Omelie 2026 di don Giorgio: QUINTA DI QUARESIMA

22 marzo 2026: QUINTA DI QUARESIMA
Es 14,15-31; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53
Più si avvicina il momento drammatico della passione di Cristo e il momento glorioso della sua risurrezione, non so se sia giusto dirlo, ma lo dico lo stesso: mi è sempre più difficile parlare del popolo ebraico, come popolo eletto, ai tempi dell’Antico Testamento, in tutte le sue molteplici vicissitudini che lo hanno coinvolto in bene e in male, e ciononostante il Dio dell’Alleanza viene sempre presentato dagli antichi Profeti come un Dio ostinato a non venir mai meno al suo patto di liberazione del “suo” popolo, ma di dura cervice, sempre pronto a tradirlo. E arriveranno, questi Ebrei, giunto il Messia, a metterlo su una croce come un maledetto, per poi ricadere su di loro l’infamia di essere un popolo maledetto.
Ma, sapendo in modo convinto che tutto è Parola di Dio, una Parola che conforta e salva, convinto che tutto è Grazia, soprattutto quando Dio è tradito dai suoi stessi fedeli, pronti a prostituirsi ad altri dèi, tra cui il dio mammona, il dio soldo, il dio potere, il dio vendicativo, il dio possessivo, partorito da menti perverse che violentano i diritti di popoli, sempre visti come possibili nemici da combattere e da distruggere, mi chiedo se oggi il dio degli ebrei sia lo stesso Dio pronto a perdonare le loro infedeltà, o se di quel Dio dell’Alleanza e dei Profeti non sia rimasto neppure un’ombra. E allora hanno ragione quanti affermano che gli attuali Ebrei sono il popolo più ateo che esista sulla terra.
Tuttavia, ripeto, anche la parola dell’Antico Testamento è da leggere con fede pura, anzi è forse il libro di Dio più difficile da leggere, ma non nel senso che è di difficile interpretazione dal punto di vista esegetico o storico, ma proprio perché di mezzo, scelto da Dio stesso, ecco il paradosso, a fare la parte dell’intermediario tra Lui, il Dio dell’Alleanza, e le altre nazioni, è il popolo d’Israele. Doveva essere solo il portavoce delle rivelazioni divine, ma questo popolo, di dura cervice, si è rinchiuso quasi a proteggere per sé la parola di Dio, tradendola nel suo cuore.
E allora possiamo dire che la storia del popolo ebraico è da leggere al di là delle vicende umane, legate a un certo periodo storico, ma è l’emblema della storia di ogni popolo, di ogni religione e di ogni singola creatura.
In sintesi, per essere chiari: noi siamo solo portavoce, anche testimoni di un Dio che ci rivela verità da non tenere per noi, ma da comunicare a tutti. Ognuno è una rivelazione di Dio, ognuno è un riflesso del Bene Sommo. Non si prende per tenere, ma per donare. La Grazia è un dono per tutti. Tutto è Grazia, è Gratuità, nel senso che siamo tutti come in un circolo divino, dove tutto si riceve e tutto si comunica. Questa interconnessione si rompe quando l’ego si interpone per creare isole o, peggio, per creare piccoli mondi che si ignorano tra loro, e succede che il piccolo mondo si ingrossa in modo tale da fagocitare tutti gli altri mondi. Ed ecco l’anomalia più spaventosa: due o tre blocchi di potere comandano su tutti e su tutto creando una tale disarmonia che va a danneggiare tutti. Pensate: oggi uno di questi blocchi di potere è il popolo d’Israele, che Dio aveva eletto per farsi il portavoce della rivelazione universale, ovvero per tutta l’umanità, delle verità divine.
Passiamo al terzo brano: altra pagina del Vangelo secondo Giovanni. Anche questo brano non è il racconto di un evento pur strepitoso, la risurrezione di Lazzaro, ma Giovanni narrandolo ci aiuta a cogliere verità straordinarie.
Anche questo miracolo è un “segno”, cioè non è qualcosa di puramente esteriore, ma rivela verità profonde. Pensate: sembra che sia stato riservato solo a Giovanni (i tre sinottici, Marco, Matteo e Luca lo ignorano!), forse perché solo il quarto Evangelista poteva narrarcelo senza a cadere in un fatto di cronaca.
Dunque, ogni miracolo nel quarto Vangelo è un “segno”, non da leggere in modo letterale, dall’esterno. Ma ogni miracolo da leggere come un segno contiene verità straordinarie: talora più di una verità. Ma il bello sta nel cogliere la verità chiave dalla quale emanano tutte le atre come cerchi concentrici, come quando si getta un sasso in un lago.
La verità centrale del miracolo di Lazzaro che esce dalla tomba è l’affermazione di Gesù a Marta, sorella di Maria e di Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».
Forse bastava che Gesù dicesse: “Io sono!”.’ “Io sono”, prerogativa di Dio, e gli Ebrei lo sapevano, tanto è vero che avevano tentato di lapidare Gesù quando aveva affermato: “Prima che Abramo fosse, Io sono”.
Nell’”Io sono” c’è il passato, il presente e il futuro: per questo i Mistici parlavano di Dio come l’Eterno presente. Noi parliamo di tempo come “crònos” (da cui in italiano cronometro, cronologia, cronico ecc.): è il tempo che passa, che si misura e si divide in secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi e anni. Siamo come condizionati dal tempo che passa, siamo quasi travolti: invecchiamo per il tempo che passa. E parliamo meno, forse neppure abbiamo sentito parlare di “kairòs”, altro termine greco, che indica la Grazia che resta immutabile nel tempo che passa: è l’Eterno presente.
Se il cuore del racconto di Giovanni è l’affermazione di Gesù “Io sono la risurrezione e la vira”, è importante anche soffermarci su altri particolari, che non sono particolari, se letti in riferimento alla affermazione di Gesù.
Forse è sempre una mia particolare reazione che provo quando risento il grido di Gesù: “Lazzaro vieni fuori!”. Ma perché urla? Potrei elencare un elenco di motivi, tutti interessanti. Tuttavia vorrei riferire in particolare quel grido a una tomba, con dentro un cadavere, a uno stato d’animo che è generale di ciascuno di noi.
Certo, possiamo anche dire che bisogna uscire da strutture anche religiose, che mortificano, opprimono, che soffocano il nostro essere. E poi? Il tempo passa, e siamo sempre a rischio per altre strutture magari rinnovate, ma sempre strutture. Possiamo anche dire che dobbiamo lottare per un mondo migliore perché ciascuno possa vivere dignitosamente. E poi? Il tempo passa per tutti, e il mondo che sogniamo non arriva mai.
Dobbiamo uscire da un mondo in cui tutto è soggetto a un tempo riempito dalle follie umane, che fanno il bello e il brutto tempo che vogliamo. Forse non abbiamo capito l’insegnamento degli antichi filosofi greci, ripreso da Cristo stesso. Ovvero: tu puoi uscire dalla tomba, se rientri in te stesso, e qui scoprirai chi sei e scoprire in te l’Eterno presente.
Se tu vuoi cambiare il mondo ma resti nel mondo, ovvero in una tomba, non riuscirai mai a fare nulla di buono. Rientra in te stesso, e potrai cambiare il mondo a partire dal tuo piccolo.
Sì, è vero, il Cristianesimo ha sempre fatto paura per le sue idee sociali rivoluzionarie (per questo i primi cristiani sono stati perseguitati dall’Impero romano). Mi chiedo però a che cosa siano servite queste idee, se oggi siamo tornati a un’epoca di barbarie.
“Rientra in te stesso”, e potrai rivoluzionare il mondo.

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