Tra Chiesa-istituzione Umanità e Coscienza

 

di don Giorgio De Capitani

La peggiore mortificazione e umiliazione di una persona sta nel soggiogarla a tal punto da farla sentire in colpa per ciò che è: nella sua libertà di pensiero e nelle sue scelte. Non è questione di modo di essere, intendendo per modo il carattere, l’apparire, l’esprimersi, il porsi davanti agli altri e alle proprie responsabilità. Il modo perciò è soggettivo, variabile, mutevole. L’essere no. L’essere è anche cultura, ideale che si fa convinzione, libertà di pensiero che è ricerca della verità che non conosce la parola fine. L’essere è coscienza di valori universali. Apertura all’Umanità. L’essere è relazione cosmica in un dinamismo mai scontato, che sorprende per la sua profonda armonia.

È chiaro che, volere o no, si è tutti quanti dentro una struttura. Ma non bisogna far sentire a nessuno l’obbligo di una stretta appartenenza neppure nel caso in cui avessimo scelto liberamente una determinata struttura. Ma nessuno sceglie la struttura in sé: si sceglie l’ideale che va ben oltre la struttura che vorrebbe incarnarlo. E, tanto per essere chiari, neppure la Chiesa in quanto struttura è stata ed è oggetto di scelta da parte di chi è stato ordinato prete o ministro di Cristo. La mia scelta ha riguardato prima di tutto Cristo. La Chiesa non può avanzare diritti sui miei ideali, imponendomi dei freni. L’obbedienza al proprio vescovo non è rinuncia a ciò che si è in quanto ministri di Cristo. Non ho rinunciato al mio essere, ai miei pensieri, alle mie ricerche della verità, ai miei sogni, ai miei desideri di ideali su cui nessuno potrà mai porre i propri sigilli.

Certo, faccio parte della Chiesa cattolica, ma non vorrei mai sentirmi schiavo di una Chiesa che pretendesse di chiudere l’universo tra le quattro mura di una religione. Quando affermo e sostengo che sono ministro dell’Umanità, intendo dire questo: sono al servizio di una Chiesa che però si apre all’Umanità. Questo è il mio fine: servire l’Umanità. La Chiesa è solo un mezzo. Cristo del resto che cosa fatto? È venuto a liberare l’Umanità dalle strettoie di strutture anzitutto religiose che l’avevano bloccata, arrivando al punto di mettere tutto, anche l’Umanità, al servizio della legge religiosa. Cristo non ha fondato una Chiesa perché tradisse il suo progetto. Ed io mi sento ministro di Cristo che, per mezzo della Chiesa, vuole realizzare il suo intento: quello di liberare il mondo dal peccato, ovvero dal potere che vuole soggiogare l’Umanità.

In questa prospettiva evangelica, anche le nostre prospettive cambiano: cambia il modo con cui mi confronto con i punti di riferimento che da secoli, diciamo forse fin dagli inizi del cristianesimo, sono stati imposti dalla Chiesa, anche perché – siamo chiari – la struttura esige tali punti di riferimento con obblighi il cui scopo, con l’apporto dell’obbedienza resa sacra, consiste proprio nel proteggere e sostenere la struttura gerarchica. Quando non si hanno validi argomenti per frenare gli spiriti ribelli i superiori si appellano all’obbedienza.

E qui vorrei dire una cosa, e la dico con una certa sofferenza. Non sopporto più quel paternalismo degli organi gerarchici che agiscono sui dissidenti o spiriti liberi alla stregua di chi vorrebbe salvare l’anima di un traviato, destinato alla perdizione. Te lo dico per il tuo bene: ravvediti! Te lo dico perché ti voglio bene. Te lo dico in nome di tutti i confratelli che tu stai disonorando. Te lo dico… ecc. ecc.

