Noi stiamo dalla parte del Centro sociale Leoncavallo! Senza se e senza ma!

Leoncavallo, via Watteau: l’ingresso, con murales di Orticanoodles, Ericailcane e Blu (courtesy of WallsOfMilano).

da www.ilpost.it

Che storia ha

il centro sociale Leoncavallo

Iniziata cinquant’anni fa, passata per tre sedi e arrivata a un nuovo sgombero: in mezzo ci sono passate generazioni di milanesi e non
Mancano poco meno di due mesi al cinquantesimo anniversario del Leoncavallo, che è il più storico e importante centro sociale ancora attivo a Milano e forse il più conosciuto d’Italia, per la sua lunga storia di militanza politica e di aggregazione sociale che lo ha reso un posto frequentato e amato da diverse generazioni. Negli ampi locali della sede di via Watteau, un paio di chilometri a nord della Stazione Centrale, migliaia e migliaia di persone negli ultimi trent’anni hanno partecipato a feste, corsi, incontri, assemblee, concerti e iniziative culturali di ogni genere. Hanno conosciuto altre persone e fatto politica, dopo che per vent’anni le stesse cose erano successe un chilometro a est, nella sede storica nella via che diede il nome al centro sociale.
Lo spazio di via Watteau era unico a Milano per dimensioni e per la sua relativa centralità, e il Leoncavallo era rimasto tra i luoghi di aggregazione popolare più attivi e partecipati della città, specialmente da quando nel 2021 aveva chiuso Macao, un altro grande centro sociale nella zona est. Non è ancora chiaro come proseguirà la storia del Leoncavallo, che è stato sgomberato questa mattina, dopo centotrentatré tentativi andati a vuoto e una lunga trattativa col comune, che giovedì ha detto sostanzialmente di essere stato scavalcato dal ministero dell’Interno. Da tempo si parla di un possibile trasferimento in un edificio a sud del quartiere meridionale di Corvetto.
Il Leoncavallo nacque il 18 ottobre del 1975 quando alcuni collettivi provenienti da diverse esperienze politiche legate al Sessantotto e gruppi della sinistra extraparlamentare occuparono una fabbrica dismessa di prodotti farmaceutici di 3600 metri quadrati in via Leoncavallo 22, in un quartiere di storiche e importanti tradizioni operaie, considerato un prolungamento cittadino della cosiddetta “Stalingrado d’Italia”, cioè Sesto San Giovanni, dove si trovavano le più importanti fabbriche del milanese.
Non fu l’unico centro sociale a nascere a Milano e altrove in quegli anni e soprattutto nelle periferie, dove mancavano asili, mense, consultori e altri servizi ancora, che questi nuovi spazi sociali intendevano organizzare dal basso, radicandosi nei quartieri. Le prime attività che nacquero dopo la pulizia e il restauro della struttura di via Leoncavallo furono una stamperia per il materiale di controinformazione, l’allestimento di un teatro per alcune compagnie teatrali, Radio Specchio Rosso (attiva fino ai primi anni Ottanta), la Casa delle Donne dove furono organizzati gruppi di autocoscienza femminista, una scuola di falegnameria e una scuola popolare per permettere ai lavoratori delle fabbriche di prendere la licenza media.
Come ha ricordato Roberto Cimino, che faceva parte del comitato che nel 1975 decise di occupare gli spazi di via Leoncavallo 22, in quei primi anni «vennero spesso a suonare Nanni Svampa, Lino Patruno, la PFM e gli Area (…), addirittura venne a suonare Franco Battiato, al tempo sconosciuto, e la serata fu un vero fiasco».
Del Leoncavallo si iniziò a parlare anche fuori da Milano nel 1978, quando due studenti, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, conosciuti come Fausto e Iaio, vennero uccisi con otto colpi di pistola vicino al centro sociale. Due giorni prima di quel 18 marzo del 1978 le Brigate Rosse avevano rapito Aldo Moro: erano i cosiddetti “anni di piombo”, gli anni delle bombe, dei sequestri, dei ferimenti, degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine e tra estremisti di destra e di sinistra.
Tinelli e Iannucci avevano 19 anni. Il secondo morì sul colpo, il primo mentre veniva portato in ospedale. Vi furono anni di inchieste giudiziarie e di inchieste indipendenti. La pista più concreta di tutte portò alla destra eversiva attiva a Roma e con dei legami a Cremona, e ad alcuni nomi di esponenti neofascisti. Nessuno venne mai condannato per la loro morte.
