22 febbraio 2026: PRIMA DI QUARESIMA
Is 58,4b-12b; 2Cor 5,18-6,2; Mt 4,1-11
Arriva la Quaresima e, come per l’Avvento, si è costretti a dire le solite cose: ovvero che si tratta di un momento che la Liturgia chiama “forte””, e che, se ce lo ripete, vuol dire che “forte” non sia così evidente, anche se, a differenza dell’Avvento, il periodo quaresimale non sembra così sfruttato dal consumismo anche perché in realtà il Mistero pasquale è già di per sé così essenziale da essere quasi asciutto, esente da ogni emotività. Ad emozionarci casomai sono i riti liturgici e le loro letture, in particolare mi riferisco ai giorni della Settimana Santa nel suo grande triduo: il Giovedì, il Venerdì e Sabato Santo. La Quaresima è così quasi intoccabile che si cerca di interromperla materialmente inserendo qualche giorno di carnevalino.
Ed è qui che vorrei dire una cosa forse troppo “forte”: o noi credenti torniamo ad essere seri ovvero misticamente credenti nel Mistero divino, perciò in tutta la sua purezza, oppure non lamentiamoci se stiamo perdendo ogni valore, che volere o no è intimamente legato al Mistero divino. E qui non vorrei scomodare nomi famosi, santi o profeti o altro, per motivare ciò che penso o meglio ciò che tutti dovremmo pensare sul come vivere il periodo che ci prepara al Mistero pasquale.
Se non svuotiamo la Quaresima di tutto ciò che è inessenziale, ovvero di inutile, di troppo, di eccedente in riferimento al Mistero divino, il nostro destino di cristiani falliti sarà irreversibile. E già siamo su una china paurosa: paurosa solo per chi è sveglio, e perciò vede, si accorge e teme l’irreparabile, mentre per tutti i dormienti, ovvero per la massa, tutto sembra normale, tranquillo, anzi si sognano cose stupefacenti, in preda appunto agli stupefacenti di un consumismo che da anni sta intaccando pseudo credenti, che però si aggrappano a qualche rito, a qualche cerimonia, a qualche attività puramente ventresca.
Lasciatemi almeno il lusso di qualche ricordo nostalgico: che dire oggi dei cosiddetti “quaresimali” che un tempo attiravano in chiesa una folla di cristiani, anche attratti da una certa teatralità di frati, ben preparati ad hoc, solitamente due, uno che sul pulpito a destra di chi guardava l’altare, faceva la parte di Cristo, e l’altro, sul pulpito di sinistra, che faceva la parte del demonio? Era una dotta catechesi fortemente dialettica, che catturava l’attenzione della gente. E poi c’era dell’altro: sì forse era troppo, ma tra il troppo di una intensa catechesi e di forti incontri di preghiera di un tempo e il nulla di oggi, sostituito però da cose extra liturgia, extra interiorità, l’abisso sembra deleterio.
Del resto, nemmeno i nostri antenati inventavano cose interessanti, se già il terzo brano di oggi, tolto dal Vangelo secondo Matteo, è un racconto espresso in modo teatrale, attraverso un dialogo tra Gesù e il demonio. Va letto però non alla lettera, ma nella sua carica simbolica.
Già il numero quaranta è prettamente biblico, da non prendere come successione del tempo, ma da interpretare in riferimento ad altri episodi legati al numero quaranta. E questi riferimenti sono numerosissimi. Quaranta è una cifra simbolica: rappresenta momenti salienti dell’esperienza di fede del popolo di Dio e anche del singolo credente. Così va letto il numero quaranta anche per quanto riguarda il tempo delle tentazioni di Gesù.
Lo stesso episodio delle tentazioni di Gesù non va inteso alla lettera: non sono fatti esteriori, come se a Gesù il diavolo si fosse presentato in carne ed ossa e lo avesse tentato, prima provocandolo sulle pietre da trasformare in pane, e poi conducendolo sul pinnacolo del tempio perché si buttasse giù senza alcun timore, essendo già pronti gli angeli protettori; infine, portandolo su un alto monte e ordinandogli di prostrarsi ai suoi piedi, così da ricevere in dono tutti i beni materiali della terra.
Tutto si è svolto nell’animo di Gesù, e così succede per ogni essere umano, là dove si svolge la lotta tra il Sommo Bene, che è Dio, e il suo avversario, che è il Maligno, che è quell’”amor sui”, come dicono i Mistici, che è l’ego distruttivo dell’essere umano.
L’aver esteriorizzato da parte degli evangelisti Matteo e Luca, in modo anche spettacolare, le tre tentazioni di Gesù è interessante e indicativo di ciò che possono essere le prove, a cui ciascuno di noi è soggetto ogni giorno.
Possiamo così classificare le tre tentazioni: del materialismo, del sensazionalismo e del delirio di onnipotenza. Sarei tentato di soffermarmi sul delirio di onnipotenza, presente anche nel nostro piccolo ambiente, e forse anche in noi stessi.
Ma vorrei insistere sulla tentazione della pancia, ed è per questo che mi soffermo sulla prima tentazione: voler trasformare le pietre in pane. Talora si ha l’impressione che certe frasi che troviamo nella Bibbia siano paradossali, secondo lo stile semitico che amava i paradossi, e anche Gesù li usava. Uno potrebbe chiedersi: come si può già pretendere da Dio che trasformi le pietre in pane? Ma ciò che Dio non vuole fare, l’uomo lo fa: trasformare tutto ciò che è materiale pietre in pane? Del resto, quando pensiamo al pane, pensiamo a quello materiale, che nutre il corpo fisico. E quando Cristo ha parlato di un Pane, lui stesso in persona, l’unico a nutrire l’essere umano nella sua realtà più profonda tutti i suoi numerosi discepoli lo hanno abbandonato: solo Simon Pietro a nome dei Dodici ha riconosciuto che solo Lui, il Maestro, era il vero Pane della vita.
Cristo come risponde all’invito del diavolo di trasformare le pietre in pane? Citando le parole del libro del Deuteronomio 8,3: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Mi si dirà che il Figlio di Dio si è fatto carne per stare più vicino alla realtà esistenziale, che è fatta anche di carne. Rispondo che l’evangelista Giovanni parla di Logos che si è fatto carne: il Logos (o Verbum o Parola) è il Pensiero eterno di Dio, la Sapienza super sapiente. È del Logos, del Pensiero eterno, della Sapienza divina che dobbiamo nutrirci, e non tanto del Cristo storico. Non siamo cannibali, ma affamati di quella divina infinita realtà, del tutto spirituale, che costituisce l’essenza del nostro essere.
La tentazione della carne, del cibo che nutre la carne è sempre in agguato, e oggi si è fatta “fissazione politica” di un governo populista che accarezza il ventre di una massa di istinti selvaggi che ha perso la testa o la capacità di pensare.
“Non di solo pane vive l’uomo”, ma di una parola che entri nel cuore e lo converta, stabilendo o ristabilendo quel dialogo con il mondo del Divino, che è stato come sepolto da un mondo talmente materialistico o carnale da rendere l’uomo quasi un cadavere ambulante.
La Quaresima è un momento di riflessione, ma per riflettere bisogna fermarci, pe porci seriamente domanda: Di che cosa abbiamo veramente bisogno? Non vogliamo neppure fermarci, siamo trottole impazzite, per porci la vera domanda della nostra vita. Di che cosa abbiamo veramente bisogno per star bene nel nostro essere?
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