Omelie 2013 di don Giorgio: Quinta dopo Pentecoste

23 giugno 2013: Quinta dopo Pentecoste

Gen 18,1-2a.16-33; Rm 4,16-25; Lc 23-29

Il primo brano della Messa ci presenta una pagina stupenda: la preghiera-intercessione più azzardata che la Bibbia ricordi. L’orante è Abramo, che vuole sfidare Dio nel suo campo più specifico, che è quello della giustizia, lasciando sorpresi perfino noi moderni, chiusi ancora in un concetto di giustizia puramente retributiva.
Credo che sia meglio chiarire subito alcuni termini. Anzitutto, il termine intercessione. Il cardinale Carlo Maria Martini in proposito ci illumina come al solito. « Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo. Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione. In proposito troviamo nella Bibbia una pagina illuminante. Nel momento in cui Giobbe si trova, quasi disperato, davanti a Dio che gli appare come un avversario, con cui non riesce a riconciliarsi, grida: “Chi è dunque colui che si metterà tra il mio giudice e me? chi poserà la sua mano sulla sua spalla e sulla mia?” (cf Gb 9,33-39, vers. spec.). Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione, che stenda le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare. È il gesto di Gesù Cristo sulla croce. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana. Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio. Ma la posizione di Gesù è quella di chi mette in conto anche la morte per questa duplice solidarietà; è quella di chi accetta la tristezza, l’insuccesso, la tortura, il supplizio, l’agonia e l’orrore della solitudine esistenziale fino a gridare: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”».
C’è un altro termine da chiarire ed è “giustizia retributiva”. «Secondo la giustizia retributiva, il male richiama il male, il bene richiama il bene; il delitto merita una pena equivalente, la buona azione merita il premio corrispondente… Non è una virtù attiva che porta a fare del bene, ad agire spontaneamente da giusto. È una virtù reattiva che ha come fine la soddisfazione del torto subito o il ri-cambiamento del bene ricevuto, perché tutto torni a restare come prima. Riportate le cose com’erano e, spenta la sete di vendetta o pagato il debito di riconoscenza, si può andare di nuovo ciascuno per la propria strada e, magari, non incontrarsi mai più».
Analizziamo ora la preghiera d’intercessione di Abramo. Prendo qualche spunto da un intervento che Benedetto XVI ha tenuto durante l’udienza del mercoledì, precisamente il 18 maggio del 2011. Ecco in sintesi le sue riflessioni. Abramo non mette in discussione il nesso causale fra la «gravità del male» di Sodoma e Gomorra e le sue «terribili conseguenze», cioè il castigo di Dio. Considera «il problema in tutta la sua gravità», ma lo affronta da un altro punto di vista. Di fronte alla «città colpevole», nota Benedetto XVI, Abramo non nega che sia «giusto condannare il suo reato e infliggere la pena», ma afferma che «sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio».
Tutto questo è quasi ovvio, ma il Papa ci invita a leggere «più attentamente il testo», che contiene una grande novità rispetto alla mentalità dell’epoca. Abramo, infatti, non si limita a domandare la salvezza per i soli pochi innocenti, ma «chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: “E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?” (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia “superiore”, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti».
Il castigo per gli innocenti sarebbe ingiusto. Il castigo per i colpevoli è giusto, ma non è inevitabile, perché il Signore è misericordioso. Chiedendogli di risparmiare non solo gli innocenti ma anche i colpevoli, «Abramo non chiede a Dio una cosa contraria alla sua essenza, bussa alla porta del cuore di Dio conoscendone la vera volontà». La distruzione di Sodoma che Dio minaccia ha uno scopo giusto, «fermare il male presente nella città»: ma «Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male». «Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva». Così la preghiera d’intercessione di Abramo «comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina», e il patriarca ottiene da Dio la salvezza di Sodoma se solo vi si troverà un numero di buoni che nel dialogo continua a diminuire: quarantacinque, quaranta, trenta, venti, dieci. «Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito».
Se però il dialogo di Dio con Abramo «è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso», il problema è che arrivati al numero dieci si ferma. «Per quale motivo Abramo si fermi a dieci – nota il Papa – , non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male». Ma, come sappiamo, non si trovano neppure dieci giusti a Sodoma e Gomorra, e le città sono distrutte. Il Papa insiste sul fatto che il castigo non è ingiusto, anzi è «una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene».
Quella di Abramo, afferma il Papa, «è una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio».
Nel libro di Geremia (5,1), si parla addirittura di un solo giusto, in nome del quale Dio sarebbe disposto a perdonare l’intera città di Gerusalemme. «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e infornatevi, cercate nella sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò». Non si è trovato neppure un singolo giusto a Gerusalemme. Dunque, conclude il papa, «bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che “non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita».

 

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