Ai funerali dei due ragazzi parteciparono migliaia di persone, e tra queste c’era anche un gruppo di donne del quartiere riunite dietro a uno striscione con scritto «Le mamme di tutti i compagni piangono i loro figli». Queste donne, con le madri di Tinelli e Iannucci, decisero di partecipare all’occupazione del centro sociale assieme ai più giovani, per opporsi alle violenze politiche di strada di quegli anni e combattere la diffusione dell’eroina, diventata un’emergenza sociale sempre più grave nelle periferie milanesi. Diedero così vita all’associazione Mamme antifasciste del Leoncavallo, poi formalizzata nel 1992 e l’unica ufficialmente registrata con sede nel centro sociale.
Nel frattempo, con l’omicidio Moro, era iniziata la stagione della grande repressione contro i movimenti e le organizzazioni della sinistra extraparlamentare e anche il Leoncavallo, nato da un’occupazione unitaria di varie realtà, fu interessato dalle divisioni tra le diverse componenti perdendo, tra il 1978 e il 1980, quasi tutto il vecchio gruppo di occupazione.
In quei primi anni Ottanta a Milano, fra gli altri centri sociali, c’era anche il Virus, un punto di riferimento della cultura punk che da qualche anno si era diffusa in città. Il 15 maggio del 1984 il Virus venne sgomberato, e parte dei suoi occupanti trovò nel Leoncavallo un luogo dove proseguire l’esperienza.
La comunità che abitava il Leoncavallo divenne da lì in poi sempre più eterogenea: “vecchi” militanti, collettivi delle “controculture giovanili”, e collettivi autonomi. Quelli furono anche gli anni della battaglia contro il nucleare (il referendum si svolse l’8 e il 9 novembre del 1987) e dei movimenti studenteschi che riguadagnarono centralità.
Oltre alle attività già esistenti nacquero corsi di fotografia, gruppi musicali e teatrali, laboratori di pittura, un’officina, una palestra, la sala video, un centro di documentazione, e l’Helter Skelter, che per alcuni anni organizzò concerti e altre iniziative culturali ospitando gruppi, performer e artisti di livello internazionale, trasformando il centro sociale in un punto di riferimento della musica indipendente. Tra gli anni Ottanta e Novanta suonarono al Leoncavallo alcune tra le band di musica alternativa più importanti del mondo, dai Fugazi ai Sonic Youth ai Public Enemy, e più o meno tutte quelle italiane di quel periodo.
Dal 1980 il gruppo immobiliare proprietario dello stabile dove si trovava il Leoncavallo cercò di riottenerne l’utilizzo: vinse un ricorso al TAR e uno al Consiglio di Stato, scegliendo infine, nel 1989, di vendere l’area alla famiglia Cabassi, storici immobiliaristi milanesi, che quell’anno ottenne dall’amministrazione comunale socialista di Paolo Pillitteri la decisione dello sgombero, a cui gli occupanti opposero un’inaspettata resistenza.
Ne seguirono violenti scontri, l’inizio della demolizione del centro, una rioccupazione e la sua ricostruzione. Nel 1994, con la giunta di Marco Formentini, lo sgombero ebbe invece successo: al centro sociale fu assegnata provvisoriamente un’altra sede in via Salomone, nella periferia sudest della città, sgomberata all’improvviso il 9 agosto dello stesso anno. Un mese dopo gli animatori del Leoncavallo occuparono l’ex cartiera di via Watteau, in zona Greco, sempre di proprietà della famiglia Cabassi, che è rimasta la sede del centro sociale fino al 21 agosto del 2025.
Nella nuova sede il Leoncavallo ha proseguito con molte attività che già esistevano e con altre di nuove: un laboratorio di serigrafia, una ciclofficina, uno spazio per sviluppatori indipendenti di videogiochi, una scuola popolare di italiano, un laboratorio teatrale e fiere gastronomiche, tra le altre cose. Ogni anno il Leoncavallo organizza la “Festa della semina” e la “Festa del raccolto”, dedicate alla sensibilizzazione per la legalizzazione della marijuana. Mensilmente vengono organizzate feste di musica techno, dub, reggae, concerti jazz, presentazioni di libri o proiezioni di film, e in generale è un posto in cui le persone possono passare la serata anche senza spendere nulla, in un contesto come quello di Milano in cui la maggior parte delle altre forme di intrattenimento è sempre più costosa e in molti casi esclude le fasce più povere della cittadinanza.
I sotterranei della sede sono infine occupati da DaunTaun, dove nel 2003 si è tenuto il primo evento pubblico di street art in Italia, con contributi che si sono poi susseguiti negli anni e che oggi sono sottoposti a tutela della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Milano.
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www.articolo21.org

