
da www.huffingtonpost.it
19 Novembre 2025
Zygmunt Bauman.
Cent’anni e tre esili di un uomo fuori dalla tribù
di Wlodek Goldkorn
Era nato, oggi, un secolo fa. Vita e emigrazioni forzate e volontarie fra Polonia, Urss, Israele e Gran Bretagna. Al centro della sua riflessione le contraddizioni e le ambivalenze della modernità. Opera e eredità di un sociologo eclettico e indipendente che rifiutava i nazionalismi e il ruolo del profeta
Alle domande a cui non voleva rispondere reagiva con la frase “sono un sociologo”, un modo non per troncare il discorso ma per spiegare che lui raccontava, interpretava e analizzava i fenomeni sociali, le loro cause e svolgimento ma non gli interessava fare il profeta, indicare le ricette su “che fare”, né tantomeno azzardare previsioni sul futuro. Diceva anche di essere una specie di uccello, una “rara avis” e al contempo un ornitologo, ossia, che nelle ricerche e narrazioni partiva dalla sua esperienza personale, a riprova dell’assurdità di ogni pretesa per cui la validità e la qualità del racconto dipendano dalla presunta imparzialità e dal non coinvolgimento personale di chi parla. E infatti la sua principale opera è stata la riflessione sulla modernità, articolata in quella che lui chiamava la “trilogia” – La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti; Modernità e olocausto e Modernità e ambivalenza – scritti fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta del Novecento. Confessava che quelli erano i suoi tre libri più personali. Aggiungiamo che in quei testi dimostrava di essere un erede dei giganti del pensiero critico del secolo scorso; prima fra tutte Hannah Arendt.
Cent’anni fa, il 19 novembre 1925 a Poznan, in Polonia, nasceva Zygmunt Bauman. Nella sua vita è stato due, o forse tre volte un esule. Ma prima di tutto questo, da ragazzo ha conosciuto il fenomeno dell’antisemitismo, dell’esclusione in quanto “altro” sulla base di un pregiudizio antico quanto idiota (nel senso di irriflessivo) e che torna ciclicamente. Il primo esilio fu la fuga, assieme al padre, in Unione sovietica nel 1939, dopo l’invasione nazista della Polonia. Raccontava spesso un paradosso: fu in Urss che venne riconosciuto come polacco, un’appartenenza che gli veniva negata invece dagli antisemiti dell’estrema destra del suo Paese. Il secondo esilio era quello del 1968. Questa volta in seguito a una campagna antisemita scatenata non da estrema destra, ma dal potere comunista e mascherata da una “lotta al sionismo” ma con l’uso della stessa retorica dei fascisti d’anteguerra. Per la cronaca: sulle pagine dei giornali di regime, Bauman era raccontato come un capo “sionista”, nemico della patria. Il terzo esilio, questa volta volontario, ebbe inizio nel 1971, quando infastidito dal clima dell’euforia nazionalista in Israele in seguito alla guerra del 1967 e dalla realtà dell’occupazione, dopo tre anni di insegnamento all’Università di Tel Aviv se n’era andato a Leeds, in Gran Bretagna.
Da queste esperienze trasse una conclusione semplice: occorreva non solo essere contro ogni nazionalismo (cosa per lui ovvia) ma non aderire ad alcun pensiero “tribale”, ai codici semantici rigidi e alle terminologie che segnano appartenenze ma non spiegano niente. Critico del capitalismo non si dichiarava anticapitalista, avversario del sionismo non si definiva antisionista, critico e vittima del comunismo mai si è arruolato (parole sue) nelle file degli anticomunisti.