La cosa assurda è questa: il paternalismo sembra la prerogativa di chi è investito di potere, che si sente perciò in diritto di porsi al di sopra anche di uno più anziano di lui, che magari ha più esperienza, magari all’esperienza ha saputo unire una grande apertura d’animo. Immaginate uno che ha fatto un certo percorso di vita, che ha fatto certe scelte dure e scomode, che finalmente si sente libero di percorrere la via della verità proprio perché non è frenato da una carica che per forza di cose rende prudente chi ne è stato investito, e costui si sente dire da un pivello: Caro, ti voglio aiutare a rientrare in riga. E se non lo fai, uso i mezzi del potere per frenarti.

Gli spiriti liberi, invece che creare paura, dovrebbero essere un esame di coscienza per l’autorità costituita dal potere della Chiesa. Gli spiriti liberi sono un pungolo anche per le stesse comunità cristiane, così passive e soggette agli ordini della gerarchia.

L’umiltà (parola che deriva da humus, terra) non è una virtù-qualità di essere che appartiene alla gerarchia, la quale invece la impone ai suoi sudditi, perché più dolcemente  obbediscano agli ordini di scuderia. Nella Chiesa-struttura l’umiltà è una indegna umiliazione a cui è sottoposto l’essere umano. Tu sei nessuno, sei polvere. Neppure dovresti respirare. Questa non è la Chiesa di Cristo. Non è la mia Chiesa.    
 

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7 Commenti

  1. dave ha detto:

    Caro Don Giorgio, questa è una chiesa che ha perso completamente la sua dimensione profetica e quindi non riesce più a cogliere le tracce di verità.
    Il profeta comunque è così: indissolubilmente legato con un braccio a Dio e con l’altro al suo popolo in perenne tensione. Possa solo consolarti che sei in ottima compagnia sia nel passato che nel presente della nostra Chiesa! Sono pochissimi gli uomini di Chiesa che hanno saputo riconoscerli, uno di questi è stato Giovanni XXIII che infatti li ha voluti accanto a sè al Concilio.

  2. alessandro ha detto:

    Fai bene a far conoscere le pressioni che ricevi dalla tua gerarchia perché ci aiuta tutti a liberarsi da questi lacci.
    Prego per te e per tutti gli spiriti liberi presenti nella chiesa.

  3. diogene ha detto:

    … dal tuo sofferto sfogo si intuisce che la Chiesa-struttura ti sta rendendo la vita difficile. Solito sistema usato da sempre per tarpare le ali agli spiriti liberi.
    Non preoccuparto don Giorgio, per me (e penso anche per molti altri amici) sei e sarai sempre PRETE o MINISTRO DI CRISTO!

  4. Gioele ha detto:

    Stai tranquillo, don Giorgio, non vengo certo io a dirti se ha ragione o torto. Io sono convinto che il dubbio rappresenti una prova inaggirabile dell’intelligenza umana. Tuttavia le posso raccontare una piccola storiella ebraica. E’ vecchia, ma a me piace tanto e, sono sicuro, può far proprio al caso tuo.
    Un giovane Rabbi doveva seguire un corso di Esegesi della Torah che gli risultava davvero difficile. Non dormiva la notte, le candele di fronte al suo volto infossato si consumavano come fiammiferi, il giovane Rabbi non riusciva a penetrare i segreti della Sacra Torah! Si decise, quindi, ad abbandonare il suo Ministero, ma prima volle visitare il suo Maestro, quello che fin dalla yeshiva (scuola primaria) aveva colto in lui la sacra fiamma. Il vecchio Maestro, il Santo Rabbi di Vilnius,ascoltò la storia del suo allievo attentamente e, compreso il suo problema gli intimò di RESTARE al suo posto. “Racconta al tuo Rabbi Capo che sai tutto, tutto della Sacra Torah”! Ed il giovane:”Ma non è vero…non riesco a penetrarne i segreti”. Fu così che il Maestro, il Santo Rabbi di Vilnius gli rispose:” Fai agli altri tutto ciò che vorresti fosse fatto a te e, di converso, non fare agli altri tutto quello che non vorresti fosse fatto a te…IL RESTO E’ CONVERSAZIONE” !!!