Quel pasticciaccio brutto

dello sgombero del Leoncavallo

Daniele Biacchessi
21 Agosto 2025
Dietro a questa vicenda ingarbugliata dello sgombero del Centro sociale Leoncavallo di Milano si muovono interessi di mera propaganda politica ed elettorale, di natura economica, i cui contorni sono direttamente collegati all’applicazione del Decreto sicurezza del Governo a guida Giorgia Meloni.
Nell’edificio di via Watteau, nel quartiere Greco, gli ufficiali giudiziari erano attesi dagli occupanti e dal loro storico avvocato Mirko Mazzali il prossimo 9 settembre. Nel frattempo era in corso da mesi una interlocuzione tra il Comune di Milano (sindaco Giuseppe Sala), l’Associazione delle mamme antifasciste del Leoncavallo e l’immobiliare Orologio della famiglia Cabassi, per trovare una soluzione alternativa, nel rispetto delle norme di legge. Il nuovo spazio era già stato individuato dai tecnici di Palazzo Marino: si tratta di un capannone di proprietà comunale in via San Dionigi, tra Porto di Mare e Chiaravalle. Era già pronta la delibera per avviare proprio nelle prossime settimane, comunque prima del giorno dello sgombero.
Tutto si è accelerato negli ultimi giorni, esattamente da quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha deciso di anticipare alla mattina del 21 agosto l’esecuzione dello sfratto, incontrando un gruppo di esponenti di Fratelli d’Italia milanesi, a fine luglio. Per questo motivo la direzione di Alleanza Verdi Sinistra aveva annunciato di voler organizzare la sua festa nazionale a Milano, proprio al Leoncavallo, a settembre. Già nel novembre 2024, la Corte d’Appello di Milano aveva condannato il ministero dell’Interno a risarcire 3 milioni di euro ai Cabassi per non essere riuscito a sgomberare il Leoncavallo (lo sfratto era stato infatti rinviato 133 volte). Il Viminale voleva rivalersi sull’Associazione mamme antifasciste che a sua volta aveva avviato una sottoscrizione a cui era giunta l’adesione dell’Anpi di Milano.
Giuseppe Sala dice di non essere stato avvisato dello sgombero. Il sindaco non era personalmente presente alla riunione del Comitato per l’Ordine e la sicurezza, aveva delegato il vice capo della polizia locale, comunque al vertice non si era parlato della possibilità di anticipare lo sgombero.
Quella del ministro Matteo Piantedosi è dunque una forzatura inutile che crea sconcerto e aumenta uno stato di tensione a Milano e in Italia. Il Centro sociale Leoncavallo è un luogo di ritrovo, di socializzazione e di cultura fin dalla metà degli anni Settanta. Nei tanti luoghi in cui il centro ha operato (via Leoncavallo sgomberato nel 1989, via Salomone, via Watteau), Lì muovono le loro attività personaggi come Gabriele Salvatores, Paolo Rossi, Dario Fo, Franca Rame, Sandrone Dazieri, Fabio Treves, suonano le principali band rock italiane degli ultimi trent’anni. Tra quelle mura un maestro come Luigi Veronelli sperimenta “Critical wine” e organizza il convegno “La terra trema”. Si tratta di un patrimonio culturale che non deve andare disperso.
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da www.articolo21.org