Il pensiero di Bauman è stato eclettico, le sue fonti variegate, spesso a sostegno delle sue ipotesi citava romanzi o opere teatrali, in particolare Molière, amava richiamare i filosofi, Heidegger e Lévinas, Derrida e ovviamente Arendt. In privato si divertiva a discorrere di calcio e di come le squadre cambiavano carattere a seconda dell’avversario. Il suo metodo era una specie di “non metodo” e infatti ha lasciato molti orfani, ma non una scuola di pensiero né allievi veri: un po’ come appunto Arendt. O se vogliamo, il suo “non metodo” era un metodo: ascolto, attenzione ai dettagli che svelano il rimosso, capacità di stupirsi per le cose considerate ovvie e insofferenza per la banalità. Non costruiva la sua identità su contrapposizione a un soggetto avversario o nemico, ma sulla sua libera scelta. Parlava della necessità di essere indipendenti dal giudizio altrui, di avere un linguaggio autonomo, a patto di essere consapevoli che il foro interno, il tribunale della coscienza che ognuno di noi ha nel suo intimo, sarebbe stato severo. Curioso, accettava volentieri di farsi intervistare non per vanità ma perché le conversazioni con i giornalisti erano fonti del sapere. Tuttavia non tollerava le domande ossequiose né scontate, conversava con tutti a patto di essere stimolato e anche contestato.
Si è detto che i suoi testi più personali e più importanti erano quelli sulla modernità. Si tratta di libri che contengono le tesi più difficili da digerire per chi si rifiuta di accettare che nella modernità e specie nel pensiero illuminista è insita una contraddizione di conseguenze atroci. Bauman amava ricondurre questa contraddizione alla disputa intorno al terremoto di Lisbona nel 1755 su come padroneggiare la natura, come riordinarla, controllarla, sottoporla al regno e alle regole della Ragione. L’ambivalenza era questa: i propositi di stampo razionalista e illuminista hanno portato l’Occidente alla prassi di esclusione e eliminazione di ogni elemento considerato nocivo, nella natura e fra gli umani. L’origine del razzismo, dell’antisemitismo, dei genocidi, della Shoah stava in quella ambivalenza in quella contraddizione; per rendere il mondo perfetto, per includere tutti si escludono e eliminano parti del genere umano.
Negli ultimi decenni della sua esistenza terrena, Bauman ha molto riflettuto sulla frammentarietà del mondo, su coincidenza (e non determinismo che cerca l’origine “vera” dei processi) come fattore degli accadimenti, sulle incognite di un universo al tramonto e l’incertezza del nuovo. Sempre da “sociologo” (e semplificando) prediligeva il “disordine” di Simmel alla “razionalità” di Durkheim. Per qualche anno ha praticato la fotografia, un modo questo per raccontare con un linguaggio visivo le riflessioni sul tema di solitudine e disgregazione della società. Poi è tornato alla scrittura con una serie di libri su vari aspetti della modernità “liquida” o se vogliamo della società “liquida”. Non usava il termine “post-modernità”, ha sempre insistito invece sulla parola modernità, che cambiava carattere e volto. Parlava del divorzio fra potere e politica per cui i politici fanno promesse che sanno di non poter mantenere, della dissoluzione del legame fra capitale e territorio per cui non esistono più città fabbrica, spiegava come la crisi della sinistra andasse pensata in termini sociali e non di ideologia: era la scomparsa dei modi di vita della classe operaia con i suoi quartieri, luoghi di aggregazione, comunanza del destino la causa di questa crisi. E ancora, aveva capito come la rete e i social media fossero dei dispositivi per creare solitudine, aggressività e come un clic o un post non fossero impegno né politico né sociale. Spiegava come la rete incoraggiasse la chiusura nella bolla di chi la pensa allo stesso modo e favorisca la cancellazione dell’altro. E rifletteva sul modo in cui, in certi periodi, come questo che stiamo vivendo, quando viene posta l’alternativa fra libertà e sicurezza, le persone optano per la sicurezza (o il suo simulacro).
Non si può sapere cosa avrebbe detto e pensato una persona che non c’è più. Ma so che gli avrei chiesto cosa pensasse di questa America, non l’America di Trump, ma di New York che coopta al massimo livello un immigrato prodotto di un’élite cosmopolita e laicizzata, figlio di un intellettuale di origini indiane cacciato dall’Uganda allo stesso modo in cui lui Bauman fu cacciato dalla Polonia, e sposato con un’artista figlia della borghesia siriana. Gli avrei chiesto se Zohran Mamdani è un’eccezione o invece un segno della vitalità della società Usa e della sua capacità di rinnovarsi. Una domanda a un sociologo, saggio teorico delle contraddizioni e ambivalenze e non un ideologo.
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