21 febbraio 2016: SECONDA DI QUARESIMA
Dt 6,4a; 11,18-28; Gal 6,1-10; Gv 4,5-42
Il verbo “essere” presente in tutto il nostro linguaggio
Come abbiamo detto domenica scorsa, la Quaresima è il tempo propizio del silenzio, dell’essenzialità e della gratuità, le cui radici sono nell’essere umano: anzitutto, in quanto essere, ovvero quel mondo interiore dove ciascuno scopre la propria identità divina. Da qui, poi, viene l’umanità. “Essere”, poi “umano”.
Se fate caso, il verbo “essere” è usato frequentemente, quando pronunciamo le parole o le frasi a senso compiuto. Non possiamo quasi parlare senza usare il verbo “essere”. Già questo dovrebbe dirci quanto l’essere sia importante anche nel nostro linguaggio. Toglietelo, e resteremmo quasi muti. Forse sarebbe l’occasione, se restassimo muti, che riscoprissimo quell’essere che il più delle volte usiamo, ma a sproposito. Siamo così abituati al verbo “essere” che non ci accorgiamo di maltrattarlo, cambiandone il senso profondo. Diciamo addirittura che quella cosa “è”, considerandola però nel suo aspetto più banale, più materialistico, più egoistico.
La Quaresima alla riscoperta del senso mistico dei brani del Vangelo
A questa premessa vorrei aggiungere che ho scelto quest’anno di soffermarmi unicamente o quasi sui brani evangelici, tanto più che, come più volte ho detto, appartengono al Vangelo di Giovanni e della sua comunità, che hanno riletto l’incarnazione di Cristo alla luce della mistica, andando ben oltre gli aspetti diciamo strettamente storici della vita di Cristo.
L’incontro “mistico” di Gesù con la samaritana
Anche i non credenti e gli atei, davanti alla pagina del Vangelo di Giovanni che narra l’incontro di Cristo con la donna samaritana, non potrebbero restare indifferenti, o rifiutarla semplicemente perché si parla di argomenti che sembrerebbero, a prima vista, di un mondo “estraneo” al loro. Nulla è estraneo all’essere umano, quando si parla di essere, perché l’essere non ha religione, e non sopporta pregiudizi ideologici.
Sì, anche quella donna di Samaria era religiosa, ma la sua religione era fuori dei confini della religiosità giudaica, che aveva fatto dell’unico Dio un pretesto, solo un pretesto di superiorità, scendendo tanto in basso da uscire dagli orizzonti dell’Essere divino.
Ogni religione corre questo rischio, ed è un rischio tale da togliere all’essere umano la sua qualità principale, che è quella di “essere”, anzitutto. Certo, anche la samaritana, adorando a modo suo il proprio dio, quello venerato sul monte Garizim, aveva problemi di vista. Ma, a differenza degli ebrei, detentori del monopolio religioso, quella donna straniera si trovava in vantaggio: era eretica, appartenente a un popolo “bastardo”, un miscuglio di razze diverse. Non solo era una donna eretica, ma anche fuori di ogni regola morale convenzionale.
E Cristo che cosa fa? Sceglie proprio questa donna eretica e anti-convenzionale per affidarle uno dei più grandi messaggi della storia umana.
Immaginiamo la scena. C’è un pozzo, e il pozzo richiama mille simbologie, tra cui una in particolare: è profondo, e come tale richiama l’essere. Più l’acqua è profonda, più è buona. Più scendiamo dentro di noi, più l’essere si spoglia di ogni scoria.
Obiezione
Vedo qualcuno arricciare il naso, e dire: “A me basta avere un po’ d’acqua da bere, e possibilmente evitare di fare tanti sforzi. A me basta possedere quel minimo perché possa avere anche il tempo per fare altro. I mistici non sono altro che buontemponi, che hanno già risolto i problemi della vita, perché fortunati o perché di questo mondo se ne fregano”.
Pensatela come volete. Io guardo la realtà, e la realtà mi dice che i problemi dell’essere umano non sono mai stati risolti, togliendo di mezzo l’essere, ovvero l’essenza del nostro vivere. Ci siamo costruiti un mondo di sogni, di desideri, di ansie, di voleri, che hanno sempre portato lontano dal vero ideale, che è l’essenzialità dell’essere umano.
Il pozzo
Inoltre, attorno a quel pozzo immagino tanta solitudine, prima dell’arrivo di Cristo, e di quella donna. I discepoli se ne erano andati, a fare provviste di un altro pane. Cristo, invece, ha sete, e avrà sete anche sulla croce, di ben altro. C’è sete di qualcosa, e c’è sete di qualcuno. C’è sete, e basta. L’essere si fa sete.
Quella donna samaritana arriva al pozzo, che è fuori città e perciò isolato, per attingere acqua. Come solitamente faceva tutti i giorni. Ha tutto l’occorrente per attingere. Ma Cristo è a mani vuote, non ha nulla. Chiede acqua, sapendo di irritare quella donna di un altro popolo, di un popolo odiato dagli ebrei. C’è quasi un battibecco. È l’inizio della discesa. Discesa nel pozzo dell’essere. Io… tu… Il dialogo inizia, quasi imponendosi l’uno sull’altro. Ci si scambiano battute. La donna vuole far valere la sua concretezza, Cristo ha solo dalla sua la Parola che parla al futuro, già presente. I tempi stanno per arrivare, ma sono ancora lontani. Però, basta già sapere che potrà esserci un futuro diverso, se… la donna accetterà la scommessa, la sfida, l’incerto.
Il Tempio
Cristo le apre un mondo sconfinato, al di là del tempio di questo o di quel dio: è il Tempio del Dio cosmico, che non ha religioni. Il culto perderà ogni forma, ogni struttura, ogni dogma. L’unico dogma è quello di un Dio che non ha dogmi. Sì, perché il vero Dio è lo Spirito che non puoi toccare, allo stesso modo con cui si tocca l’acqua fisica del pozzo. Lo Spirito è nel pozzo dell’essere umano.
Credenti o non credenti, è tutta questione di “essere”. E l’essere non è né religioso né laico, né clericale né anticlericale. Siamo spirito, per natura. Siamo esseri divini, per natura. La religione adora Dio “fuori” di noi, in un tempio. L’ateo sembra rifiutarlo perché non lo vede. Entrambi, religiosi o atei, siamo in realtà forestieri a noi stessi, e, di conseguenza, estranei al Divino che c’è in noi.
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