Sgomberare il Leoncavallo

per colpire l’antifascismo

Alekos Prete
21 Agosto 2025
A Milano, all’alba del 21 agosto 2025, ha preso il via lo sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale autogestito fondato nel 1975, da sempre simbolo di cultura antagonista, poesia urbana e resistenza politica. Hanno sgomberato non solo un luogo fisico, ma mezzo secolo di militanza, concerti, dibattiti e identità collettiva. È una violenza devastante, resa possibile da una legge sugli sgomberi voluta dal governo Meloni, attuando con freddezza legale ciò che altrove suonerebbe come atto politico. Lo è, eccome. Lo sgombero arriva dopo 120 notifiche di sfratto, un lunghissimo contenzioso che ha visto il Viminale condannato dalla Corte d’appello a risarcire i proprietari – i Cabassi – con 3 milioni di euro, ora richiesti a chi è impegnato nel mantenere vivo un bene comune.
Nel frattempo, a Roma, lo stabile occupato da CasaPound in via Napoleone III, proprietà statale affidata a Miur e Demanio, ha accumulato un danno erariale di oltre 4,6 milioni di euro per mancata riscossione di canoni e mancato utilizzo pubblico, su cui la Corte dei Conti ha freddamente chiuso le indagini. Un simbolo di impunità: a CasaPound sono stati tollerati occupazioni abusive per anni, grazie a inerzia e omertà istituzionale, quando invece vengono sgomberati i centri sociali antifascisti che tengono vive pratiche collettive e cultura libera.
L’operazione sul Leoncavallo si inserisce in una strategia precisa: colpire l’antifascismo, la resistenza culturale, la voce critica, mentre si lascia intatta la presenza politica organizzata dell’estremismo. Salvini esulta per lo sgombero, esaltando la legalità come bandiera, mentre il Leoncavallo veniva snobbato come un fastidio, non come storia viva. Le “Mamme Antifasciste” chiamate a riscuotere il risarcimento milionario – “non li ho, io vivo di pensione” – diventano un contrappunto ferito all’arroganza dello Stato, incapace di proteggere il bene comune e pronto a punire chi senza fondi ricorda dignità collettiva.
Quella del governo non è innocente amministrazione: è una scelta ideologica. In un clima di crescente polarizzazione e radicalizzazione, dove gli antifascisti vengono neutralizzati e i nostalgici fascisti continuano a prosperare, lo sgombero del Leoncavallo è un messaggio preciso: resistere è pericoloso, la memoria collettiva va cancellata.
Massimizzare la repressione è la priorità di uno Stato che teme l’antifascismo vivo, creativo, conflittuale ma libero. Il Leoncavallo non ha mai rubato case, non ha causato danni miliardari. Ha seminato cultura, comunità, bellezza condivisa. E ora viene scacciato, senza pietà, per il semplice fatto che è antifascista, e l’antifascismo è il vero e più temuto avversario.
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da la Repubblica

