni diventa presidente della Regione Lombardia, lasciando il campo, in Lega, all’astro nascente Salvini, già conosciuto per le sue continue apparizioni televisive ai limiti dello stalking. Il neo presidente, uno dei principali artefici dell’implosione della giunta Formigoni, impone subito una commissione d’inchiesta per fare chiarezza sulle ruberie degli anni del Celeste e di Cielle. Commissione che però non porta ad alcun risultato, come dimostra il fatto che tutti i direttori generali delle Asl giudicati inadeguati sono ancora al loro posto.
Arrivano, poi, in rapida successione altri inchieste, altre ombre: l’indagine sull’ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, quella sui vertici di Ferrovie Nord, la “cupola degli appalti” del marzo 2014 e l’indagine sullo stesso Maroni in ambito Expo per cui finirà a processo l’1 dicembre.
La goccia che avrebbe dovuto far traboccare il vaso della decenza e imporre delle riflessioni in Lega arriva il 13 ottobre scorso: il vicepresidente della Regione Lombardia ed ex assessore alla Sanità, il ras forzista dell’Altomilanese Mario Mantovani, viene arrestato (insieme al suo più stretto collaboratore Giacomo Di Capua) con accuse gravissime: corruzione, concussione aggravata, turbativa d’asta. Sotto indagine finisce anche il braccio destro di Maroni, un altro pezzo grosso leghista: l’assessore al Bilancio Massimo Garavaglia, da Marcallo con Casone (MI).
Un quadro da far invidia a Mafia Capitale, che però non scalfisce i vertici del Carroccio. La mozione di sfiducia delle opposizioni viene respinta da una maggioranza regionale mai così coesa (impaurita dalle conseguenze di una resa), Salvini parte all’attacco della magistratura, lo stesso Maroni si dice soddisfatto della ritrovata unità del centrodestra. Un quadro che, se non fosse così tragico, avrebbe quasi del comico. Bobo ha salvato la poltrona e riposto le ramazze in cantina. Avesse scelto un’altra strada, quantomeno, ci avrebbe guadagnato in dignità.
… Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
perchè non siam Popolo,
perchè siam divisi …
dall’Inno “Fratelli d’Italia”.
Talora capita di sentire ragionamenti delle varie forze politiche, in base ai quali un determinato partito (ovviamente il proprio) sarebbe diverso dagli altri, onesto, pulito ecc…
devo dire che mi ha sempre atto sorridere..
L’onestà sta nei singoli, non nei partiti.
Uno disonesto può anche cambiare mille casacche, ma se è disonesto continuerà ad esserlo, pur in partiti/movimenti diversi.
Quella del partito/movimento diverso, è solo una pia illusione.
Se un sistema politico, come già dissi, è marcio di suo, difficile che un partito se ne tiri fuori.
Forse all’inizio , ma poi, quando entra nella stanza dei bottoni…..
In tutto questo, certo, ci sono persone oneste, ma l’onestà, appunto, sta nei singoli, non certo in questa o quella forza politica.
L’importante è sparare al bersaglio grosso, almeno sei sicuro di colpirlo. Se poi il bersaglio grosso è la capitale d’Italia, l’odiata Roma “ladrona”, tanto meglio. Gli organi di informazione servili e opportunisti, che nel nostro paese pullulano da sempre, coglie l’occasione al volo e versa fiumi di inchiostro e di parole per fare il tiro al piccione sul sindaco, che ha solo la colpa di essere un galantuomo, e sul sistema, arrivando a coniare l’orrenda definizione di “mafia capitale” che fa presto a prendere piede e diventare un simbolo. Del resto gettare fango su Roma è uno sport nazionale, perché l’Italia non è e non è mai stata una nazione unita e solidale, ma un’accozzaglia di comuni, quartieri, contrade ciascuno fiero del proprio individualismo e sempre in conflitto con i vicini, non per niente è la patria del campanilismo. Gridi di allarme simili vengono levati solo quando i fatti di cronaca nera riguardano anche il sud, storicamente patria del banditismo, della camorra, della mafia e di tutte le organizzazioni criminali di questo tipo. Nessuno che si chieda come mai la “questione meridionale” sia nata dopo la guerra di espansione e di conquista dei Savoia che hanno spazzato via la nascente industria moderna dello stato borbonico ed una economia solida, privando quei territori e suoi abitanti delle principali fonti di sostentamento…
Altra storia, invece, se gli scandali si verificano al nord, in particolare in quella regione che si autodefinisce “locomotiva d’Italia”, dove da decenni la corruzione impera sia che governi il celeste protetto dalla chiesa e dal piazzista di Arcore oppure la famelica lega che concepisce la politica come una tavola imbandita a cui accomodarsi cercando di arraffare il più possibile. Nessuno scandalo, rientra tutto nella norma, o fa parte delle “disfunzioni del sistema” che, notoriamente purtroppo, affliggono tutte le democrazie moderne. Insomma, qualche tributo bisogna pur pagarlo alla libertà e al progresso.
Prima che qualcuno mi processi, mi dichiaro colpevole, lo riconosco, la mia è una presa di posizione di parte, ma tutto sommato abbastanza realistica, oltretutto non potrebbe che essere così, perché sfido chiunque ad essere del tutto obiettivo. Ognuno di noi in quanto individuo ha il suo un punto di vista personale che spesso si differenzia da quello altrui, basta ammetterlo.