  5. Giuseppe ha detto:

    Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: “permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio” mentre tu non vedi la trave che grava sul tuo?
    Diciamolo con franchezza, il paternalismo spesso è insopportabile e raramente è sincero. Per di più si basa sul presupposto che esista una disparità di condizione tra gli interlocutori, perché solo chi ha una posizione o semplicemente un atteggiamento o un complesso di superiorità, si sente in dovere di redarguire e incoraggiare con ostentata condiscendenza chi ritiene, a torto o ragione, di rango inferiore. Che qualcuno, pur dotato di autorità o di prerogative specifiche, ci venga a fare la paternale sul nostro comportamento o peggio ancora sulle nostre capacità, anche se non gli viene richiesto o al di fuori di un rapporto di stretta dipendenza gerarchica, non solo è irritante, ma oltremodo offensivo. Tanto più che aderire ad una fede o sentirsi parte di una comunità, non significa esserne prigionieri o peggio ancora schiavi. Oltretutto, se ci riferiamo alla chiesa cattolica, non è che l’esempio che ci viene dalle gerarchie sia così limpido e inviti a iitarne sempre e comunque la forma e i contenuti. Il padre eterno nella sua immensa misericordia ci ha dotato del libero arbitrio e di una coscienza per assisterlo e, se siamo sinceri con noi stessi, sappiamo per primi e meglio degli altri quando commettiamo qualche errore. Per scelta o anche solo per buona educazione, sono portato a rispettare chi è più saggio e riveste un ruolo importante, ma il grado o la carica non sono di per sé un marchio di garanzia che si tratti di persone degne e migliori di me, e che qualunque cosa dicano e facciano mi debba sentire in dovere di condividerla, se la ritengo sbagliata. Sono convinto che l’insegnamento di Gesù Cristo pur non essendo sdolcinato e lassista, sia colmo di amore e improntato alla comprensione, all’indulgenza, alla accoglienza e alla condivisione e che voglia sollecitare in noi una sana libertà di spirito e di senso critico, soprattutto verso noi stessi.

  6. Luciano ha detto:

    Caro don Giorgio, concordo in tutto su ciò che ha scritto. Obbedienza non vuol dire annullarsi ma vivere in maniera propositiva e critica. Ma questo non è accettato da chi gerarchicamente è inserito nella struttura chiesa istituzionale. Concordo che i consigli non richiesti e dati con la presunzione di volere il bene dell’altro, vengono tenuti nella giusta considerazione. La Chiesa, quella di Cristo, per intenderci, non abita in palazzi di marmo e non è asservita a nessun potere temporale, desidera solo mfarsi prossimo di ogni uomo. Attualmente, vedo poca propensione in merito e, chi, come lei, va sopra le righe è inondato dalla gerarchia da “buoni consigli” a fin di bene. Caro don Giorgio, continui il suo cammino che è popolato da tante persone che, come lei sono desiderose di vedere la Luce Vera. Buona giornata.

  7. Gianni ha detto:

    Giusto, quello che io ho sempre pensato….
    il cattolicesimo è una cosa,
    il cristianesimo radicale, tutt’altra cosa.
    Proprio per questo sono praticamente inconciliabili.
    E’ logico che uno poi dica, se abbraccia realmente, fino in fondo il cristianesimo radicale, “questa non è la mia chiesa”.
    Del resto, quanti ideali sono stati traditi da istituzioni e realtà storiche, nel corso del tempo?
    Persino fascimo e nazismo ebbero il consenso, ad esempio, di ecclesiastici e di partiti popolari e liberali, si, persino il nazismo, mi riferisco al partito cattolico di centro Zentrum.
    Le strade della storia sono disseminate di ideali, in teoria rappresentati da certe istituzioni o componenti, che poi spesso sono state proprio le prime a tradire quegli ideali.
    Per la chiesa non è diverso.
    Non mi risulta che Cristo abbia mai mandato al rogo nessuno, mentre la chiesa cattolica, invece, si.