Leoncavallo,

la zuffa ideologica

di Massimo Adinolfi
La legalità al tempo della destra. Lo Stato di diritto non può tollerare «zone franche o aree sottratte alla legalità» e dunque manda a esecuzione l’ordine di sfratto del centro sociale Leoncavallo. È una questione di sicurezza e di rispetto della legge, «condizione essenziale per difendere i diritti di tutti». I legalisti di tutti gli schieramenti plaudono convintamente. Dopodiché, ascoltate le ferme parole della premier, uno si aspetta perlomeno che le ore, per gli occupanti abusivi di CasaPound, a Roma, siano ormai contate, che già domani — anzi: stamane stessa — le forze dell’ordine faranno irruzione a via Napoleone III, all’Esquilino, e restituiranno alla città lo stabile che la destra estrema di CasaPound occupa illegalmente da una fraccata d’anni.
Non andrà così, e fioccheranno i distinguo. Ma basta ascoltare il tono delle dichiarazioni della presidente del Consiglio, o quelle di Matteo Salvini, per farsi un’idea precisa del valore che viene assegnato all’operazione delle forze dell’ordine. Non semplicemente ripristino della legalità e restituzione dell’immobile ai legittimi proprietari, ma capitolazione dei centri sociali, finalmente espugnati, fine di una stagione politica e culturale, finalmente chiusa, cancellazione di esperienze che hanno segnato la vita pubblica del Paese, a Milano e non solo, bonifica di spazi in cui resistevano forme di cultura alternative, smacco anche per la sinistra storica e per i suoi ultimi epigoni. Fine, stop, kaputt. Se per la destra al governo lo sgombero del Leoncavallo non significasse tutto questo — e insieme una rivincita, una rivalsa, magari il viatico per la tanto agognata egemonia — che motivo avrebbe Salvini di grondare soddisfazione scrivendo «Afuera!» sui social? Scriverà Salvini «Afuera!» anche quando Piantedosi manderà le forze dell’ordine a liberare l’edificio occupato da CasaPound? Si può star sicuri che no, ovviamente (che Piantedosi non manderà nessuno, e che Salvini non scriverà nulla). E che dunque il problema non è di mettere fine a una illegalità conclamata, ma quello di raschiare via, col massimo della protervia possibile (in anticipo rispetto al previsto, senza darne avviso, dando invece il senso della risolutezza e della ferma determinazione, che fa tanto destra, fa tanto ordine e legalità), un’esperienza dall’evidente valore storico e simbolico.
Che è tale non perché lo dice il sindaco Sala, che aveva provato nelle ultime settimane ad adoperarsi per trovare una soluzione prima dello sfratto. E nemmeno perché persino un certo Vittorio Sgarbi — non l’ultimo comunista trinariciuto — aveva parlato dei murales del centro come della «Sistina della contemporaneità», ma perché lo si legge persino su Wikipedia, perché ce n’è abbastanza, in quella storia, per scrivere una guida della città e segnalare il luogo, o per tenerci concerti e rassegne, e persino appuntamenti politici ed elettorali.
Ma la legge è legge. E il governo che si è inventato la resistenza passiva come reato penale figuriamoci se avrebbe mai potuto tollerare oltre l’esistenza di un centro, che avrà pur scelto la non violenza e calmato nel tempo i suoi bollori antagonisti, ma rimaneva, per antonomasia, sinonimo di contestazione, protesta, lotta al sistema (e però anche un luogo di solidarietà, di inclusione, di attenzione al disagio). Perciò: afuera! Afuera quelli del Leonka e afuera i migranti, afuera i giornalisti scomodi dalle conferenze stampa della premier e afuera Greta e tutti gli attivisti ambientali, afuera i comunisti, se ce ne sono rimasti, e afuera i militanti Lgbtq+, se insistono a far casino.
Mi sembra che, oltre all’incoerenza palese di una preoccupazione per la legalità che vale per gli arcinemici del Leoncavallo ma si attenua per gli amichetti di Forza Nuova, che si reclama a gran voce quando si tratta di sedare conflitti sociali ma a cui si mette la sordina quando servirebbe, che so, per regolare conflitti di interesse, ci sia qualcosa di più, in certe prese di posizione, ci sia una robusta iniezione di politicità, con cui si aggiunge un sovrappiù di significato anche ad atti che, se richiesti dalla legge, sarebbero e sono meri atti dovuti. Quel che non è dovuto, ma è chiaramente voluto, è, insomma, il carico politico che ci si mette sopra, la fiche con cui puntare sulle proprie parole d’ordine, costruire identità, fomentare contrapposizioni, e forse persino provare a tirare un bilancio di governo. Fatto, però, non di dati reali, ma di parapiglia mediatici e zuffe ideologiche.
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da la Repubblica
22 AGOSTO 2025

Dazieri, uno dei figli del Leoncavallo:

“Qui ho imparato tutto,

la destra ha paura di chi pensa”

di Alessandra Corica
Lo scrittore: “Non assolvo la giunta progressista. In tutti questi anni non ha voluto affrontare il problema politico. E il risultato, purtroppo, è quanto accaduto ieri mattina”
“È la storia della controcultura milanese. Un luogo dove chiunque poteva entrare, a prescindere da come era vestito o dalla provenienza, e organizzare qualcosa, mettendosi in gioco, collaborando: la meritocrazia e la collettività per eccellenza. Non mi stupisce che lo sgombero sia avvenuto con questa destra al governo: da ieri non fanno che dire “finalmente”, a dimostrazione che per loro non c’è spazio per il pensiero alternativo”.
Sandro Dazieri, “Sandrone”, è uno dei figli del Leoncavallo: attivista e scrittore (l’ultimo libro è Uccidi i ricchi, Rizzoli), nel centro sociale è impegnato nelle lotte ambientaliste e per il diritto alla casa. «Molto di quello che sono lo devo al Leoncavallo. Sarei diventato comunque uno scrittore? Probabilmente sì. Ma il Leo (lo chiama così, ndr) ha formato il mio modo di vedere il mondo, tanto che in tutti i miei libri la questione sociale è sempre al centro. È stata la mia educazione sentimentale”.
Lo sgombero di ieri era inatteso?
“Era nell’aria, con questo governo a Roma non mi aspettavo niente di diverso. Ma faccio lo stesso discorso per quanto riguarda la giunta di Beppe Sala, che in tutti questi anni non ha fatto nulla per risolvere in modo concreto la questione. Non hanno voluto affrontare il problema politico. E il risultato, purtroppo, è quanto accaduto ieri mattina”.
Cosa è accaduto?
“La perdita di una realtà importantissima per Milano, un luogo aperto a tutti e a tutte, non classista e non razzista, dove ognuno aveva la possibilità di esprimersi liberamente, senza che si ponesse il problema della diversità, che non era contemplata. Al Leo ho imparato tutto quello che non ho imparato a scuola”.
Si parla di un possibile trasferimento in un’area da ristrutturare e bonificare in zona Porto di Mare, proprio per preservare il Leoncavallo.
“Ma il problema non è traslocare o bonificare dall’amianto una struttura comunale spendendo, secondo le stime, 300 mila euro. Qui il punto è fare in modo che una realtà del genere, con una storia cinquantennale alle spalle, non vada perduta: a Milano negli ultimi anni abbiamo visto come le regole siano state utilizzate per consentire la costruzione di grattacieli al posto di garage. Però, per salvare il Leoncavallo non si è fatto niente finora in modo concreto: per questo sono molto deluso. Anche perché, ripeto, che una mossa del genere venga decisa da un governo di centrodestra non mi stupisce. Ma che in città negli ultimi 15 anni sia stato fatto poco per regolarizzare, mi amareggia di più”.
Se chiude gli occhi e ripensa al suo Leoncavallo, cosa rivede?
“Lo sgombero del 1989, dalla prima sede in via Leoncavallo: ci portarono in questura, ma già la sera eravamo fuori. Tornai con i compagni al Leo. E trovammo centinaia e centinaia di persone che erano arrivate lì e stavano rientrando nel centro, per ricostruirlo: non erano solo ragazzi e ragazze che, come noi, lo frequentavano. Ma anche tanti abitanti del quartiere, il Casoretto, segno che quello che facevamo aveva davvero un impatto sul territorio”.

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